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“I cento pozzi di Salaga”: intervista a Ayesha Harruna Attah

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

La giovane scrittrice Ayesha Harruna Attah è un talento emergente nel panorama della letteratura africana. In Italia, la casa editrice Marcos y Marcos ha tradotto e pubblicato recentemente il suo terzo romanzo, I cento pozzi di Salaga (traduzione di Monica Pareschi, 18 euro, 300 pagine), città ghanese già epicentro del mercato degli schiavi.

Due donne alla ricerca della propria libertà animano la narrazione, che ha lo spirito e il respiro del romanzo storico. Aminah è una quindicenne sognatrice, creativa, figlia di un commerciante che viaggiava dal mercato di Timbuctù a quello di Salaga. La scomparsa del padre forza i tempi della sua crescita, segnata poi dal rapimento e dallo schiavismo che la sottrae a una vita ancora piena di promesse. Il destino s’incrocia con quello della guerriera ribelle Wurche, nata in una famiglia potente, nella quale prova a mettere in discussione le gerarchie e le scelte predefinite, aspirando al governo.

L’autrice, classe 1983, risalendo alla storia della trisavola ridotta in schiavitù, affronta questioni nodali dall’epoca precoloniale al colonialismo. La scrittura di Attah, formatasi alla Columbia e alla New York University per poi tornare in Africa, sa porre le domande giuste alla propria identità e alle radici di essa.

Attah, quali sono stati i primi passi della ricerca?

«Ho cominciato col disegnare l’albero genealogico famigliare. Ho ricostruito insieme a mio padre le linee di parentela, che si sono fermate alla trisnonna schiava: non disponevamo di molte informazioni. Apparteneva al gruppo etnico Fulani, che si distende dall’Africa occidentale fino a raggiungere l’est del continente. Secondo qualche racconto orale tramandato, era una donna bellissima. Non potevo smettere di pensare a lei e avevo l’urgenza di scriverne. Ho messo insieme le tessere di un mosaico complesso».

La fase precoloniale in cui ha collocato l’intreccio narrativo è molto interessante.

«Sì, è un periodo affascinante, antecedente alla colonizzazione, denso di lotte di potere e di conflitti sociali. La genealogia è un mio campo d’indagine, come l’evoluzione della lingua, il movimento delle persone e le trasformazioni delle città. Lo studio della storia precoloniale è fondamentale per comprendere chi siamo, da dove veniamo e offre molto materiale per scrivere la storia dal punto di vista degli africani. Tolta la documentazione testuale lasciata dai missionari europei, sono stata fortunata nel ritrovare quaderni in arabo di studenti dei villaggi in cui si sviluppa la storia».

Che cosa ha trovato nel viaggio a Salaga, crocevia del mercato anche interno degli schiavi?

«Ho faticato a trarre notizie, perché nessuno vuole parlare dello schiavismo: è una ferita ancora aperta che divide la società. Salaga è stata utile per comprendere la profondità della storia rimossa e per l’ambientazione del romanzo. Ho assorbito lo spirito del luogo, ho visto la piazza del mercato in cui si vendevano gli schiavi e i cento pozzi usati per lavarli prima della vendita. Esiste un museo significativo con le armi dell’epoca usate dai mercanti: le pistole, le catene e gli altri strumenti d’oppressione».

Qual è il lascito dello schiavismo?

«Il senso di vergogna è molto diffuso. Come abbiamo permesso così facilmente che venisse sradicata la vita di milioni di giovani venduti e lo spostamento di massa nella tratta schiavistica? La violenza ha generato delle paure così forti da sopravvivere. Nei gruppi etnici questo retaggio è ancora motivo di tensione tra chi erano gli schiavisti e chi gli schiavi. In Ghana l’etnia più numerosa, Ashanti, da cui discende mia madre, era al vertice del mercato schiavistico. La mia stessa famiglia esprime dunque questa divisione».

Che cosa significa il legame intimo e ideale con la trisnonna?

«Assemblare la sua storia era una questione d’amore e giustizia. L’orrore per l’esodo di donne e uomini liberi, integri e poi resi merce non svanisce col tempo. È necessario riconoscere le atrocità che gli africani hanno inflitto gli uni agli altri, consegnandosi all’incubo delle traversate transoceaniche e alle catene dell’uomo bianco in Occidente. Come donna, pensatrice e scrittrice africana ho la necessità della liberazione e di una soluzione alla sofferenza della schiavitù, della colonizzazione e dello sfruttamento che persiste. Il mio progetto letterario a lungo termine è portare alla luce chi eravamo prima di diventare un continente da sfruttare. La trisnonna è la prima donna che ha interrogato la mia identità, esplorando il confine delle mie emozioni».

Le lotte distinte delle due donne protagoniste hanno un riflesso nel Ghana odierno?

«È venuta meno la paura di essere rapite e schiavizzate, ma come accade a Wurche resiste il timore di perdersi in una società ancora tradizionalista. Il matrimonio e la nascita dei figli restano il riconoscimento più rilevante del ruolo di una donna. Non sei abbastanza donna fino a quando alla società non appari sistemata e conta più di un percorso di studi e professionale. Dall’indipendenza, il sistema politico ghanese è stato dominato dagli uomini: in sessant’anni solo due donne hanno corso per la presidenza del paese. Ciò non ci differenzia molto dall’Occidente. Ieri, come oggi lottano affinché le proprie battaglie siano riconosciute e prese sul serio».

Qual è il rapporto del Ghana con l’oro di cui è ricco?

«La complessa relazione con l’oro ci porta nella schiavitù moderna. Non controlliamo più la materia prima, di cui restiamo il secondo produttore dopo il Sudafrica. Il settore è stato privatizzato e svenduto. Il mercato cinese dell’oro è una nuova forma di schiavitù. Il romanzo, seppure sia ambientato nel 1890, mostra una realtà che ancora sussiste: le miniere d’oro illegali rappresentano la culla dello schiavismo moderno soprattutto per i minori, che trascorrono le giornate alla ricerca delle pepite d’oro da vendere alle compagnie cinesi».

Lei scrive in inglese?

«È la lingua in cui mi trovo più a mio agio. In Ghana si parlano 49 lingue, ne conosco cinque, senza l’inglese arrivare a qualunque lettore sarebbe una sfida insostenibile. Parlo tre lingue afferenti all’etnia Ashanti di mia madre, ma non ho imparato a scrivere o leggere».

Nel romanzo affronta anche la dimensione religiosa.

«Il Ghana è uno dei paesi più religiosi al mondo. Lo eravamo anche prima dell’arrivo dei missionari cristiani. L’influsso islamico proviene dal nord del paese, mentre l’area meridionale è essenzialmente cristiana. Le fedi coesistono con una forte contaminazione della cultura locale».

Perché ha lasciato Dakar, dove si era trasferita?

«Nell’ultimo decennio, come nel resto del continente, abbiamo assistito al progressivo inquinamento che ha contraddistinto la crescita urbanistica e demografica sproporzionata. Le persone volevano spostarsi e stabilirsi nelle città per migliorare la qualità della vita. Ora stanno nascendo nuovi centri urbani per decongestionare i principali. Nell’Africa occidentale turba e impressiona il movimento migratorio dalle aree rurali a quelle urbane. Ho scelto di tornare in un villaggio».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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