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Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale di Cinema. Un faro a Palermo

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Qualche giorno fa alcuni studenti del Centro di cinematografia di Palermo ci hanno mandato una lettera in cui annunciavano di lasciare la scuola e spiegavano le loro ragioni. L’abbiamo pubblicata frettolosamente senza chiedere alle persone coinvolte una presa di parola. Ci interessava invece che ci fosse un dibattito culturale a partire da quella lettera. Riceviamo oggi una lettera aperta da Alessandro Rossetto, regista ed ex-docente del Centro, che ripubblichiamo.

di Alessandro Rossetto

La polemica seguita alla pubblicazione di una lettera aperta firmata da sei studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC) sede di Palermo, ha assunto forme che offuscano il merito. La lettera e il “botta e risposta” successivo sono reperibili nell’area notizie del sito dell’Associazione 100 autori.

Questi studenti sono stati miei allievi nel loro primo anno di corsonel 2017, in una classe di otto. Nel febbraio scorso, all’inizio del secondo anno del corso triennale, i sei hanno definitivamente abbandonato gli studi, in aperto contrasto con la scuola e il neo nominato direttore didattico Pasquale Scimeca. Uno dei motivi di scontro è il mancato rinnovo del mio incarico d’insegnamento.

Le vicende che hanno preceduto la pubblicazione della lettera sono spiacevoli, confido che le successive non lo saranno. Non gioverebbe a nessuno. Meglio dibattere della natura della scuola e dell’accaduto.

Ho diretto alcuni film e sono laureato in scienze dell’educazione, da tempo insegno in scuole e corsi di cinema in Italia e all’estero. Il CSC Palermo forma gli studenti al cinema documentario, in passato vi avevo tenuto lezioni e brevi seminari. Il precedente direttore didattico, Roberto Andò, mi invitò ad assumere la docenza di regia a inizio 2017 per questa classe, che faceva il suo ingresso nella scuola. La prospettiva, per gli studenti e per me, era che sarei stato loro docente per il triennio, in forme da adattare di anno in anno, fino al raggiungimento del diploma.

Al CSC Palermo gli studenti si misurano soprattutto con quello che potremmo definire filmmaking one man band. È una sorta di marchio di fabbrica della scuola, una via di apprendimento estrema ma efficace. Delle esercitazioni e dei film girati durante il triennio, gli studenti sono al tempo stesso autori, registi, producer, direttori della fotografia, fonici e montatori. Sin dal primo anno sono chiamati ad apprendere i mestieri del cinema. Il loro impegno realizzativo è spesso solitario, lungo e complicato.

Le riprese dei film documentari raramente sottostanno alle regole organizzative e ai tempi produttivi dei film di finzione. In larga misura è la realtà nella quale ci si immerge a determinare la lavorazione. Al CSC Palermo il corpo insegnante è ristretto e i docenti di regia sono il primo riferimento didattico e operativo per gli studenti su progetti complessi.

Il lavoro del 2017 è stato ottimo, grazie all’entusiasmo e all’impegno di tutti. Raccontare il reale per immagini significa conquistare lentamente e faticosamente la possibilità stessa di filmarlo. Gli studenti si confrontano, oltre che con il piacere e le difficoltà del dirigere, con storie e mondi reali che devono scovare, conoscere, penetrare. E filmare. Imparano girando film e vivono inquietudini e dubbi artistici che affrontano per la prima volta. Sono in particolare i docenti di regia e montaggio a seguire da vicino i film, spalla a spalla con gli allievi.

La scuola in generale funzionava, purtroppo a novembre si annunciavano tagli al budget e in una riunione fra i docenti di regia – uno per ogni anno di corso: io, Mario Balsamo e Stefano Savona – si impostò un seppur provvisorio programma per l’anno a venire. Gli studenti già avviavano con me i progetti di secondo anno, facevano sopralluoghi e ricerche, alcuni iniziavano le riprese. Fino a oltre la metà di dicembre siamo stati immersi nel lavoro, certi che lo avremmo continuato. Al CSC Palermo l’anno accademico coincide con quello solare, la scuola avrebbe chiuso a brevissimo e non si avevano notizie o avvisaglie di cambi ai vertici.

L’inaspettato avvicendamento alla direzione didattica è avvenuto con tempi e modi spiazzanti per molti. Io ho saputo della nomina di Pasquale Scimeca, che non conoscevo personalmente, il 19 dicembre, da un collega, al telefono. Il direttore didattico uscente Roberto Andò assicurava che la scuola avrebbe mantenuto la continuità didattica; questa era l’indicazione proveniente dai vertici del CSC a Roma.

Fra le prerogative della direzione didattica c’è la nomina annuale dei docenti. Il 9 gennaio ho accettato per iscritto la proposta della cattedra di regia per sette settimane d’insegnamento nel 2018,  fattami dal neo direttore attraverso un tutor addetto alla stesura del calendario. Sorprendentemente mi sono state affidate due sole settimane di lezione tra gennaio e febbraio, senza spiegazioni l’incarico annuale non è stato rinnovato.

Non ero indisponibile, come è stato comunicato agli studenti, mistificando i fatti in maniera scomposta e insensata.

La classe, così come il corpo docente e gli organi direttivi, sapeva bene che invece avevo accettato la proposta della cattedra. Gli studenti hanno quindi rinnovato la richiesta di certezze sul programma e continuità didattica, chiedendo al direttore spiegazioni sul mancato rinnovo del mio incarico.

In un clima fattosi man mano più teso e raggelante, la risposta è stata un bizzarro cortocircuito: l’insegnante è disponibile ma viene sostituito proprio perché gli studenti desiderano che rimanga.

È incomprensibile perché sia accaduto. Gli studenti erano increduli e scossi. Discutevano di andarsene. A nulla è servita la discesa a Palermo dei vertici del CSC da Roma per sedare le acque.

Ho incoraggiato la classe a superare la crisi, avevano fatto tanto per entrare in una scuola prestigiosa e potevano cercare di proseguire gli studi. Ho spinto tutti a continuare a lavorare sulle realizzazioni di secondo anno, chiunque fosse il docente che mi avesse sostituito e tenendo conto dei tagli nel progettare e girare i film. Mancavano dati certi, ma sembravano decurtazioni che si sarebbero tradotte in una forte diminuzione del numero di lezioni e nella riduzione dei già piccoli budget per i film.

Non ho portato i sei studenti firmatari della lettera aperta a lasciare la scuola. Quanto avvenuto mi supera ampiamente. Al contrario, ero e sono dispiaciuto di non continuare il percorso iniziato e che desideravo completare.

Una scuola di cinema documentario è un laboratorio dove si opera da artigiani solidali, con parabole di lavoro sui film lunghe e imprevedibili. Libera ricerca, tempo e abnegazione sono i pilastri del cinema della realtà, così necessario oggi e che vede il nostro paese ai massimi livelli internazionali. Un cinema che mantiene una natura selvaggia e militante, la possibilità stessa che esista va difesa con una buona e appassionata formazione. Il documentario è empatia, impegno, scoprire e spendersi per storie o cause sconosciute, inventare formule narrative, esplorare confini espressivi ed estetici.

Questi studenti credono in questo. Vengono da ogni parte d’Italia e si sono istallati a Palermo facendo una scelta di vita, con sforzi economici da parte loro e delle famiglie, scommettendo sul cinema in una città splendida ma ancora difficile, dove il Centro Sperimentale di Cinematografia – soprattutto grazie ai suoi studenti – è un faro.

Si tratta di studenti adulti che pagano una retta in una scuola di alta formazione. Dopo il primo anno di studi, non informati adeguatamente e preoccupati dai tagli previsti, hanno chiesto indicazioni sul programma e una pertinente continuità didattica. Non stupisce che persone adulte vogliano chiarezza e partecipare alla vita e all’organizzazione di un percorso che è un’esperienza oltre che di formazione, anche esistenziale. C’erano le condizioni perché ciò avvenisse senza traumi per loro e per la scuola.

Desiderano imparare e fare film. Non si può che sperare che trovino la loro strada. Intanto il faro a Palermo perde un po’ di luce.

P.S. È notizia recentissima che il resto del corpo docente è stato confermato e che i tagli sembrano essere rientrati.

Commenti
27 Commenti a “Centro Sperimentale di Cinematografia – Scuola Nazionale di Cinema. Un faro a Palermo”
  1. Pier Carlo Batté scrive:

    Non capisco perché togliere la lettera degli studenti e non capisco soprattutto il mutismo di Scimeca, che si è limitato, a quanto pare, a chiedere che il documento degli studenti venisse eliminato. I ragazzi ponevano domande serie, alle quali Scimeca dobvrebbe rispondere. Ben venga l’annullamento dei tagli, ma le ombre restano

  2. andrea cortesi scrive:

    Restano le ombre? Mancano sei studenti all’appello…altro che Ombre! …e poi perchè minacciare di denuncia? Io credo che prima di parlare occorre ascolatare…soprattutto quando si parla di Allievi, soprattutto quando si parla di percorso formativo, soprattutto quando chi col cinema-documentaristico si prepara a raccontare i fatti. I fatti secondo il proprio punto di vista.

  3. db scrive:

    l’italia, come dicono i crucchi, è das land wo die latronen blühen
    in questo caso, il difetto sta nel manico. e il manico sta a roma…

  4. A.I scrive:

    Non capisco come potete pubblicare una risposta eliminando la possibilità di leggere la lettera degli studenti! A Scimaca non piace? Chi se ne frega. Abbiate il coraggio di dare a noi la possibilità di comprendere oppure lasciate perdere.

  5. Giuseppe Saglimbene scrive:

    Trovo scorretto che una scuola cambi l’offerta formativa in corso d’opera, dopo che gli studenti hanno già seguito un anno di lesioni, hanno pagato le rette, hanno fatto delle scelte di vita importanti.
    Ancora più assurdo é che questo accade nell’anno in cui Palermo è la capitale della cultura.

  6. Andrea Cortesi scrive:

    AI Scimeca, la cui risposta è nel blog …in realtà ha minacciato di querela questo blog se non la toglievano… tanto per parlare di libertà di espressione… e la dice lunga …stiamo parlando del futuro del cinema, nello specifico dei documentari… …il fatto si commenta da sè…

  7. asd scrive:

    questa lettera almeno spiega qualcosa, dopo quella del direttore francamente non avevo capito niente dell’intera faccenda (se non che gli studenti trasportano pietre pesantissime da una parte all’altra della città, giusto?)

  8. Danny Biancardi scrive:

    Intervengo in quanto studente in corso, non in merito alla questione tra Alessandro e il direttore didattico, che non conosco nel dettaglio e che ritengo sia il risultato di una grave incomprensione tra i due, preferisco invece dirvi il perché ho deciso di rimanere in una scuola di cinema che ha perfettamente descritto Alessandro come un faro, un epicentro selvaggio dove si impara a fare cinema del reale ma sopratutto dove si stringono legami e relazioni umane fondamentali per la nostra formazione come registi e come persone.
    Dopo due anni qui a Palermo ho accettato il fatto che la scuola non è mai la stessa, che cambia costantemente, giorno dopo giorno, mese dopo mese, e questo grazie, credo, alla relativa libertà dell’istituzione, dipendente dalla sede di Roma, eppure isolata, dove si fa un cinema molto distante da quello che si fa nella capitale, un cinema più libero che esige elasticità e non rigidità. Ho anche capito che il cambiamento è un pregio e un’opportunità, se accettato con umiltà e dialogo permette di superare anche le crisi più nere e anziché nemico diventa catalizzatore del percorso all’interno della scuola.
    Il cambio di direzione ha provocato dei problemi inevitabili, dovuti in parte a carenze ereditate della vecchia gestione, problemi irrisolti o accantonati pronti a venire fuori appena le redini si allentano, problemi che con la pazienza e il dialogo tra noi studenti, i tutor, il direttore stesso e i docenti, sono stati affrontati e in parte risolti o comunque messi in campo in maniera chiara, che già è un passo avanti per la loro risoluzione.
    Mi dispiace che sei compagni e amici abbiano abbandonato questa realtà, mi dispiace che non si siano presi il tempo necessario per valutare quale fosse la maniera migliore perché le loro aspettative e i loro obiettivi collimassero con quello che poteva offrirgli la scuola.
    Ora forse il faro brilla un po’ meno, ma la scuola va avanti, mutando come sempre, con e grazie alla maggioranza di noi che non ha abbandonato.

  9. silvia scrive:

    Trovo insopportabile aver letto la lettera degli studenti che hanno protestato e non averla più reperibile come era stata pubblicata per rileggerla. Domandava di situazioni reali e in modo chiaro, ed esigeva una risposta: la stessa risposta che è stata elusa e dissimulata dall’assenza del rettore e dal commento successivo di “scusedeldirettore” del blog. Una figuraccia, si direbbe in contesti ben più vacui. Un mistero di gestioni poco rivolte alla costruzione e al lavoro, alla crescita, al confronto diretto, limpido, chiaro, con la realtà tutta. Lo stesso confronto che una scuola di cinema del reale dovrebbe perseguire proponendosi di imbrigliare la realtà, operazione che può essere compiuta solo, come giustamente sottolinea Rossetto, con empatia e duro lavoro. Duro lavoro nel tempo con programmi continuativi e Maestri degni di questo nome. Impossibile se questi maestri li si allontana, dalla sera alla mattina e senza spiegazioni, impossibile se gli allievi non sanno parlare per far valere i propri diritti: conoscere, crescere. È a questo che una scuola di alta formazione dovrebbe servire prima di tutto: formare. E senza sotterfugi, sostituzioni, magagne. È chiaro che non si vuole dare risposte e si preferisce insabbiare piuttosto che formare davvero i giovani, gli uomini e le donne, che peraltro per gli studi che fanno si presuppone useranno i mezzi di comunicazione per diffondere informazione, pensiero, arte. Da un’alta scuola di formazione, e da Minima&Moralia, sinceramente mi aspettavo di più. E chi paga sono i giovani corsisti, sia in corso che fuori, sia ex fieri e delusi che pentiti. In bocca al lupo ragazzi.

  10. Alessandro scrive:

    Buon giorno,
    sono il responsabile di redazione del magazine Cinequanon online.
    Abbiamo letto il carteggio e pensiamo di pubblicarlo. Per completezza ci piacerebbe però avere anche la lettera inviata dai sei studenti in questione.
    redazione@cinequanon.it

  11. Andrea Cortesi scrive:

    Caro Danny su una classe di otto … sei che lasciano sono la maggioranza direi. Anzi due che rimangono sono la giustificazione perché il corso continui… così come impostato. Se eravate otto su otto di certo la cosa avrebbe preso bene altre direzioni. Danny visto che sei rimasto folgorato dalla parabola del “ sandalo” , che hai avuto la fortuna di sentirla dal vivo (non solo scritta giusto?) mi piacerebbe chebla spiegassi…grazie.

  12. Ivan Monterosso scrive:

    Salve Alessandro Rossetto, sono colui che ha provocato l’indignazione dei vertici palermitani (e non solo) del CSC per aver apostrofato come eroico il gesto di ribellione dei 6 allievi (a prescindere da Torti o ragioni) in un commento nella lettera aperta che ormai qui è stata rimossa. L’indignazione (sostengono) l’avrei provocata perché ho scritto quella frase “Senza ascoltare l’altra campana”. Ma secondo me è la posizione pro-ribellione in sé ad esser stata particolarmente sgradita, al punto da comunicarmi la fine dei rapporti di collaborazione con il centro.
    Io vorrei ringraziarla pubblicamente per essersi esposto in modo altrettanto pubblico e aver confermato praticamente al 99% quello che gli allievi hanno detto e anche replicato dopo prevedibili accuse nei confronti delle loro dichiarazioni. Soprattutto per il grado della sua posizione, ciò che ha esposto ha un imponente valore. Grazie.

  13. Andrea Cortesi scrive:

    Ivan Monterosso sono senza parole. Mi spiace…da spettatore e da cittadino ( visto che il CSC è pubblic.o …) . Sulla questione più che ombre pesano macigni.
    E in una struttura pubblica di eccellenza nazionale non è tollerabile. Non sei certo tu quello con cui il CSC deve interrompere i rapporti.

  14. ivan monterosso scrive:

    Andrea, grazie per il supporto, anzi volevo contattare proprio te, sul commento fatto nell’articolo con la lettera di Scimeca, proprio perché avevi ribattuto la sua nota polemica. Comunque, sapevo che sarei andato incontro a qualche ritorsione, era ahimè prevedibile, se ne vedono fin troppe da risultare una quotidianità, e di atti di ribellione se ne vedono troppo pochi. Io del resto non ero una figura didattica di punta, né ho mai preteso di esserlo. Ma La storia è lunga. E l’attenzione qui va dedicata agli allievi.
    Un saluto.

  15. Diana Ragone scrive:

    Sono la mamma di uno dei sei allievi e tengo a precisare in questo contesto che noi genitori oltre ad essere molto orgogliosi della loro presa di posizione siamo intenzionati ad invogliarli affinché continuino la battaglia intrapresa

  16. knowingwhoyouare scrive:

    Chiedo conferma di ciò che ha scritto Andrea Cortesi: è vero che Pasquale Scimeca ha minacciato di querelare minima&moralia se non avesse rimosso la lettera degli studenti?
    Mi sembra un particolare importante.

  17. Andrea Cortesi scrive:

    … non è affatto un particolare… è sostanziale direi.
    E non fa altro che avvalorare le motivazioni dei ragazzzi. Fra l’altro se dicevano cose o fatti non rispondenti al vero, punto per punto Scimeca poteva dare giustamente la sua visione dei fatti. Invece no.
    Fatta togliere la lettera. Messo il suo intervento ( che non risponde a nessuna delle problematiche poste dagli allievi)… e “ epurato “ dal CSC il sig.Ivan Monterosso che su questo blog aveva espresso solidarietà ai ragazzi…

  18. knowingwhoyouare scrive:

    @Andrea Cortesi
    Certo, sono d’accordo con te.
    Ma sai per certo che PS ha minacciato querela o lo presumi?

  19. Andrea Cortesi scrive:

    Knowing : Per Certo.

  20. knowingwhoyouare scrive:

    @Andrea Cortesi
    Grazie.
    Una querela -fondata o meno- comporta sempre un danno economico: la causa dura anni, e anche se il querelato vince è raro che sia risarcito; una testata che non ha grosse risorse può essere costretta a chiudere, per una querela.
    Insomma per un sito come questo una querela sarebbe molto pesante: non mi sembra sportivo stigmatizzare i redattori perché hanno cancellato la lettera degli studenti.
    In merito alla polemica in sé, istintivamente sono portato a prendere le parti degli studenti: ma non conoscendo le circostanze il mio sarebbe un po’ un partito preso.
    Senz’altro è grave che l’intervento di Scimeca esprima un’idea così arcaica dell’insegnamento, che ricorra a quella specie di parabola imbarazzante; ed è desolante constatare che si può dirigere una scuola prestigiosa pur avendo una cultura ferma a mezzo secolo fa, i cui unici riferimenti contemporanei sono Matrix e Papa Francesco.
    Occorre osservare però che il CSC è tanto prestigioso quanto è organico al sistema del cinema italiano: mi sembra impossibile discutere la qualità della formazione degli studenti senza prendere in considerazione il clima corporativo che governa il mercato in cui dovranno lavorare.

  21. serena scrive:

    Scimeca è uno dei miei autori preferiti! anche io manco di riferimenti nel contemporaneo, si vede. sono molto addolorata per questa vicenda.

  22. knowingwhoyouare scrive:

    @Serena
    I nomi citati da Scimeca appartengono a un passato forse imprescindibile ma remoto.
    Glauber Rocha è morto nel 1981, Rossellini è morto nel 1977.
    De Seta è stato attivo fino ai primi anni 70.
    Cent’anni di solitudine è del 1967; La terra trema del 1948.
    Dopo è solo un caos alla Matrix (un film del 1999), dove l’unico avvenimento degno di nota è “il pontificato rivoluzionario di Papa Francesco”.
    Tra l’altro si legge tra le righe che dopo quei mostri sacri il CSC non ha formato nessun autore degno di nota.
    Dispiace vedere che il direttore della scuola più importante d’Italia è fermo agli anni 60: anche perché questo è un atteggiamento culturale diffuso, e purtroppo molto influente.
    Capisco la tua ironia, e non intendevo tirare in ballo l’opera di Scimeca, che non è l’argomento della discussione; tuttavia credo che un ruolo di tale responsabilità richieda una preparazione maggiore della nostra, che siamo semplici spettatori di film.

  23. Serena scrive:

    l’opera non sarà in discussione ma i giudizi che ho letto, gettavano un’ombra assurda sull’autore come se si trattasse di un imbonitore (pro domo sua?). Le cose che ha scritto Scimeca, la novella che ha trascritto, secondo me vanno intese letteralmente con l’amarezza e la disperazione (dissociazione?) Che ne conseguono. Fare un lavoro di tipo culturale nel luogo in cui si vive, uno qualsiasi d’Italia, non sarà uno scherzo specie se ci si rifiuta di essere provinciali e istituzionali oppure di ostentare curricula “di grido”. Mi scuso per avere divagato e spero ci sarà un tempo in cui le cose potranno essere viste in maniera differente. Serena

  24. db scrive:

    un paio di considerazioni nella speranza di essere smentito:

    – l’oscuramento attuato dalla redazione della lettera degli studenti è dovuto a una diffida di querela da parte di scimeca.

    – se scimeca ha diffidato la redazione, a maggior ragione avrà diffidato al contempo gli studenti.

    – l’oscuramento della lettera da parte della redazione e le scuse contrite degli studenti non esimono il diffidante dal querelare né tantomeno lo obbligano a cessare dall’atto minacciato.

    – in altri termini, redazione e studenti restano sotto minaccia esattamente quanto prima.

    – la (minaccia di) querela dura tre mesi dal fatto se essa è in ambito penale, senza termini se in civile.

    – come noto, berlusconi più di vent’anni fa ha inaugurato la moda del civile, assai più redditizia: si chiedono danni stratosferici per lesione dell’immagine et similia, e l’imputato dovrà spendere tempo, soldi e nervi nel tunnel di una sentenza che non arriva e che comunque sarà in balia di fattori kafkianamente imperscrutabili.

    – in ambito civile infine, non vale la prescrizione.

  25. knowingwhoyouare scrive:

    @Serena
    Grazie della tua risposta.
    Non penso che tu abbia divagato. La durezza di certi commenti che di quando in quando leggo su internet mette a disagio anche me; e trovo inquietante il continuo ricorso a metafore semi-belliche (eroi, battaglia) riferite a chi compie un atto politico, o una scelta di vita: nel nostro tempo anche i malati sono definiti guerrieri.
    Però ti faccio notare che qui è stata contestata la condotta di Scimeca in ragione del suo ruolo; non è stata spesa una parola sulla sua opera, né sulla persona.
    Far rimuovere la lettera degli studenti dietro minaccia di querela è un gesto autoritario, e mi sembra giusto criticarlo: soprattutto se poi ci si serve dello stesso spazio per pubblicare una lettera aperta, che per di più elude le ragioni della polemica.
    Queste ragioni hanno a che fare con una decisione (la modifica del programma didattico e il taglio dei fondi) che alcuni hanno considerato infelice e soprattutto arbitraria: stando a ciò che leggo qui, Scimeca mi sembra rivendicare il diritto a questo arbitrio. Da cui l’apologo dei chiodi.
    Avrebbe potuto citare Diario di un maestro, visto che ha fatto il nome di De Seta.
    Avrebbe potuto citare Karate Kid (dai la cera, togli la cera), o Yoda di Guerre stellari.
    Mi pare significativo che invece trovi le sue conferme in una morale così oscurantista; da qui a dire che le donne devono stare in cucina per me il passo è breve.
    Non so cosa intendi con “curricula di grido”, ma dal mio punto di vista la lettera di Scimeca suona istituzionale nel senso peggiore del termine; e dal mio punto di vista identificare la Sicilia con Verga e il verismo in effetti è un po’ provinciale.
    Dico con questo con una certa delusione: Scimeca ha partecipato ai film sul G8 di Genova, non mi aspettavo un atteggiamento tanto paternalistico da parte sua e tutto sommato ne sono dispiaciuto. Alessandro Rossetto usa un tono molto diverso.

  26. serena scrive:

    Grazie a te knowingwhoyouare specie per la tua gentilezza. io intendevo come è difficile accreditarsi – e lavorare – come operatore culturale specialmente nei delicatissimi tristi tropici svelati e contaminati dallo sguardo dell’antropologo. Scimeca, Winspeare, Maresco sono autori che seguo (da lontano!) sempre con ammirazione e preoccupazione (ce la faranno, a reggere?)

  27. knowingwhoyouare scrive:

    @db
    Vero.
    Immagino che il sito abbia ricevuto una diffida: la diffida di per sé non ha valore; ma certifica la data in cui la vittima è venuta a conoscenza del reato.
    Se la vittima decide per la causa penale (e per la Cassazione anche un insulto su Facebook è una diffamazione aggravata, punibile con il carcere) ha tre mesi di tempo per farlo; se invece decide per la causa civile (danni patrimoniali e non patrimoniali) ha cinque anni di tempo per chiedere il risarcimento.
    Una scelta non esclude l’altra: se il querelato viene assolto dall’accusa di diffamazione, nulla vieta di fargli nuovamente causa per risarcimento danni; cioè chi riceve una querela può vedersi costretto ad affrontare due processi, uno penale e uno civile.
    Secondo le statistiche è poco probabile che si venga condannati a seguito di querele simili; ma è anche meno probabile che chi ne esce pulito recuperi le spese legali: dovrebbe provare la “temerearietà” (la malafede) della querela ricevuta, il che è possibile solo con un terzo processo penale.
    In pratica, anche se la querela risulta infondata, il querelante comunque non viene sanzionato; in altri Paesi il querelante deve versare una cauzione prima del processo: se perde la causa, la cauzione risarcisce l’imputato querelato ingiustamente.
    Teniamo presente che in una causa di risarcimento danni la parcella di un avvocato si aggira tra il 20 e il 25% della cifra richiesta dal querelante: quindi se io ti cito in giudizio e chiedo 100,000 euro di danni di immagine, il tuo avvocato ne vuole 20,000 per difenderti.
    Insomma sì, una querela è una bella rogna.

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