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C’era una volta la storia dell’arte

giudizio_universale_anima_dannata_particolareQuesto articolo è uscito su La Repubblica. (Nell’immagine, particolare dal Giudizio Universale di Michelangelo Buonarroti)

«Un impegno mantenuto e una scelta di civiltà: il ritorno della storia dell’arte e della musica nelle scuole», ha annunciato il ministro per i Beni culturali Dario Franceschini. Ma in questi giorni un vasto movimento di insegnanti di storia dell’arte si chiede se le cose stiano davvero così: e a leggere il disegno di legge sulla cosiddetta Buona Scuola lo scetticismo appare del tutto fondato.

Nel testo, infatti, non si parla mai di un insegnamento curricolare di ‘storia dell’arte’, ma genericamente di «potenziamento delle competenze nella musica e nell’arte» e di «alfabetizzazione all’arte, alle tecniche e ai media di produzione e diffusione delle immagini». Cioè: non si studieranno Giotto e Caravaggio come si studiano Dante e Galileo, ma ci sarà una infarinatura di «immagini», fossero pure quelle dei cartelloni pubblicitari. Insomma, siamo di fronte al rischio concreto dell’ennesima espulsione del metodo critico della storia dalla scuola italiana: nell’età del presentismo non c’è spazio per la «scienza degli uomini nel tempo» (Marc Bloch), nel paese dell’esasperato storytelling politico non c’è spazio per il vitale antidoto della storia.

E c’è ancora di peggio: l’abbandono della ‘storia dell’arte’ come materia potrebbe essere funzionale ad un collocamento della cosiddetta ‘immagine’ nelle ore aggiuntive e facoltative, e ad un suo insegnamento indiscriminatamente aperto a docenti di ‘materie umanistiche’. Se, alla fine, la Buona Scuola partorisse un simile mostro sarebbe davvero la fine di una qualunque educazione storica al patrimonio culturale.

I dubbi si aggravano quando si legge il documento illustrativo del governo, appropriatamente aperto da una copertina, rosa shocking, impaginata come una confezione di caramelle. È un testo di una rozzezza culturale imbarazzante, le cui parole chiave – ripetute a mo’ di mantra – sono ‘creatività’ e ‘bellezza’. Una usurata retorica da imbonitori che annuncia di voler «formare giovani capaci di ripartire dal Made in Italy», per metterli in grado – non già di conoscere e comprendere, o magari di «amare» (come ha detto il presidente Sergio Mattarella nel suo discorso di insediamento) – ma di «valorizzare le nostre meraviglie artistiche all’interno dell’offerta turistica, anche scegliendo strade imprenditoriali». Dentro questo ‘avviamento all’impresa’ (anzi, alla triste rendita del petrolio d’Italia) di stampo ultraberlusconiano, c’è evidentemente poco spazio per la ‘storia dell’arte’. E infatti l’entusiastico motto è: «riportiamo la creatività in classe».

Come nel caso dello Sblocca Italia, anche nella Buona Scuola non si salta coraggiosamente verso un futuro lontano, ma si riscaldano formule vecchie, logore, fallimentari. Tanto che la miglior diagnosi è quella che Giulio Carlo Argan  emise nel 1972: «La storia dell’arte è materia storica e la cosiddetta classe dirigente, che la scuola dovrebbe formare, ha più bisogno di coscienza storica, che di talenti creativi. Che l’attuale ne sia sprovveduta si vede dal modo con cui ha vergognosamente dilapidato il patrimonio  artistico di cui ora, affinché seguiti a farne scempi senza scrupoli e rimorsi, si progetta di sopprimere lo studio. La borghesia vuole che i suoi figli seguitino come i padri a inquinare allegramente mari e fiumi, a speculare rapacemente sul suolo delle città e delle campagne, a esportare impunemente capolavori nel baule della fuoriserie. A questo la riduzione della storia dell’arte nella scuola secondaria serve egregiamente».

Siamo sempre fermi lì: da questo punto di vista (ma, temo, non solo da questo) la Buona Scuola, oltre che sbagliata, è vecchia decrepita.

Tomaso Montanari (1971), storico dell’arte, ha pubblicato per Einaudi i saggi A cosa serve Michelangelo e Il barocco; per Skira, il pamphlet La madre di Caravaggio è sempre incinta. È editorialista per la Repubblica. Con minimum fax ha pubblicato Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane (2013) e Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà (2014).
Commenti
4 Commenti a “C’era una volta la storia dell’arte”
  1. lo scorfano scrive:

    E’ saltato l’autore della frase citata in chiusura (è G.C.Argan): così purtroppo si capisce poco del finale.

  2. minima&moralia scrive:

    @lo scorfano: grazie davvero.

  3. anna scrive:

    Tristissimo.
    Perché gli studenti di siffatta scuola diventeranno magari giornalisti, scrittori, filosofi: membri insomma a tutti gli effetti di una vera e propria élite intellettuale ulteriormente azzoppata.
    E sarà così che, dopo essere stato l’unico Paese al mondo nel quale si può essere considerati colti senza avere la minima idea di chi sia stato Claudio Monteverdi, saremo anche quello in cui si può essere considerati colti senza avere la minima idea di chi sia stato Michelangelo Buonarroti.

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