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Cercare, sempre, l’umanità: intervista a Etgar Keret

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Questo articolo è uscito sul dorso toscano del Corriere della Sera, che ringraziamo.

Etgar Keret, tra i maggiori scrittori israeliani, dopo la finale al Premio Von Rezzori 2013 con All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli), e nuovamente uscito per Feltrinelli l’anno scorso con Sette anni di felicità, è tornato al premio, incaricato stavolta della tradizionale lectio magistralis:
”Amo molto venire in Italia, questa volta prima di venire a Firenze sono stato a Torino, Ancona, Lucca… Mi sento a casa perché il clima è simile a Israele ma allo stesso tempo vivo esperienze nuove. Così ho accettato subito l’invito a fare questo intervento, anche perché partendo dalla mia esperienza forse posso dire qualcosa sul ruolo che la lettura e la scrittura, e più in generale le storie, possono avere sulla vita di una persona.’’

‘‘La mia famiglia è composta da sopravvissuti all’Olocausto: i miei genitori erano ragazzini durante l’avvento del nazismo e poi durante la guerra e non avevano libri – erano sempre in fuga – così i loro genitori gli raccontavano delle storie. Allo stesso modo loro le hanno raccontate a noi figli. Mia madre ce ne raccontava sempre una nuova prima di metterci a letto. Quando però lavorava, o era malata, noi la storia la volevamo lo stesso, così toccava a nostro padre.’’

‘‘Solo che lui non aveva quel talento, non gli venivano proprio. Propose di leggercele dai libri ma ci rifiutammo categoricamente. Alla fine l’unico modo che ebbe per cavarsela fu di raccontare storie che gli erano capitate veramente. Si trattava di storie con personaggi loschi: mafiosi, prostitute e alcolisti, gente che faceva cose anche sbagliate, ma che aveva le sue ragioni profonde e una sua umanità. Mi chiederai: come mai storie del genere? Perché quando la guerra era appena finita, mio padre finì a Reggio Calabria a comprare armi per conto degli alleati e quindi ebbe a che fare con il sottobosco criminale di allora. Un sottobosco che però, rispetto ai nazisti da cui aveva dovuto fuggire fino a quel momento, era un panorama umano fantastico. Gente per bene, anzi straordinaria!’’

‘‘Questo però ai tempi non lo sapevo, e mio padre edulcorava un po’ tutto, proprio perché ero piccolo: quando chiedevo cos’era un alcolista, mi diceva ‘un tizio che per un problema fisiologico più liquidi beve, più è felice’; quando chiedevo cos’era una prostituta, mi diceva ‘una signora che si fa pagare per ascoltare i problemi altrui’; un mafiosSette-anni-di-felicitao diventava ‘uno che riscuote l’affitto anche per case non sue’… Così il mio sogno diventò quello di fare il mafioso, o di prostituirmi o diventare un alcolista, o le tre cose insieme…”

‘‘Quando diventai grande e capii, ne chiesi conto a mio padre: ‘perché mi hai raccontato cose così poco adatte a un bambino?’ Sai cosa mi rispose? Disse: ‘Come sai, io non sono bravo a inventare. Allora dovevo raccontarti cose mie. Ma la mia infanzia era troppo orribile: potevo forse raccontarti di quando per salvarmi la vita dovetti rimanere nascosto in un buco in terra per due anni, o di quando torturarono a morte mia sorella? Così ti ho raccontato del primo periodo in vita mia in cui ho incontrato dell’umanità.’ È per questo che non mi piace scrivere storie nichiliste o che giocano con la misantropia. Credo che si debba, sempre, cercare l’umanità che sta in fondo a tutte le vicende. Un’altra volta, mio padre mi raccontò che la cosa di cui andava più orgoglioso era di aver partecipato a varie guerre ma essere riuscito a non far mai male a nessuno. Lì per lì rimasi un po’ deluso: come, vai a fare la guerra e poi non ammazzi nessuno? Anche la bellezza di quella lezione ci ho messo diversi anni a comprenderla, ma oggi la porto con me e cerco, nel mio piccolo, di applicarla alla mia attività di scrittore.”

”Dalle storie di mia madre e di mio padre ho avuto anche le prime lezioni su fiction e non fiction. Mia madre era la prima, mio padre la seconda: per questo forse per me la fiction è sempre qualcosa di molto reale. Pensa che quando proposi i miei primi racconti a un editor, quello mi disse ‘mi piacciono, sono grotteschi’ e io mi infuriai moltissimo: erano storie su di me, la mia famiglia e la mia fidanzata! Ti piacerebbe se ti dicessi che tua moglie è grottesca? Ai tempi neanche realizzavo quanto in realtà la mia scrittura fosse allegorica, a me sembrava tutto vero.’’

”La mkeretia scrittura è anche generalmente percepita come basata sullo humour, e mi va bene essere considerato uno scrittore umoristico – di fatto lo sono – ma è essenziale ribadire che ci sono due tipi di humor. Uno è quello che ti vuole far ridere. Come dice mio figlio, è qualcosa di molto simile al solletico sotto le ascelle. Ridere, fa ridere: ma è una reazione meccanica. L’altro, e più interessante, è quello in cui le risate sono un effetto secondario. Il paracadute che ti impedisce di diventare bilioso o troppo amaro o troppo triste, o magari addirittura cattivo. A volte il miglior humor si manifesta quando ti arriva addosso un momento abbastanza intenso da essere travolgente, e allora si ride per salvarsi. La forma breve è particolarmente adatta a creare situazioni di entrambi i tipi, ma io preferisco senz’altro la seconda.’’

”So che in Italia i racconti sono una categoria editorialmente un po’ negletta, e gli autori che lavorano con la forma breve faticano di più a pubblicare, ma, ti dirò, è una situazione non è dissimile da quella israeliana, e anche americana, nonostante siano paesi con una grande tradizione nel racconto. Il pregiudizio è universale. Pensa a un dato: di solito negli USA il primo libro di tutti gli autori è di racconti, perché cominciano a pubblicare sulle riviste e poi raccolgono in volume tale produzione. Poi fanno tutti un romanzo. A quel punto, se hanno successo, non tornano mai indietro. Sempre e solo romanzi. È un peccato. Il racconto è una cosa diversa dal romanzo quanto lo è la poesia, e non è meno grande: vogliamo dire che i racconti di Kafka sono peggio di Moby Dick? Si è diffusa l’idea che i libri di racconti vendono meno, ma la verità è che il mondo editoriale, a lungo andare, ha sviluppato una sorta di profezia che si autoavvera: non ci punta molto, non li manda ai premi, ne tira meno copie, e il risultato è che i romanzi diventano per forza più preminenti e quindi quello che la gente di talento punta più spesso a fare. Il cambiamento deve arrivare dal mondo editoriale.’’

[qui l’intervista a Etgar Keret sul suo metodo di scrittura]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari (RGB 2007, poi Voland 2013), ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), Terra ignota e Terra ignota 2 (Mondadori 2013 e 2014), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega). È fondatore del progetto SIC – Scrittura Industriale Collettiva (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche un racconto nell’antologia L’età della febbre (2015). Dal 2013 dirige la narrativa di Tunué. Scrive sulle pagine culturali del Corriere della Sera e sul Corriere Fiorentino.
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  1. […] Keret, intervistato da Vanni Santoni in Cercare, sempre, l’umanità, dorso toscano del Corriere della Sera, tramite minima&moralia. La foto viene da […]

  2. […] questa mia intervista a Etgar Keret, maestro israeliano del racconto […]



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