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Cercavo di ammazzare il tempo come potevo

di Giulia Seri

Avrei voluto parlarle o quanto meno vederla in faccia, ma non avevo idea di dove andare a pescarla. Non ero padrona di gestire il mio tempo e incapace di trovare l’appiglio dal quale risollevarmi. Le dicerie sul mio conto non si erano arrestate: si diffondevano sotterranee tra i sussurri metropolitani e le ultime pagine delle riviste di gossip. Avevo smesso di occuparmi dei mezzi di informazione al punto da restare all’oscuro di quanto accadeva nel mondo. Avevo l’impressione che la terra avesse smesso di girare e che l’umanità intera fosse inchiodata davanti a uno schermo dove veniva proiettato quel video senza possibilità di fuga né di redenzione.

Cercavo di ammazzare il tempo come potevo e per liberare la mente ogni tanto facevo qualche schizzo. Iniziavo col disegnare dei fiori, ma quando finivo non saprei dire cosa ci fosse raffigurato: dei tratti confusi che si attorcigliavano in una spirale di cui non si vedeva la fine. Ne facevo diversi, li impilavo nel secondo cassetto sotto alla tv in cucina e poi tornavo al tavolo per risolvere un cruciverba; ma il più delle volte finivo per copiare le lettere nelle caselle dopo aver letto le soluzioni rigirate a fondo pagina.

Quando mi annoiavo iniziavo a pulire il pavimento. Negli ultimi tempi la casa si era riempita di ragni e un giorno mentre spazzavo a terra trovai diverse bestiacce. Se ne stavano sulla parete in soggiorno, nel lavandino in bagno o a terra accanto allo stipite della finestra. Appena ne scorgevo una mi avvicinavo: erano della dimensione di una mandorla e dopo aver osservato per un po’ le zampette che si dimenavano, le accompagnavo al suolo con la scopa e con qualche colpo secco di paletta le spappolavo. Me ne andavo in giro con lo sguardo vigile attenta a stanarne altre; ce n’erano troppe ed ero convinta che ce ne fossero centinaia a popolare i mattoni al di là dell’intonaco.

Una mattina le sentii muoversi dentro la parete, stridulavano e sfregavano le zampe in continuazione. C’era un rumore assordante nell’appartamento e per quanto battessi i pugni contro il muro quelle continuavano il fracasso come fossero in preda al panico.

Aprii la finestra e mi sporsi fuori, ma il suono di quelle blatte mi era entrato nel cervello. Se muovevo la testa dandomi qualche colpo con il palmo della mano il baccano cessava, ma ricominciava non appena mi arrestavo. Era mattina presto, presi la sciarpa di fresco lana e la stesi in aria, poi la feci passare dietro alle spalle e adagiai buona parte della stoffa sul capo per coprirmi le orecchie. I drappi davanti mi avvolgevano il collo fasciandomi appena il petto, mentre a lato il tessuto mi incorniciava il volto. Indossai il soprabito écru, infilai gli occhiali da sole e aprii la porta d’ingresso. Il rumore non si era attenuato che di un filo. Prima di mettere piede fuori di casa mi guardai attorno: il cortile era silenzioso e per fortuna non scorsi nessuno nei paraggi.

Mi feci coraggio e varcai la soglia, poi chiusi la porta alle mie spalle, scesi le scale e mi ritrovai nel cortile interno. Le piante erano cresciute da quando ero andata a vivere lì: l’edera rampicante ora si avvinghiava ai davanzali delle finestre agli ultimi piani e il ficus benjamin mi aveva superata di qualche centimetro. Infilai le mani nelle tasche dell’impermeabile e con un calcio sollevai un po’ di ghiaia. Poi mi raddrizzai gli occhiali da sole sul naso e mi diressi verso la cancellata. Premetti il pulsante e il rumore di apertura del cancello mi rimbombò nella testa come il frinire di mille cicale: mi sorressi al metallo scuro, scostai l’inferriata e guardai fuori in cerca di aiuto; oltre la strada c’erano solo dei cassonetti ricolmi di immondizia e poco distante un clochard tra gli stracci. Pensai che con tutti i problemi che aveva non si sarebbe dato pena per me, così alzai una gamba e con passo malfermo uscii sul marciapiede.

Mi volsi attorno e poi mi girai per guardarmi alle spalle. Non succedeva nulla che non fosse nella mia mente. Solo di tanto in tanto il plotone di insetti che sciamavano all’impazzata da un orecchio all’altro veniva interrotto dallo stridio dei gabbiani: a stormi volavano a mezzo cielo, talvolta nascondendosi tra le nuvole o dietro il profilo di qualche palazzo.

Allentai un po’ la sciarpa, facendo pressione dall’interno con l’indice, e abbassai leggermente la cerniera della giacca. L’aria frizzante mi schiarì le narici mentre il calore del sole mi intiepidiva la pelle. Attraversai le vie residenziali buttando di volta in volta uno sguardo nelle finestre dei primi piani che si affacciavano sul passaggio pedonale. Vidi una donna imboccare un bambino, una vecchia che armeggiava con ferri e cotone e due adolescenti che giocavano con una playstation. Passeggiai a lungo, non saprei dire neanch’io per quanto. Camminai ovunque, in ogni angolo dei vicoli stretti e tra le svolte della città, mi spinsi nella vicina periferia ma più mi affannavo e meno arrivavo al punto. Volevo farmi coraggio e domandare ai passanti se avessero visto aggirarsi per strada una tizia del tutto simile a me, ma subito me li vedevo che corrugavano l’espressione e si allontanavano in fretta bofonchiando qualcosa. Rientrai a notte fonda, esausta, ma ottenni che anche le blatte perdessero la loro furia.

Andai avanti in quella condizione per un po’, fino a un pomeriggio d’autunno inoltrato. Il sole calava ancora a tarda ora, ma l’aria si era rinfrescata e l’estate era ormai finita da un pezzo. Io avevo sempre meno forze. Mangiavo qualche frullato con quello che ci metteva dentro Diego, non leggevo e parlavo il minimo indispensabile – per chiedergli una pezza pulita da mettermi in testa o per domandargli se la gente commentasse ancora la faccenda. Tentai di capire se conoscesse l’attrice che aveva messo in piedi quel teatro, lui mi dava della pazza e se ne andava mentre alzava le spalle senza aggiungere altro. Alle volte sembrava dubitare, ma presto tornava sui suoi passi: era testardo e ostinato e quando si metteva in testa qualcosa era capace di negare l’evidenza pur di non contraddirsi; per lui non esisteva nessun’altra persona o abile contraffazione, punto e basta.

Quel giorno aveva detto che sarebbe rientrato poco prima di cena e quando arrivò, con una decina di minuti di ritardo, entrando disse che era stata una giornata infernale. Aveva dovuto lavorare il doppio per compensare l’assenza di un operaio che, a suo dire, si era finto malato; come se non bastasse in mattinata si era guastata la corrente, così aveva dovuto aspettare non si sa quante ore prima che i macchinari venissero messi di nuovo in moto.

Io gli rivolsi velocemente lo sguardo, lo salutai e poi ristetti sull’uscio di casa a guardare fuori attraverso la porta socchiusa. Oltre la recinzione del balcone si vedevano le abitazioni di fronte e al di là di quelle il cielo che imbruniva. Spinsi in avanti la porta e adagio andai in terrazza. Guardai da un lato e dall’altro: intravidi solo le bouganville sfiorite in lontananza. Feci qualche passo e mi sporsi dalla ringhiera, poi posai le mani sulla griglia e strinsi il ferro.

Quando tornava tardi era sempre di cattivo umore. Parlava ad alta voce, ma il più delle volte credo che non si rivolgesse a me. Andava in camera da letto per cambiarsi, lasciava i vestiti macchiati sul pavimento e poi si metteva a fare qualcosa con le fotografie. Quella sera lo sentii trafficare in cucina: apriva pensili e spostava stoviglie; poi non ne udii più i passi: si doveva essere allontanato. Scossi la testa, mi aggrappai con forza alla staccionata e feci presa sulla struttura. Era un cancelletto sottile, ma sembrava ben saldo. Mi sollevai sulle punte dei piedi e allungai una gamba. La sollevai in aria e in un gesto privo di grazia la portai dall’altro lato della recinzione. Quando posai il piede pensai che la palizzata non doveva essere alta o forse le mie gambe erano abbastanza lunghe da permettermi di restarci a cavallo. Non saprei dire cosa stessi facendo: avevo bisogno di allontanarmi da lui e allo stesso tempo volevo che mi abbracciasse. Ero confusa e forse pensavo che un’emozione forte avrebbe resettato tutto ciò che era successo, un po’ come la scossa elettrica che rimette in sesto i nervi del paziente.

Ero assorta nei miei pensieri e cercavo di tenere a bada gli insetti quando udii Diego che mi domandava dove avessi infilato la pentola d’acciaio, quella grande, dove mettevamo a bollire l’acqua per cuocere la pasta. Allungai l’orecchio verso l’interno, poi feci un respiro profondo e spostai i capelli dalla fronte. Non ricordavo dove fosse, forse nel pensile accanto alle posate. Non risposi e sollevai l’altra gamba. Per un istante barcollai e dovetti accentuare la presa delle mani per non cadere, ma riuscii a non perdere l’equilibrio e mi ritrovai dall’altro lato dell’inferriata.

Un rumore secco e assordante mi provocò un sussulto. Doveva essergli caduto qualcosa, forse la scopa o un piatto. Lo sentii urlare, imprecare, ma ancora una volta non gli diedi retta. Ci misi qualche istante e poco dopo ero rivolta verso l’esterno. Vedevo il cortile del palazzo, il passaggio pedonale che portava alle pattumiere comuni e infine le porzioni di prato dietro il recinto: non avevo corso, ma percepivo l’affanno. Mi sentivo strana, come se mi fossi estraniata dal corpo e quella appesa al balcone non fossi io. Restai immobile per qualche istante finché il battito cardiaco non divenne regolare, allora ripresi a respirare lasciando che l’ossigeno mi pulisse i pensieri. Attorno a me le chiome dei mandorli ondeggiavano scosse dalle folate di vento e di tanto in tanto si udiva un vociare lontano.

Non avevo paura, anzi, mi sentivo a mio agio sospesa tra il cornicione e il vuoto; allungavo lo sguardo verso il basso e dopo aver osservato i ciottoli a terra lasciavo che i capelli mi coprissero la vista, poi raddrizzavo la schiena e mentre stringevo la presa soffiavo in alto per spostarli via: il tramonto al crepuscolo mi rasserenava.

***

Giulia Seri è nata a Civitanova Marche nel 1984. Sotto il suo occhio” è il suo primo romanzo

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