Aldo-Busi

Cerco editore per non scrivere – Un’intervista a Aldo Busi

Ringraziamo La Lettura del Corriere della Sera per averci consentito di mettere on line quest’intervista di Cristina Taglietti a Aldo Busi uscita domenica 26 gennaio.

Segnaliamo anche con piacere il sito internet Altriabusi, curato da un gruppo di lettori di Aldo Busi allo scopo di divulgarne l’opera.

La casa di Aldo Busi a Montichiari è a ridosso di un vecchio mulino. È un’antica costruzione del Seicento su tre piani. Fuori l’intonaco è color glicine, dentro il rosa e il bianco dei muri incorniciano opere di artisti contemporanei che lo scrittore ha scelto per le copertine dei suoi libri. «Questa casa è tabù, scannatoio sessuale non lo è mai stata neppure vent’anni fa, qui io scrivo… scrivevo… e basta, non ci viene nessuno e nessuno può entrarci, a parte un mio amico d’infanzia che conosco da quando avevamo 8 anni. Bellissimo e selvaggio, nella vita ha fatto marchette, il mantenuto di anziane prostitute, il carcerato, da ex drogato è sieropositivo da un quarto di secolo, ed è sopravvissuto persino a Berlusconi. Proprio ieri è venuto a dirmi che ha un cancro con la leggerezza con cui mi avrebbe comunicato che gli è spuntato il primo prezzemolo nel vaso in terrazza. Morirò prima io, lo sento, e sono felice per lui, ha talmente più voglia di vivere di me. E poi qui viene il fisioterapista, un signore perbene, discreto, onesto, una sfinge dal mutismo intelligente, mi rimette in sesto, mai letta una riga mia, s’è salvato. Ogni tanto prendo quattro faraone, gli butto in culo un ripieno con 25 elementi che mi porta via tutta la mattina per cucinarlo: amaretto, cacao, marmellata di mele cotogne, pinoli e la mandorla della pesca con quella punta di arsenico che dà un sapore unico, poi vado a distribuirle qui e là. Proprio come l’io narrante de El especialista de Barcelona. Stanotte ho fatto tre vaschette di lasagne, con il sugo di tre ore di cottura, la besciamella con la noce moscata, ne ho data una anche al fisioterapista, per fine settimana gli darò il baccalà alla vicentina. Io ci ho fatto colazione, con le lasagne. Buonissime». 

Sul bordo di alcune tele in cucina e sullo sportello del frigo ci sono foto di persone care, ma un patto cui è stato obbligato se non voleva perderle stabilisce che non ne parlerà mai più in alcun modo. «Infine, è l’unico compromesso della mia vita, ed è recente: fino a dieci anni fa avrei scelto di perderle».

Il 31 dicembre è scaduto il contratto decennale di Busi con la Mondadori, il che significa che da un mese un catalogo di circa 40 libri è sul mercato. Rizzoli ne ha acquisiti otto, tra cui Seminario sulla gioventù che ad aprile compie trent’anni, ma, dice Busi, «l’Adelphi l’ha rimosso, non ne ha mai più parlato, si vede che non ne sono mai stati veramente all’altezza, e all’estero gliel’ho venduto io, non loro. Fare questo contrattino con la Rizzoli è stata una fatica: nove mesi ci sono voluti. C’è un burocratismo, una lentezza esasperante. Io capisco che stare dietro a me non è facile perché ho una capacità di azione-reazione sincronica, non eguagliabile. Devi chiedere subito, con la massima chiarezza, le cose che normalmente si dicono dopo per falso pudore: costi, percentuali, condizione dei pagamenti, promozioni, spese. D’altronde io ho sempre avuto rapporti pessimi con tutti gli editori, anche con Bompiani, Feltrinelli. Lì, con entrambi gli editori, è difficile parlare, non vengono mai al telefono, le segretarie mi dicevano sempre: è fuori. Ma come? Ci sono i cellulari dappertutto, c’è la posta elettronica. Ancora ancora m’avessero detto, guardi, è fuori di testa… Così la traduzione di Alice nel Paese delle meraviglie l’ho tolta a Feltrinelli e data a Rizzoli. Guardi, è così bella che mi spiace per gli inglesi costretti a leggerla in originale. Mi è stato offerto proprio in questi giorni di tradurre I promessi sposi, ho declinato, tanto non avevano i soldi per coprire due anni e mezzo del mio lavoro».

Il rapporto con Segrate è finito in una sorta di indifferenza reciproca: «Un giorno, poco prima della scadenza, quando mi lamentavo che i miei romanzi non si trovavano in libreria, Antonio Riccardi mi disse: insomma, te lo dico fuori dai denti, gli italiani non vogliono i tuoi libri. Mai mi è stato fatto un complimento più grande e meritato. Ancora adesso una definizione per quello che scrivo è, purtroppo per il Paese, “spiazzante”. Avrei ormai diritto al minimo sindacale in omologazione, invece niente».

Ricorda che quando firmò il contratto decennale per i titoli pregressi con Mondadori ricevette un’offerta economica da un altro editore: «Mi dava in 5 anni quello che loro mi davano in 10. Io per correttezza non ho accettato. E mi sono molto pentito, non hanno promosso i miei libri, non hanno fatto nulla. Sono stati puntualissimi nei pagamenti, ma non ho mai trovato un corrispondente intellettuale al mio livello. La verità è che io sono fuori dai loro schemi. Non c’è un progetto culturale, nessuno degli editor attuali partecipa alla dialettica politica e civile sul Paese, ovviamente anche dovuto al fatto che la proprietà è di Berlusconi. D’altronde quando la Mondadori non riesce a far proprio El especialista de Barcelona significa che è proprio morta stamperia».

Dal contratto con Rizzoli, Busi ha fatto togliere la clausola di manleva che solleva l’editore dalle conseguenze patrimoniali che potrebbero derivare dai contenuti del libro: «È una cosa che fanno tutti gli editori, ma lo scrittore che la accetta è perché scrittore non è o perché, comunque, non gli si presenterà mai questa possibilità. Non io, perché io devo rispondere all’umanità passata, presente e futura di ogni parola che scrivo e devo avere l’editore che ne risponde con me. Altrimenti vado dal tipografo di Montichiari: allora sì, poveretto, lo sollevo da ogni grana eventuale».

Libertà di dire, libertà di scrivere. Busi la rivendica come strumento fondante dell’essere scrittore e quale scopo della sua vita: «La libertà per uno scrittore è come la pialla per il falegname. Io la intendo anche come libertà da me, dalla mia ideologia, dai miei estri, dalla parte indicibile… ma non per me… di ognuno di noi. Quello che ho scritto di me, nei libri, è, in termini di cattiveria e di diffamazione in senso corrente, infinitamente superiore a quello che chiunque altro può mai sognarsi di dire. Perché io racconto anche le fantasie censurate, la zavorra dei sogni, il logorio della psiche senza oggetto a sé esterno, snido quello che attraversa la mente prima di farsi parola ufficiale. E questo non lo fa nessuno: perché lì c’è l’inferno, e io volevo banalizzarlo superandone i limiti». Ma libertà per Busi è anche poter dire quello che vuole: «È libertà di denunciare e per farlo non devi essere ricattabile. Per non essere ricattabile devi fare di te stesso un esempio civile. Nonostante le calunnie di tanti fanatici, come quelli che scrivono sul web “Busi pedofilo infame”, io sono assolutamente mondo, sono un mondo pressoché immacolato, nessuno può dire niente di me. Non è che ne vada particolarmente fiero perché sull’altro piatto della bilancia c’è il peso, o la leggerezza, e quindi l’inconsistenza sociale, di aver fatto la mia vita da solo perché la strada che ho fatto io è difficilmente praticabile con qualcun altro al fianco o per qualcun altro tout court. Sono un modello insormontabile e questo mi ha creato “solitarietà”, non solitudine. Questa casa sarebbe piena di psicopatici marchettoni di entrambi i generi, cioè di comuni italiani, se io fossi quello che chiunque pensa debba essere uno scrittore: vanesio, narcisista, egotico, uno che vuole sempre avere un pubblico».

Il suo ultimo libro, E baci, l’ha dato alla Società editoriale il Fatto («nessun editore avrebbe avuto il coraggio di pubblicarlo») insieme a Sentire le donne che proprio in questi giorni sta rivedendo e che uscirà a maggio. Ma Busi non cerca un editore, almeno non per i nuovi romanzi, dal momento che conta di non scrivere più (l’aveva annunciato anche prima de El especialista de Barcelona, più di dieci anni fa). Ma non vuole essere paragonato ad altri grandi scrittori che recentemente hanno dato l’addio al libro. «Philip Roth doveva smettere vent’anni fa. Ha scritto certe ciofeche… Fa parlare le bidelle come se fossero uscite da Harvard». Smette di scrivere perché ha scritto abbastanza: «Ho vissuto tutta la vita con questa ossessione, dodici ore al giorno a scrivere e riscrivere, mai contento di me, sono contento di essermene liberato quanto di averla avuta. Tutto il resto è stato un riempitivo. Potevo essere casto, omosessuale, eterosessuale, marzianosessuale, non contava niente. Pur di scrivere mi sono ridotto a vivere: è una grande verità. Altrimenti che racconti? Anche se la scrittura non è la sublimazione di niente. Certo, la mia è stata una vita ratée, mancata. Sul piano esistenziale non ho avuto relazioni, non ho avuto amori, non ho avuto neanche sesso, se ci rifletto, perché è stata una cosa mia, fra me e me. Piacendomi gli uomini, per trovarne uno che appagasse la mia estetica in fatto di virilità, ho dovuto ripiegare su me stesso, e non ho mai smesso di piacermi. Quando mi prendeva capriccio di un’orgia cambiavo mano».

Nessun rimpianto per non aver avuto figli: «È uno dei più certi risultati della mia vita. Ogni tanto ci sono delle matte che mi chiedono lo sperma. E lì vedi il pregiudizio genetico, lombrosiano, criminale. Siccome io rappresento un genio — e lo rappresento perché loro sono delle stupide — partono dal presupposto che da un genio debba nascere un genio, come se poi, tra gli altri accidenti, non si dovesse tener conto anche del loro disgraziato apporto». Però Busi dice di credere un po’ all’ereditarietà. «Mia madre era un genio, analfabeta, ma con una forza primordiale, e mio padre era psichicamente potente, oltre a essere stato un uomo bellissimo. Aveva un fascino maschio d’antan, ma non era un selvatico, anzi, era piuttosto sofisticato nella sua crudeltà mentale, e leggeva parecchi giornali. Avrebbe aspirato a essere un ribelle, però era un vile dentro, come tutti i fascisti diventati democristiani. Qualcosa di furioso, ma molto controllato, da lui è venuto anche a me, ma in me più una forza bruta da domare che da lasciare andare, con la ragione mi sono divertito più intensamente e a lungo».

Lo spiega mentre ci trasferiamo al ristorante Salamensa («assaggiamo questa focaccia con la mortadella, prima, sembra stupendamente antica e irrinunciabile») dove ogni tanto va a presentare i suoi libri («sono venuto anche per E baci e in cambio, a parte un compenso simbolico che è finito tutto al fisco, gli ho imposto di regalare 280 chili di pane alla Caritas, ne abbiamo seicento di stomaci non tanto sazi»). Sul piano dell’educazione Busi riconosce di dovere molto a sua madre. «Sì, perché lei ti diceva no per qualsiasi cosa. Se non avevi guadagnato da mangiare non ti accettava in casa. Da bambino, avrò avuto 7 o 8 anni, mi costringeva ad andare a rubare l’erba per i conigli. C’era una contadina con una frusta lunga, di salice piangente che ti faceva malissimo se ti trovava col sacco in mano. Dai quattro anni mia madre mi dava da ricamare, esattamente come poteva ricamare il Delfino di Francia, una cosa da maschi. Ma io ricamavo per vendere i centri. Pensare a cosa avrebbe fatto lei in certe situazioni mi ha salvato spesso, perché io ho corso tutti i pericoli, ma allora avevo le antenne, sapevo essere temerario e guardingo allo stesso tempo. Adesso le antennine contro la pugnalata alle spalle non le ho più, semmai vado incontro al pericolo perché da vecchio sono molto distratto e non so riconoscerlo, non più perché mi dilettano le situazioni estreme anche in Paesi sudamericani o australiani e gli incontri al buio anche a Lambrate come una volta. Io non ho mai rappresentato un pericolo per nessuno, sono sempre stato amorevole e pacifico erotomane, senza fantasmi cattivi da far sfogare su una vittima ignara o accondiscendente che fosse. Insomma, come amante non sono mai stato un granché, cercavo di ammazzare un po’ di tempo tra un foglio e l’altro».

Commenti
59 Commenti a “Cerco editore per non scrivere – Un’intervista a Aldo Busi”
  1. Antonio Coda scrive:

    Però: quanto è bella questa intervista? E non mi riferisco tanto al cameo fulminante sull’amico di infanzia (‘Proprio ieri è venuto a dirmi che ha un cancro con la leggerezza con cui mi avrebbe comunicato che gli è spuntato il primo prezzemolo nel vaso in terrazza.’) o alle lapidarie parole sul padre (‘Avrebbe aspirato a essere un ribelle, però era un vile dentro, come tutti i fascisti diventati democristiani’) espresse con la medesima leggerezza prezzemolina. È il tono atarassico a renderla superba: le case editrici si comportano da vigliacchette? I calunniatori imperversano impuniti per la Rete? La vita è stata una vita ratée? Essia. Intanto con la ragione si è “divertito più intensamente e a lungo” e poi c’è pur sempre la focaccia del ristorante Salamensa: “stupendamente antica e irrinunciabile”. Di tutto il dolore provato resta solo un “risolino di stupore” come da incipit de “Seminario sulla gioventù”? Oh, ma resta molto di più: resta la vendetta perfetta della letteratura, tanto più apollinea quanto più è stata (e è pronta a essere, metti che se ne presenti la necessità o anche solo un’occasione speciale) dionisiaca senza sconti: non a se stessi, quindi meno che meno agli altri.

  2. alfredo queirolo scrive:

    Mon Dieu! Pensavo di essermi liberato delle deliranti farneticazioni di Antonio Coda e invece me lo ritrovo anche qui. Ma l’avra capito che il sito altriabusi.it è stato chiuso perché ormai era diventato il Blog di Antonio Coda?

  3. Antonio Coda scrive:

    Oh, Alfredo Queirolo, come mi piacerebbe ricambiare l’agnizione! Ma, no: niente. Che amarezza (ma è la vita, anche dove non te l’aspetti: sulla Rete) la chiusura del sito. Quasi quanto la sua coniugazione verbale senza la a accentata, Queirolo: ci perde la lingua, e quindi tutti. Però su, mi dica, che ne pensa dell’intervista rilasciata da Busi? (E mi tolga un’altra curiosità: le capita mai di dirlo anche dal vivo, mon-dieu? e come reagiscono?) Saluti!

  4. Daniela scrive:

    No, davvero, Coda, lei che forse lo sa: ma perché altriabusi è stato chiuso? Era un bel sito, ma forse troppo chiuso in se stesso per sopravvivere alle durezze della Rete.

  5. Antonio Coda scrive:

    Salve Daniela, io, da lettore qualunquissimo, di Altriabusi.t so soltanto che è stato chiuso e che la cosa mi dispiace, il resto – fino a quando magari qualche addetto-ai-lavori non prova con una intervista con domanda diretta – scadrebbe nel giochino stenterello delle interpretazioni (per provarne una che tenti della pertinenza con la intervista qui riportata: se, dopo una ricca produzione letteraria come quella di Busi, ti senti dire: “insomma, te lo dico fuori dai denti, gli italiani non vogliono i tuoi libri”, secondo me un po’ di voglia di sfanculare anche chi ti legge a gratis su un sito curatissimo e tutt’altro che promozionale, viene anche ai più smaccatamente generosi; ma ripeto: è una interpretazione anche questa, e pure abbastanza sciapita). Per cui non parlerei di “sopravvivenza”: certamente dei server con un traffico in ingresso e in uscita in aumento come nel caso di altriabusi.it avranno un costo ma non penso un costo proibitivo. Si sarà trattato di una libera scelta, insindacabile in quanto tale. Un sito che chiude, per fortuna, non è una biblioteca che brucia né un catalogo consegnato all’oblio. Io, per “ripicca”, dopo la chiusura del sito ho iniziato una nuova lettura de “Sentire le donne”, dopo una tonica rilettura de “Sodomie in corpo 11”. La letterata tosta per sopravvivere ha mica bisogno dell’evanescenza della Rete. Mi scusi per le troppe parole, anche questa volta. I miei saluti.

  6. Daniela scrive:

    Certo, Antonio, la grande letteratura non ha bisogno della rete.
    La presunta voglia di sfanculare proprio non la capisco, invece. I grandissimi (come Kafka o Proust o Eliot o le sorelle Bronte – non trovo le dieresi) di queste cose se ne infischiano. Quelli molto bravi come Busi (e meno corazzati emotivamente di un Kafka, di una Emily, che non avendo corazze erano inscalfibili) capisco che accusino il colpo.

  7. Antonio Coda scrive:

    Daniela, ecco ho fatto un erroraccio: la mia “interpretazione” era più una osservazione sullo stato della ricezione dell’opera letteraria di Busi in Italia. Dubito si sia trattato di uno “sfanculare” di ritorno, la chiusura del sito le cui ragioni, ripeto, mi sono del tutto sconosciute, e se posso dirne una mia, a questo punto, li reputo anche estranei alle questioni letterarie. Ultimamente il sito subì un attacco hacker che potrebbe aver arrecato danni a dati protetti dalla privacy, chiudere il sito potrebbe essere stata una forma di premura per i suoi partecipanti, ma: faccio andare la bocca e niente più.

    Lei cita altri giganti della letteratura sui quali, come su Busi, non me la sento di entrare nel merito personale: sono tutti, e restano, dei grandi sconosciuti. Però è cosa abbastanza nota che Kafka, ai tempi di Kafka, neanche esisteva, e non perché Kafka fosse uno emotivamente corazzatissimo, forse il contrario. E anche gli altri: sono stati alle prese con epoche circondate da altri equivoci e da altre auree ammesse per lo scrittore (alle sorelle Bronte con la dieresi, poi, altro che infischiarsene loro: a fischiare sono stati i loro polmoni, poveracce). Proust è un altro che se nascesse oggi si tirerebbe dietro fischi lunghissimi, e su Eliot: cavolo, di Eliot so pochissimo, quasi meno del pochissimo che ho letto di lui, per ora.

    Chi accusa il colpo, Daniela, può essere il lettore, come me o lei, perché chi può rimanere senza Aldo Busi – senza la sua scrittura – siamo noi, mica lui.

    Il mio atteggiamento verso Aldo Busi, al di là dei giudizi di valore tramite i quali lei vorrà disporlo tra gli altri grandi scrittori di oggi fin da ieri, è lo stesso che ho verso i Kafka, i Proust e le Bronte con la dieresi: per me lui esiste perché esistono i suoi libri, il viceversa è subito pettegolezzo vanitosetto.

    Spero di non aver offerto il destro a altri fraintendimenti: tutt’al più la sinistra, che preferisco.

    Saluti!
    Coda

  8. Daniela scrive:

    Antonio, capisco. Per uscire dalle interpretazioni: non crede però che una comunicazione dei gestori del sito ai lettori sarebbe stata opportuna se non doverosa? Mi sembra cattiva educazione, verso chi ti ha seguito, chiudere i battenti dall’oggi all’oggi senza dare spiegazioni.

  9. Antonio Coda scrive:

    AmamiAlfredo, se ci mettesse po’ più d’ingegno nel farmi il filo – e stringermelo attorno al collo – potrei fare una eccezione e innamorarmi di lei e un po’ meno di me stesso per mancanza di spasimanti attorno. La smetta di far torto alla redazione di Minima&Moralia e si concentri più sui testi che selezionano e meno sui commentatori oziosi come me: altrimenti l’egolatria mi s’aggrava, mondieu. E, ammesso non glielo abbia sconsigliato lo specialista, sorrida: così magari sortirà quell’effetto intimidatorio che fin qui le è fallito completamente. Grazie per il corteggiamento, ma anche questa volta s’è fatta l’ora dei saluti. Saluti! (Però qual è il romanzo di Busi che le piace di più potrebbe dirlo, per non sembrare del tutto fuori di topica.)

  10. Antonio Coda scrive:

    Daniela: opportuna sì, doverosa no, ma: così sono andate le cose, come vanno spesso: finendo senza che a te tocchi nessuna spiegazione. Non sono assolutorio, nemmeno fatalista: soltanto troppo impegnato a non mostrare il mio, e credo allora nostro, legittimo dispiacere. Però: quello che non abbiamo saputo entro oggi, niente esclude che lo si possa sapere prima che finisca domani. Magari basterebbe domandare: se qualche redattore di Minima&Moralia volesse tentare l’impresa… Daniela, la ringrazio per le quattro chiacchiere da lettore a lettrice che mi ha concesso. I miei saluti.

  11. alfredo queirolo scrive:

    Non ci trovo nulla di strano; anzi, me lo aspettavo. Busi ha riempito migliaia di pagine di spocchia, arroganza e superomismo d’accatto (uno che si definisce “Scrittore” con la esse maiuscola e sta sempre lì a guardarsi l’ombelico è soltanto un finto progressista e un vero ducetto da strapazzo: infatti Busi non ha mai avuto lettori, solo fans): pertanto non credo che i suoi collaboratori siano da meno sul piano dell’educazione e della civiltà. L’unica “arte” busiana è quella del disprezzo e dell’offesa (ma del resto cosa ti vuoi aspettare da uno che a 66 anni sta ancora a pensare alle botte che gli dava il padre da piccolo!): non mi stupisco che piaccia tanto a gente come Coda che, si capisce lontano un anno luce, in vita sua ha letto solo Busi, un personaggio narcisista perfettamente funzionale agli ultimi quarant’anni di Società dello Spettacolo in perfetta salsa berlusconiana (eh già, cari e care, non basta dirsi antiberlusconiani se poi si adottano in pieno lo “stile” e la montatura di testa a mo’ di panna). Le uniche cose sensate su Busi e la sua cosiddetta “prosa” le ha dette qualche tempo fa Gaetano Cappelli, che non conosco come scrittore, ma che in due righe ha smascherato tutta l’ “abusività” del pubblicista monteclarense in materia di letteratura. Inoltre forse non tutti sanno che, in pochi anni di attività, la redazione di altriabusi.it ha censurato sistematicamente tutte le critiche puntuali, approfondite e ragionate ai libri di Busi: in pratica venivano pubblicati solo i commenti entusiastici e fanatici, tipo quelli di Coda, che, detto per inciso, non erano commenti ma solo allucinanti leccate di culo che mi hanno fatto temere a lungo per la sua salute mentale, tanto erano deliranti e spropositate. Per qualche tempo ho seguito il sito proprio per capire a quali livelli di contraffazione e di incultura fossero arrivate le cose letterarie nel nostro Paese, a quale grado di autoreferenzialità e di strafottenza, e devo dire che lo sguardo su tale abisso mi ha procurato più nausea e disgusto di quanto mi aspettassi. Su quel sito ho visto pestare a sangue vigliaccamente persone defunte che non avevano alcuna possibilità di replica, ho letto panegirici di Busi rivolti a se stesso indegni nella forma e nel contenuto anche del peggior saltimbanco da strada, ho assistito attonito alla distruzione della cultura umanistica a favore di un profluvio di cazzate manicomiali scritte dai soliti tre-quattro gatti di fans non lettori che si spacciavano per grandi critici e non perdevano occasione per fare a gara a chi osannava di più il loro idolo. E potrei continuare a lungo…. No, non mi dispiace che altriabusi.it abbia chiuso, così come spero abbiano chiuso per sempre tutti gli psicopatici pieni di sé che, dai tempi del Maurizio Costanzo Show ad oggi hanno devastato non solo la nostra politica, ma anche la nostra cultura, avendo come unico scopo quello di fare bella (sic!) mostra del loro piccolo ego pletorico a ogni pié sospinto. Il tempo dei pagliacci e delle pagliacciate è finito. Chiuso il sipario. E, si spera, definitivamente.

  12. Francesca Giannoccari scrive:

    Caro Alfredo,
    lei purtroppo coglie una parte del punto.
    Cioè: da una parte alcuni libri di Busi sono davvero molto belli.
    Dall’altra temo lei abbia ragione sul resto a lungo andare.

  13. Antonio Coda scrive:

    La tormentata critica – che di tutto parla, tranne che dei libri e dei romanzi di Busi anche questa volta, ma chi va a traino del carro sul quale non è mai riuscito a montare oltre il naso dei buoi e paesi suoi che ci ha posto davanti non può andare (questa frase mi è venuta di getto, perciò anche io farei fatica a comprenderla non rileggendola almeno tre o quattro volte) – di Queirolo non merita risposta, per questo gliela do lo stesso.

    Lascio da parte le sue intemerate da commentatore rifiutato, non conosco i testi che avrà provato a inviare e non posso escludere che abbiano potuto subire un trattamento ingiusto, per quanto, se il tenore assomigliava a questo dei suoi atti-di-dolore, sospetto subito che nessuno si sia perso niente. E tralascio pure la vanità del poter parlare di me, come Queirolo non riesce a smettere di fare: dice molte cose sulle sue miserie intellettuali e appena qualcuna delle mie, e le sue sono decisamente più interessanti per una psicanalisi passeggera.

    Basterebbe conservare un briciolo di lucidità per accorgersi che il sito Altriabusi.it non l’ha chiuso nessuno, che si è chiuso da solo e che comunque era un sito favorito dalla collaborazione di Aldo Busi, il quale però né lo dirigeva né aveva facoltà di decidere quale commento pubblicare o quale no, ma questi sono dettagli che potrebbero interessare a persone incuriosite dalle dinamiche di un sito a alto contenuto letterario, mica a un Queirolo condannato, da se stesso immagino, alla sua querulomania. Fargli notare che la Rete è un posto immenso dove c’è sicuramente spazio – come qui – per le critiche a Aldo Busi o al sito che si occupava di diffonderne l’opera infrangerebbe i suoi sogni da reietto (consiglio, al proposito, il sicuramente interessante saggio di cui proprio un due giorni fa è apparso qualche estratto sul sito “Le parole le cose”: “Critica della vittima” di Daniele Giglioli. Sì, ho pensato di fare il grande salto: da una vita di solo Busi, un piccolo passo verso un saggio di Giglioli, per iniziare il traumatico distacco.)

    Chiunque volesse farsi una idea non viziata dall’apocalissi culturale sventata da Alfredo Querulo nel suo civilissimo e ponderato commento, e chiunque volesse stare alla larga dalla mia lingua lunghissima che potrebbe circondarli da capo a piedi senza tralasciare nessun orifizio laido lasciato aperto oltre la bocca dei polpastrelli come nel caso del pericoloso telespettatore compulsivo del Maurizio Costanzo Show (che purtroppo io non ho mai fatto in tempo a seguire, per ragioni anagrafiche: all’epoca, all’ora della messa in onda io già ero stato mandato a dormire da un po’), può provare a leggere il libro “E baci”, nel quale sono confluiti gran parte dei testi pubblicati su Altriabusi.it. Un libro bellissimo, nonostante sia io a dirlo.

    Per il resto, le fregnacce oltre che il tono con cui le scrive di Alfredo Queirolo sono così un fedele ritratto di chi ha verso lo scrittore Aldo Busi degli irrisolti dovuti a dei suoi rancori personali oltre che ululanti, che mi piacerebbe che la redazione di Minima&Moralia le mettesse in rilievo sul sito, metti che a qualcuno prenda lo spiripizzo di fargli notare quanto abbia oltrepassato il limite non solo della legalità, una quisquilia per permalosi, ma anche del buon gusto.

    Invito Queirolo, per la sua salute non per la mia, d’imparare un cincinino di autocontrollo e di civiltà, e rinnovo i miei saluti a tutti, anche a chi ha avuto la prepotenza di voler dialogare e non di teatrare una guerra da santina. Ma certo, anche a lei Queirolo! Magari non è neppure il pericoloso squilibrato che si sforza di sembrare.

    Ci siamo già tolti fin troppo tempo e fin troppa cortese umanità.

    I miei saluti,
    Coda

  14. alfredo queirolo scrive:

    Pensavo che il tempo dei pagliacci e delle pagliacciate fosse finito, ma nel leggere l’ultimo strascico di questa stanchissima Coda (la maiuscola non è un refuso) di paglia mi devo ricredere. Il post qui sopra altro non è che l’ennesima prova della mitomania di chiara matrice televisiva che dei poveri bimbiminkia cresciuti a pane e boiate sfoggiano bellamente da parecchi anni a questa parte come un fiore all’occhiello tanto per dimostrare che non hanno nulla da dire epperò in qualche modo riescono a dirlo. Direi che Coda ha imparato bene la lezione dei suoi “maestri” (oltre a Busi aggiungerei Sgarbi e Ferrara, praticamente la Santissima Trinità della cultura italiana): dalle sue parole rimbalza tutta la violenta retorica del fascistello da strapazzo – tanto più violenta e retrogada in quanto mascherata da lingua liberata e progressista – pronto a menar le mani a suon di paroline roboanti e immancabili riferimenti a sfondo sessuale (tutta quella tirata da manuale lombrosiano sulla lingua e gli orifizi “laidi” credo non l’abbia capita neanche Lei: pensava forse di scandalizzare qualcuno o di non apparire abbastanza alla moda?). Coda, chi vuole incantare? se stesso? Ottimo: si metta davanti a uno specchio e si incanti. Ciò fatto, possiamo passare all’analisi della straordinaria mole di minchiate che ha affastellato tutte insieme.
    “Invito Queirolo, per la sua salute non per la mia, d’imparare un cincinino di autocontrollo e di civiltà, e rinnovo i miei saluti a tutti, anche a chi ha avuto la prepotenza di voler dialogare e non di teatrare una guerra da santina”: grazie per l’invito, la mia salute è ottima; della sua (in particolare quella mentale) fornisce un’esaustiva cartella clinica proprio in questa sede con significativi elementi anamnestici riguardo la capacità di autocontrollo. E poi ci mancava, “la guerra da santina”! (cazzata in stile busiano che non significa nulla).
    “Chiunque volesse farsi una idea non viziata dall’apocalissi culturale sventata da Alfredo Querulo”: bhe, io sarò querulo, ma Lei ha bisogno di una buona base di ricovero. E quanto all’apocalisse culturale, mi dispiace molto, ma non l’ha sventata nessuno, tanto meno Lei, di cui è una delle prime e più pietose e inconsapevoli vittime, e la cui idolatria per Busi non differisce in nulla da quella di un qualsiasi papaboy per il pontefice o di un qualunque talebano per la “cara” memoria di Osama Bin Laden: siamo allo stesso grado zero di fanatismo e di arroganza cieca. Ma si metta l’animo in pace: arroganza e fanatismo diventeranno presto un’antica moda di cui non si ricorderà più nessuno. Le auguro, a tale proposito, di leggere di più; ci sono vaghe speranze che Lei possa crescere; sebbene non credo, da come si esprime, che riuscirà ad andare oltre il tifo da stadio da fanzine.
    “mi piacerebbe che la redazione di Minima&Moralia le mettesse in rilievo sul sito, metti che a qualcuno prenda lo spiripizzo di fargli notare quanto abbia oltrepassato il limite non solo della legalità, una quisquilia per permalosi, ma anche del buon gusto”: la legalità l’ho sempre rispettata, e del Suo “buon gusto” Lei dà prova qui in maniera inequivocabile. E poi che fa? minaccia querele? e a che titolo? brrrrrrrrr, che paura! me la sto facendo sotto! Coraggio Coda, sul piano del terrorismo psicologico può fare di più! Ancora un piccolo sforzo e mi farà venire la diarrea!
    “Ci siamo già tolti fin troppo tempo e fin troppa cortese umanità”: lasci perdere la cortesia e l’umanità, dubito che Lei sappia di cosa sta parlando.
    “Per il resto, le fregnacce oltre che il tono con cui le scrive di Alfredo Queirolo sono così un fedele ritratto di chi ha verso lo scrittore Aldo Busi degli irrisolti dovuti a dei suoi rancori personali oltre che ululanti” : la “fregnaccia” è una categoria filosofica che Lei ha sicuramente studiato a Oxford e ci si è pure laureato; quanto ai “rancori” e agli “irrisolti” saranno i fantasmi dei suoi vaneggiamenti dopo aver preso un colpo d’aria in fronte (stia attento agli spifferi!)
    Come vede, è facilissimo seguirLa sulla Sua china; e desideravo dimostrarLe che, volendo, può farlo chiunque. Ma si dà il caso che a me non piacciano le scorciatoie. Lei crede di essere insultante, ma è solo di una penosità sconvolgente. Mi ha risposto perché non me lo merito: io Le risponderò per cortesia.
    Sbaglierebbe a pensare che io sia interessato alla Sua persona: in realtà Lei mi interessa come “sintomo”, cioè come segnale di qualcosa che vermina sottopelle ed è paradigmatico di un fenomeno assai più vasto. Per dirla in altri termini: non sono interessato a Lei, ma a ciò che Lei rappresenta.
    Peccato che non abbia mai visto una puntata del Costanzo Show e dei suoi derivati (io stesso ne ho viste pochissime, forse tre o quattro in tutto: non ho bisogno di passare lunghe ore davanti alla tv o altrove per capire cosa sto vedendo): sono molto istruttive. Si fosse dato il tempo di visionarne una, anche su Youtube, a quest’ora avrebbe capito com’è cominciata questa fine.
    E’ da programmi simili, che, ad un certo punto, nei primi anni Ottanta, emerge tutta la sugna della Società dello Spettacolo, il cui scopo non dichiarato è quello di devastare le funzioni superiori della psiche a favore di un schiacciamento della personalità sull’Ego (ossia una piccola parte periferica della nostra totalità psichica con cui l’uomo occidentale ormai è totalmente identificato). Il “fine che giustifica i mezzi” è quello di far saltare completamente le strutture cognitive preposte al rapporto interpersonale, all’analisi logica, al pensiero astratto, al ragionamento, al riconoscimento dell’Altro, ai processi sintetici e conoscitivi, così da rendere le persone più patemiche, aggressive e meno attente alle dinamiche della realtà; vale a dire: più manipolabili.Viene proposta al pubblico una carrellata di personaggi che, guardacaso, provengono per lo più dalla provincia (in cui le condizioni sono a vario titolo opprimenti e la voglia di riscatto e di visibilità di alcuni è la risposta a un’esistenza altrimenti grigia, anonima e con pochi mezzi). Inizia a prender forma un Carnevale dell’Ego in cui, di volta in volta, ci si spaccia per scrittori, critici d’arte, poeti, pensatori, musicisti, inventori, opinionisti, e in cui la modalità principale di espressione è quella dell’urlo, dell’annichilimento dell’interlocutore, del giro di frase divertente che veicola una finta intelligenza che fa ridere il pubblico, e tanto basta. E’ la barbarie di un nuovo fascismo in cui gli individui non sono più stimolati a ragionare, ma vengono alienati nella massa informe del pubblico con l’unico diritto di applaudire o fischiare. Dall’oggi al domani personaggi improbabili diventano grandi divi e beniamini delle folle: non è importante avere un pensiero o qualcosa da dire: l’importante è dirlo in maniera “affascinante”.
    Lei, Coda, è troppo privo di prospettiva storica per capire veramente qualcosa di letteratura o di estetica: sicuramente è molto giovane, ma questo non La esime dall’informarsi e dallo studiare. Busi (e non solo lui) va contestualizzato nel momento in cui spunta fuori.
    No, non ho mai inviato commenti ad altriabusi: figuriamoci! Ma nell’ambiente editoriale e del blogging culturale si vocifera che molte critiche puntute ai libri e agli interventi del pubblicista monteclarense siano state censurate per non far sfigurare il “maestro” colto in castagna. La redazione potrebbe pubblicare tutti i commenti censurati per smentire tali voci, ma potrebbe anche trincererarsi dietro qualcuna delle solite frasi ad effetto tra l’incazzato e lo sprezzante che non dicono assolutamente nulla ma, in compenso, esprimono tutta la volontà del “sommo” di continuare a grattarsi in pace l’ombelico senza che nessuno possa metterne in discussione la grandeur. Quando si dice l’onestà intellettuale!
    Il punto è che mi piace capire con chi ho a che fare. Se uno declama tanto la libertà e censura ciò che reputa sconveniente per sé, allora non è un vero libertario, ma solo il solito peracottaro che predica bene e razzola male, e tanto più se non è lui a decidere in prima persona ma delega ad altri la possibilità di scelta, licenza di censurare inclusa.
    Busi è l’esatto contrario di ciò che vuole apparire: non è esente dal gattopardismo italico che, nel caso specifico, si manifesta attraverso la coesistenza di buffonate da talk show e da reality e da interviste e interventi provocatori per attirare narcisisticamente l’attenzione su di sé, da un lato, e grandi proclami di libertà e di estetica, dall’altro.
    Su altriabusi.it sono state massacrate mediaticamente persone a cadavere ancora caldo (e talvolta freddo) nella peggiore tradizione Codina (la maiuscola non è un refuso) e reazionaria degna dei più vigliacchi ceffoni ad Arturo Toscanini; ho assistito a imbarazzanti gare di leccaculismo avanzato tra sedicenti lettori estasiati dal “Verbo” in confronto alle quali certe scene di Fantozzi al cospetto del Grand.Ing.Lup.Mann. sono un inno alla libertà di pensiero (chiunque non divorato dal proprio ego non lo avrebbe mai permesso e sarebbe intervenuto per stroncare sul nascere simili dimostrazioni di ignoranza e psicolabilità); ho letto, tra lo scettico e il perplesso, lodi ditirambiche tributate da Busi a se stesso e miserelle analisi del medesimo su questioni linguistiche e letterarie.
    Se penso a un autore fascista, non penso a D’Annunzio o a Pound, ma ad Aldo Busi. Se penso a un autore berlusconiano, mi viene in mente Aldo Busi. Busi è fascista nella violenza verbale, nel culto della propria personalità, nel disprezzo con cui apostrofa tutto e tutti, nel definirsi scrittore con la esse maiuscola (come la “di” di Duce, insomma; e un autore che non sorvegli se stesso e non consideri a quale livello semantico possano esplodere le maiuscole dimostra già di non capire nulla di letteratura; anche se, nel suo caso, è chiaro che c’era un vero autocompiacimento nel considerarsi tale, il che è tutto dire), e financo – ma è malus minor – nell’architettura compositiva dei suoi romanzi (squadrati geometricamente come gli edifici del Ventennio all’Eur); e poi, andiamo, ma come si fa a scrivere sempre, per decenni, dei soliti personaggi con i soliti nomi grotteschi e storpiati (un po’ come “AmamiAlfredo” e “Querulo”, per intenderci) se sotto sotto non si pensa di essere l’unico umano superiore in un mondo di inferiori che non meritano nemmeno di essere chiamati con nomi normali? E’ berlusconiano nella furbizia con cui si spaccia per persona sensibile e attenta (salvo poi, a difese basse, rivelare tutta la supponenza da ometto sul piedistallo che lo caratterizza), nel modo ruffiano e pagliaccesco con cui ha utilizzato il mezzo televisivo (in aperto contrasto con tutti i suoi dichiarati propositi estetici), nel modo di rigirare la frittata ogni volta come meglio gli conviene.
    Dal punto di vista letterario non esiste: quaranta libri scritti tutti allo stesso modo , della serie “letto uno, letti tutti”. L’uso della lingua italiana è manieristico, senza nessuna vera creatività e innovazione: un’interminabile stucchevole sequela di giochetti di parole che pretenderebbero di essere brillanti ma che in realtà non donano alcuna vera nulva linfa al nostro idioma. Le strutture diegetiche sono tutte “a incastro” e si ripetono fissamente nel tempo senza alcuna variazione di sorta, per cui, dopo aver letto “La Delfina Bizantina”, a pagina 2 di “Vendita galline” sai già tutto e per “Casanova di se stessi” ti basta guardare la copertina. Tematiche ricorrenti, almeno tre: ego, ego, ego. Sfido che un editore si ponga il problema se pubblicare per l’ennesima volta la stessa solfa. All’estero non sanno chi sia.
    Perché dunque ora si lamenta se nessuno vuole più i suoi libri e sputa nel piatto in cui mangia definendo il recente accordo con Rizzoli “un contrattino” quando dovrebbe baciare la terra dove passa il suo nuovo editore e fare salti di gioia da miracolato?
    Bisognerebbe saper leggere tra gli spazi bianchi delle righe che l’editor mondadoriano Riccardi gli ha rivolto: “Gli italiani non vogliono più i tuoi libri”.
    Ma cosa significano, al fondo, le parole di Riccardi a Busi? Volendo tradurle nella loro cruda e raggelante realtà, si dovrebbe intenderle in tal modo: “Tu come personaggio mediatico non hai più seguito; il che significa che i tuoi libri ne hanno ancor meno. Non sei mai stato uno scrittore e nemmeno ci somigli. Però eri perfetto per distruggere la figura dell’intellettuale e il ruolo della letteratura: sei arrogante, egocentrico, sai insultare quanto basta per zittire l’interlocutore, sai buttare in burletta e banalizzare con una frase ad effetto le questioni di merito più importanti senza mai svolgerle veramente in maniera approfondita, sai essere accattivante al punto giusto per il grande luna park dei media. Sei stato pubblicato per questo, e devo dire che hai eseguito molto bene il tuo compito. Inoltre hai anche il valore aggiunto di essere ‘frocio’, il che, per l’italiano medio fintamente di larghe vedute ma debitamente omofobo di fine secolo costituiva un’attrattiva in più per legittimarti quale fenomeno da baraccone assurto a star delle patrie lettere. Adesso il tempo dei balocchi è finito; quella è la porta: ti puoi accomodare. E sii felice: del resto, nella vita, ti è andata di lusso. Pensa a che vita da cameriere avresti fatto se non avessi fatto i soldi con quelle quattro cazzate che hai scritto e detto, ripetute sempre uguali nell’arco di trent’anni!”. Questo, in sintesi, il senso del discorsetto di Riccardi a Busi; e sono certo di non essermi preso alcuna licenza.
    La pubblicazione dei cartacei busiani non sarebbe stata possibile prima degli anni Ottanta e non è possibile oggi: prima, perché le competenze letterarie degli addetti ai lavori erano talmente alte che nessuno avrebbe preso seriamente in considerazione una simile paccottiglia; oggi, perché personaggi come Busi non servono più al Potere: la Società dello Spettacolo si è sgretolata sotto i colpi del nuovo Pragma finanziario e renziano, e il Sistema non ha più bisogno di utili idioti che giochino al ribasso sul tavolo della cultura e delle arti per depauperare le facoltà cognitive e senzienti delle masse ed educarle al gioco al massacro. Busi è stato solo una delle tante marionette sfruttate dal Sistema e poi gettate via come un kleenex: si fosse trattato di Pinco Pallo non avrebbe fatto alcuna differenza. Personaggi del genere hanno adempiuto perfettamente alla funzione cui erano stati destinati dall’industria culturale; ora gli si dà il benservito perché la “codizzazione” degli individui è un fatto compiuto e diffuso. Trasformare gli esseri umani in fans pronti a scattare sull’attenti e a gridare al miracolo ad ogni scoreggina del loro dio, nonché ad emularne penosamente i modi e lo “stile” senza possedere neanche un millesimo della patina dell’originale, è stato solo uno dei tanti “capolavori” che l’autoritarismo politico e mediatico degli ultimi trent’anni ha operato sulla mente e sul gusto degli individui, dando il via a una vera e propria espropriazione dell’umano di cui oggi, non a caso, subiamo i contraccolpi economici per averne subìto prima quelli antropologici, e demolendo di fatto ogni strumento ermeneutico e ogni sapere umanistico a maggior gloria del superomismo di provincia, dell’insulto, della buffoneria, della volgarità distruttiva elevata a chiave interpretativa, della jocolerie verbale spacciata per scrittura letteraria, dell’invettiva liquidatoria come nuovo “dover essere” dell’intellettuale, dell’egolatria forsennata come soluzione finale per una “perfetta umanità” (ossia, per un’umanità meno che dimezzata, visto che l’ego possiede solo prospettive parziali). Nel frattempo si abolivano, nelle scuole, l’insegnamento dell’educazione civica e della storia dell’arte, secondo un disegno scientemente politico che definire orrendo è poca cosa. Sì: l’ “apocalisse culturale” è passata di qua. Ma molti non se ne sono accorti. E’ tutto qui il nazismo sostanziale di tragici ragazzi come Antonio Coda.
    Resta da chiedersi se Busi sia stato uno strumento inconsapevole della macchina editorial-spettacolare, o se abbia opportunisticamente cavalcato l’onda del Basso Impero per i vantaggi materiali che ne ha avuto, giocando di volta in volta a fare il democratico e il progressista ma essendo, di fatto, solo un egolatra che, a seconda delle circostanze, se la cantava e se la suonava in palese contraddizione con se stesso per rimanere a galla e ottenere cinque minuti di riflettori in più (certo che per essere uno che non gliene fregava niente dello Strega, ne ha fatti di strepiti!). Delle due propendo per la seconda. Riconosco un umano intelligente ad occhi chiusi, e Busi non lo è: ha soltanto una furbizia contadina e una rabbia mal contenuta pronta ad esplodere in fascistissimi pestaggi verbali che gli deriva, probabilmente, dalle botte che ha preso da piccolo. Da quando si è imborghesito, poi, è ancora più decadente.
    Nel frattempo l’Italia è andata avanti (cioè indietro), alla faccia dei trent’anni di “Seminario” e, soprattutto, di tutti i poveri farlocchi che ci hanno creduto gridando al capolavoro. Oggi quel libro appare una presa in giro a tutto e a tutti fin dal nastro di partenza: è anacronistico perché, già solo nelle sue premesse, non è mai nato.
    Gli Aldo Busi, i Silvio Berlusconi, i Vittorio Sgarbi, i Giuliano Ferrara (solo per citarne alcuni, ma la lista, in effetti, è lunghissima), sono stati superati da Matteo Renzi, che rappresenta l’ultimo colpo di Coda (la maiuscola non è un refuso) di un lungo “dissolvimento della ragione” durato un tempo estenuantissimo. E ancora non vediamo la fine, né sappiamo niente del futuro.
    Sono contento che altriabusi.it abbia chiuso: non vi si trovavano né “letteratura” né “attualità”, ma solo le cose che ho elencato sopra. Non è molto, ma è pur sempre un segno positivo.
    Non si affanni, Coda, a darmi dello squilibrato: chiunque legga tutta questa pagina non durerà fatica a capire chi di noi due lo è. E non mi risponda se ritiene che non lo meriti, altrimenti fa solo la figura dello stronzo cacato per forza. Quanto ai suoi ipocriti saluti formali, può tenerli per sé.

  15. Marco Buccella scrive:

    Agghiacciante scatto fotografico di Alfredo su trent’anni di società italiana e sul cataclisma politico-culturale che ci ha ridotto nelle condizioni in cui siamo oggi. Le considerazioni di Alfredo vanno ben oltre il caso Busi e si estendono a tutto un sistemaccio di potere costituito da personaggi mediocri e improbabili a vario titolo. La sua analisi è stringente, circostanziata, puntuale, entra nel merito delle cose e non ceffa un colpo. Impossibile non dargli ragione su tutta la linea.

  16. Antonio Coda scrive:

    Esprimo innanzitutto la mia ammirazione per Marco Buccella, perché ha trovato l’aggettivo più ironico per stigmatizzare l’incontinenza di Alfredo Queirolo, definendola “stringente”: mi scappello.

    Queirolo, con la sua Critica dell’Estetica di Sorrisi&Canzoni, lei mostra la mania del “si vocifera”, e a me ormai neanche più stupisce che chi ha deciso di non voler non apprezzare l’opera letteraria di Busi almeno ha la decenza di imparare i titoli dei sui libri e di averne mandato a mente le copertine: è già tanto. Chi non lo legge di Busi spesso ha letto molte più cose di chi dice di averlo letto tutto-tutto.

    A me non dispiace per nulla che Busi possa non piacere, però che piacere sapere che qualcuno l’ha letto un po’!, e se non gl’è piaciuto per niente: passi. Certo capisco meno perché uno a cui non piacciano i libri di Busi lo affermi con dolore esistenziale tangibile e sia così irascibile verso chi lo apprezza, ma sul perché-mai non ho che un “boh” (è un “boh” sibillino).

    Queirolo, io non so se lei sia un pagliaccio, un mitomane, un bimbominkia, un fascistello da strapazzo, una vittima pietosa e inconsapevole, un fanatico, un terrorista psichico, se sia penosamente sconvolgente, codino, berlusconiano (che fa rabbrividire più di lombrosiano), ruffiano, codinizzato (vedermi aggettivizzato mi ha fatto arrossire parecchio), un nazista sostanziale da tragico ragazzo, o se sia uno stronzo cacato per forza o per vocazione, o se è un ipocrita. Se non fosse niente di tutto ciò sarebbe assai più avvilente che se fosse tutto.
    Lei nell’opera letteraria di Busi – ma, mi sembra di capire, molto di più nel personaggio mediatico di Aldo Busi – ci vede il sintomo di un guasto culturale, io ci vedo lo sputtanamento del guasto culturale. Infine, pragmaticamente, per me è già un discreto risultato che il guasto culturale sia evidente.

    Sulla qualità estetica della letteratura di Busi – sul suo valore in sé da chiamare fuori dall’arena delle analisi sociologiche e di costume – ho le mie convinzioni che sono costrette a sbadigliare quando invece di confrontarsi con quelle di un altro lettore si trovano davanti l’ennesimo fustigatore del non-si-sa-mai-bene-cosa. Busi, per me, ha dato forma a una nuova grana della sensibilità umoristica, un’operazione che in Italia l’ultima volta è riuscita a Pirandello e molto meno a Dario Fo, strepitoso per altri suoi meriti. Busi ha scritto i romanzi che a Pirandello non sono mai venuti bene quanto le novelle, compiendo quel “Ciclo dei vinti” che Verga stesso lasciò incompiuto, perché a Verga vennero stupendamente bene i romanzi sui vinti, ma l’ottica dei “falliti di successo”, che è quella propriamente indagata e sezionata da Busi, non fu mai alla sua portata.

    Per venire più ai tempi nostri, una comparazione critica tra “Gli indifferenti” di Moravia e “Suicidi dovuti” di Busi mostrerebbe come il romanzo in Busi superi l’accidiosa stagnazione nostrana, ripiegata su se stessa, passiva rispetto ai modelli letterari importati (fin dai tempi di D’Annunzio) e come segua la traduzione europea stravolgendone la struttura e l’invasività, riattivandola dall’interno, esplorando, ampliando e esplodendo la lingua, e con la lingua le possibilità espressive e quindi la libertà di espressione, e come Busi come scrittore sia il più sintonizzato sulle modifiche del sentire umano e del suo dissentire da se stesso.
    Se fossimo due persone abbastanza serie per non prenderci troppo sul serio, ne avremmo di argomenti di conversazione. Però, anche le Queirolo!, non è interessato alle questioni eminentemente politiche e etiche dell’estetica letteraria: c’ha invece la fissa dell’apocalisse da Silvio a Matteo passando per Osama e Maurizio Costanzo, e ci credo che s’immusonisce… La ringrazio comunque per aver dato un’altra occasione di spurgo al mio chiacchiericcio.

    (E ora mi leggo l’articolo di Giorgio Vasta su Wolfson – che sembra abbia scritto un libro degno di un figlio di cane che si è sbarazzato del comune destino di diventare un altro figlio di lupa capitolina. Giorgio Vasta le piace? “Il tempo materiale” riesce a leggerlo senza avere le visioni da Canale Cinque? Vasta è un bravo scrittore. Peccato che nessuno si incazzi con lui.)

    Stringenti saluti!
    Coda.

  17. Antonio Coda scrive:

    (Porcaccia, ci ho messo un “non” di troppo in una frase, che sarebbe dovuta essere così: “[…]Queirolo, con la sua Critica dell’Estetica di Sorrisi&Canzoni, lei mostra la mania del “si vocifera”, e a me ormai neanche più stupisce che chi ha deciso di non voler apprezzare l’opera letteraria di Busi[…]”. e nella frase “[…]e come segua la traduzione europea stravolgendone la struttura e l’invasività[…]” avrei voluto scrivere ‘tradizione’ non ‘traduzione’. Mi scuso per questi e per gli eventuali altri pasticci.)

  18. Federica scrive:

    Dico brevemente la mia, senza entrare in polemiche di cui non mi importa nulla.
    Il discorso di Alfredo va nella profondità delle cose.
    La risposta di Antonio mostra la superficie di ciò che troppi italiani sono diventati.
    Il teorema di Alfredo è dimostrato.

  19. Antonio Coda scrive:

    Federica, dopo un tale approfondimento delle cose (una volta una donna vestita di giallo mi urlò che lei non si sarebbe vestita mai e poi mai di giallo, chiarooo? Forse era giallo scuro, mboh) è dimostrato che per fortuna ci sono degli italiani che sono diventati qualcosa, nonostante i teoremi non lo prevedessero. [Ma non sarà troppo debitore di uno stilema busiano il commento massimalista sugli italiani “sempre più peggiori” di chi li enuncia? L’allungamento della ‘o’ finale in ‘chiarooo’ lo è, por ejemplo.]

    A questo thread mi sto affezionando. Per chi vuole, può farmi solletico qui. Magari prima o poi capita pure uno che un libro di Busi l’ha letto e non gli fa problema che l’abbia disorientato abbastanza.

  20. Daniela scrive:

    Bisogna dare atto ad Alfredo (anche per chi abbia amato qualche libro di Busi) che il ragionamento dovrebbe non distruggere, ma far scricchiolare qualche certezza.

    Se secondo Coda i libri di Busi dovrebbero far scricchiolare qualche certezza ma nessuna ne scricchiola in lui sulle proprie convinzioni allora sarebbe la prova che Busi ha fallito l’intento e il discorso di Alfredo (che non sposo in pieno) qualche ragione dalla sua (oltre alla generosità) ce l’ha.

    Quanto ai finti saluti formali, il dolciastro della loro natura posticcia arriva addirittura via pixel.

    Provate a far vacillare le vostre idee, ogni tanto. Magari vi casca sulla terra qualche magro frutto. Salutare, che si sia Newton o molto meno.

  21. Antonio Coda scrive:

    Daniela, se lei mi dà del plurale maiestatico non so dove si andrà a finire. Possibile che non riesca a conversare senza immaginarsi su un balconcino sotto i piedi o un trono sotto il sedere, con per uditori se non gente a farsi venire il valgo al ginocchio quantomeno un volgo a naso all’insù a aspettare che dal pero qualcosa cada, se non un frutto almeno chi ci è montato su? Nei toni, e quindi spero anche nelle intenzioni, altrimenti è una doppiezza inconsapevole e vale doppio.

    La letteratura di Busi è un buon modo per discutere di se stessi e degli altri e quindi del mondo che ti capita sotto gli occhi pure in blog a tema. Il post sotto il quale sosto è sull’oipera Busi. Ci sarebbe da spazientirsi se sotto un post che tratta di questo volessi parlare di astrofisica, ma a quanto pare la mia boria consisterebbe nel parlare dell’opera di Busi nei commenti di un post sulla sua opera. Insomma, siccome non dico il cazzo che mi pare, non scricchiolo come dovrei. Ah.

    Siamo su Minima&Moralia, mica su un almancacco Micromega sulle verità rivelate dal telescopio con più ingrandimenti di quelli prima. Ma cosa ci può essere di granitico in sperabilmente ciarlieri conciliabili dove si potrebbe sentir dire“A me piace Dostoesvkij!”, “No, a me piace Tolstoj!”… Certo, la gente è finita a pistolettate pure parlando di Kant e di Joyce, ma qui non può succedere: dovrebbero prima leggerli, Kant e Joyce.

    Pur di tirare dentro uno che non si deve leggere, si tira dentro Newton, che – tra l’altro e se ricordo bene – su Busi ha ricavato questa formula: la letteratura di Busi attrae ogni altro lettore con una forza che è inversamente proporzionale ai prodotti di norma propinati alle masse e direttamente proporzionale al quadrato che fa attorno a sé la ragione quando non si inchina a salamelecchi da commentatore suscettibile.
    Ah, vede che legittimi ambizioni universali ha il gioco con la lunga di cui Busi è l’artefice più aggiornato?

    Daniela: generosità, finzione, fallimento… ma lei dell’intervista di Busi che a me è molto piaciuta per forma e per contenuti, cosa ne dice? Lei che peso pensa che abbia Busi nella letteratura italiana? Gli preferisco un Baricco, un Diego De Silva, una Santacroce, chi? O crede sia più interessante Alfredo che si interessa alle mie debolezze neuronali?
    Per me, mi andrebbe di parlare di scrittura e di impressioni di lettura. Ma se ate proprio non ti frega niente, a te come a Francesca, se t’importa di fare un po’ comunella con uno e un po’ la litigarella con un altro, io è per gentilezza che sto al gioco, al gioco della lingua che male non fa mai, e per allungare ulteriormente il brodo in cui mi cuocio da solo come fossi alle terme.

    Ma un utente che quando commenta un post non sta tutto infamato e che non si preoccupa delle sorti immediate del suo Paese e che crede il Paese si aspetta la sua manfrina, c’è?

    (Oh, devo dire che qui si sta bene. Mi è piaciuto come Daniela ha lavorato la sua frase finale. Sono allegrotto, una amica che fa la precaria in biblioteca mi ha appena detto che può procurarsi una copia de Sfere vol.1 – Bolle di Sloterdijk!)

  22. Fulvio Torresin scrive:

    Condivido il lungo commento di Alfredo, che fa deflagrare vistosamente tutte le contraddizioni del personaggio Busi: democratico e progressista nei proclami, fascistoide e decadente nella sostanza.
    Inattaccabile la sua lucidità nel descrivere le dinamiche di manipolazione disponibili nel marketing industriale, con l’impoverimento cognitivo e il livellamento delle genti ottenuti tramite l’installazione di nuovi parametri “estetici” e comportamentali che hanno portato alla scomparsa dei segni caratteristici degli italiani vissuti e adulti prima degli anni ottanta.
    Ignorare il ruolo che programmi televisivi come il Maurizio Costanzo Show e simili hanno avuto nella contraffazione del sapere umanistico fino a contaminare la politica e la produzione editoriale e artistica è segno di profonda ingenuità e inconsapevolezza. Il termine berlusconismo non è riferibile solo ad una specifica connotazione politica, quanto piuttosto ad una strategia di potere antilibertaria e antiprogressista di annullamento della cultura e del pensiero. Alfredo mette bene in rilievo come personaggi alla Busi si siano riempiti i fogli e la bocca di belle parole salvo poi crogiolarsi nel narcisismo e nelle opportunità comunicative messe a disposizione dalla società dello spettacolo sfruttandone opportunisticamente i vantaggi economici e distruggendo sistematicamente la figura dell’intellettuale e le euristiche più articolate di ragionamento a favore di scorciatoie verbali e verbose che, a parte la supponenza di chi le usa, non dicono assolutamente nulla, e lo dicono però in maniera accattivante (in tal senso Alfredo ha ragione: Busi è un autore antiberlusconiano a parole e berlusconiano in tutto il resto; quindi berlusconiano tout court). Questo “misto”, che è una delle forme più subdole e difficilmente percepibili della décadence progressiva degli ultimi tre decenni, ha portato, tra le altre cose, al trionfo del destrorso Matteo Renzi tra le file del PD. Chi non sa leggere le connessioni tra media, politica e industria culturale che hanno caratterizzato l’Italia degli ultimi trent’anni farebbe meglio a non vantarsi di aver letto e riletto tanto i libri di Busi illudendosi che questi gli siano serviti ad essere più libero ed emancipato allorché, nel momento in cui si esprime imitando malamente i toni e la sprezzatura dell’autore bresciano rinunciando a scrivere con voce propria, denuncia irrimediabilmente il grado di plagio cui è sottoposto e il perimetro mentale in cui è rinchiuso, sicuro come si mostra che infilare una dietro l’altra due paroline a effetto inutilmente sbeffeggianti, acritiche e senza una tesi dietro siano il vertice del pensiero umano. Forse perché, come lascia intendere argutamente Alfredo, quei libri gli sono serviti proprio a questo.

  23. Antonio Coda scrive:

    Salve Fulvio,

    mai pensato, assieme a Alfredo e Francesca (e non so se Daniela è dello stesso avviso) di firmare una petizione per far chiudere il Maurizio Costanzo Show, all’epoca? Che poi vi chiamate tutti per nome. Ma Alfredo è un vostro habitué e sono stato troppo villico io a non riconoscerlo al suo primo ohi-che-dolor?

    Siccome sono narcisista come lo scrittore berlusconiano, fascistoide e decadente Aldo Busi, penso che alludi a me quando scrivi di chi, come me “(…) non sa leggere le connessioni tra media, politica e industria culturale(…)”. Guarda, prima di commentare questo post neanche me ne ero accorto dei danni arrecati da quello show: ha fornito una ovvietà a tutti gli amanti del pippone facile che ci tengono a fartene uno che non ne voi sentirne di ricambiarglielo.

    Io, in quanto plagiato dallo scrittore berlusconiano, fascistoide e decadente di cui prima, ammetto di far fatica a riconoscere una indipendenza di giudizio in chi si dà ragione l’un l’altro, tanto più se pensa che per dare prova del non essere plagiato non solo non scrive niente ma lo scrive pure in maniera roboante. Però noi plagiati, cioè io, siamo fatti così, non c’abbiamo le “tesi” e i “vertici” del pensiero umano, uah.

    Fulvio, però neanche a me fa simpatia Renzi e la figura che ci ha fatto il PD, e penso pure io che la televisione ha rovinato un sacco di cervelli: e ora che se sarà di te, di me e delle connessioni?

    Quando ti avanza tempo, mi piacerebbe parlare anche con te (meglio, finalmente con qualcuno, e magari con te) dell’impatto che ha avuto il rinnovamento linguistico di Aldo Busi sulla letteratura, in particolare, e in generale, sulla cultura italiana.

    Che dici, faccio prima se scelgo qualche estratto “esemplare” da qualche libro di Busi e lo propongo alla valutazione degli altri, contrapponendolo all’affermazione “gli italiani non vogliono i tuoi libri” che per me equivale alla rinuncia, da parte del mercato editoriale, di preoccuparsi della tenuta della lingua che è il solo vero bene democratico condiviso da tutto il Paese?

    Grazie per essere passato, Fulvio!

  24. Antonio Coda scrive:

    Riguardandomi gli interventi, ho maturato questa riflessione:

    “I fascisti sono sempre i vicini, e c’hanno pure il prato più verde.”

    (Ma come la prendereste se, lestofante quale sono, vi dicessi che, in attesa di attaccare in seconda lettura “I dialoghi del Ruzante” nella traduzione di Busi, al momento leggo la “Mary Poppins” di Pamela Lyndon Travers? Però ieri sera ho finito con “Il posto” di Annie Ernaux!
    Vi sto mettendo in crisi, lo so.)

  25. Antonio Coda scrive:

    Alfredo, anche tu mi manchi. No, non è vero, non mi manchi; ho provato a essere gentile. Cosa vuoi mi costi? Pochi giorni fa a degli amici è capitato di leggere questa intervista e me l’hanno rigirata via mail (elle apostrofo hanno, non “lanno”, Alfredo, che scioccherello impetuoso che sei), non ti dico come mi hanno perculato per i commenti che ci avevo inviato a perdere, e così ci ho trovato le tue dediche finali. Siccome muori dalla voglia, ti parlo un po’ di me, delle mie ultime letture. Io ho iniziato “La torre” di Uwe Tellkamp (una ventina di pagine per fargli prendere una funicolare, al povero Christian imbacuccato in una sciarpa tessuta a mano, spero Tellkamp trovi altri artifici retorici per suggerire le malefatte della Stasi), ma proprio ieri sera ho concluso una lettura de “Aloha! (Gli uomini, le donne e le Hawaii)”. Ho fatto le due e alle sette dovevo essere in piedi da almeno mezzora, ma “Aloha!” è un libro capace di insospettabile attrattiva, nonostante la copertina sia tra le più brutte mai scelte per un libro di Busi. La nostra non-storia, Alfredo, figurerebbe benissimo nel campionario dei “C’eravamo tanto amati” che si trova verso la metà del libro, nove situazioni ridotte all’osso dopo che a spolparsi le carni gli uni delle altre o degli altri altri o delle altre altre ci avevano già pensato loro; sono altrettante “sinossi di un romanzo tutto da smerigliare”: alludo a un titolo di una delle cartoline dell’autoesilio in giro per il mondo raccolte in “E baci”: lo dico a favore di chi non lo sapesse, mica a favore tuo che lo saprai già benissimo. Di recente (prima di aprile scorso non è possibile, la nuova edizione BUR è arrivata in libreria il 2) ho comprato e letto “Vita standard di un venditore provvisorio di collant”; conoscevo la versione dell’Ottantacinque, volevo aggiornarmi; resta, anzi: è un romanzo che per le sue qualità potrà essere pubblicato nel 2085 come nel 2185, precursore e insolente lo sarà comunque. Riccardi (Alfredo, non ti distrarre, mi riferisco sempre all’intervista) quando disse a Busi: “gli italiani non vogliono i tuoi libri”, omise di aggiungere: gli italiani mondadoriani. Tanti sono tanti, però non sono tutti, e sono mondadoriani per di più. Alfredo, tu quante volte l’hai letto “Vita standard di un venditore provvisorio di collant”? Continua pure a pensarmi, non mi disturba. Saluti! Coda.

  26. Stefania scrive:

    Antonio Coda mi sembra meglio di tanti altri. Mentre questo Alfredo solo un maleducato. Coda ha un bell’eloquio, un bel dire, un bel modo di fare. Il che non toglie che possa essere anche non in accordo con lui. Busi lo ritengo molto bravo, non un genio. Come intellettuale e osservatore della politica ha poi preso ultimamente una cantonata dietro l’altra, innamorandosi prima di Monti, prima un po’ di Fini, infine di Ingroia cui ha dedicato perfino l’ultimo romanzo. Ma comunque, capita anche a quelli in gamba di sbagliare e prendere cantonate. Sbaglia i rigori solo del resto chi ha il coraggio di tirarli. Saluti e omaggi a Coda, che non conosco, mentre l’anonimo che insulta è già sepolto dai propri stessi strali.

  27. Stefania scrive:

    @Aldo B.: tanto si vede che non sei il Busi originale. Lo stile.

  28. Antonio Coda scrive:

    Aldo B., ne ho letto per la prima volta in un libro di Umberto Eco, si chiamano ‘metafore incongrue’: a cosa mi può servire una tazza del cesso se sono stitico? A sedermici per indurmi a chiedermi qualcosa di te e poi propendere? Dai, mi metto sulla tavoletta come fossi un bricco sulla piastra e fumigo una deiezione tutta per te, che ti sei così impegnato per propendere su una ipotesi piuttosto che su un’altra. Non hai avuto niente da dire e l’hai detto quasi bene, Aldo B.

    Io, in quanto commentatore occasionale di un blog (il profilo icastico del commentatore-di-blog è proprio quello di un anonimo che mai si sente così in cima al mondo come quando è seduto al cesso aspettando l’ispirazione che lo condurrà finalmente alla libertà dello sciacquone), leggo un post, se tratta di un argomento che mi interessa faccio un po’ d’aria e la invio perché mi sembrerebbe egoistico respirarmela tutta da solo, e quindi mi aspetto d’avere l’occasione di annusare l’aria degli altri sullo stesso argomento, non che comincino a annusarmi il culo con la implicita pretesa che io annusi il loro, come ora sto facendo con il tuo, che è andato loffio per via della metafora incongrua.

    Aldo B., controlla l’home page di Minima&Moralia: c’è un articolo su Roth che non accenna a smettere di smettere, c’è un articolo denso denso di Paolo Pecere sui libri di divulgazione scientifica, c’è Raimo che non aveva capito niente fino a poco fa e che ora comincia a aver capito tutto del perché non aveva capito niente, c’è una recensione su Siti in quanto ‘Grande-romanziere-italiano’ (e poi quello che va liquido di intestino celebrale sarei io…), c’è un articolo della Zanuttini sul Giovanissimo Holden, che non ho letto, e almeno altri cinque, che non ho letto come quelli della Zanuttini, e tu Aldo che fai? Avrai notato in alto a sinistra sulla homepage del sito che c’era stato un altro commento a questa intervista a Aldo Busi (altrimenti non so come avrai fatto a accorgerti di un aggiornamento nei commenti su un pezzo del 28 gennaio scorso sul quale sono tornato per pure accidente) e esprimi una opinione sull’opinione di tal Antonio Coda, un poveretto che non ha la tazza abbastanza grande in casa per ospitare tutti quelli che vogliono osservare quello che ci lascia cascare dentro.

    A proposito dell’intervista che Aldo Busi rilasciò a Cristina Taglietti del Corriere: all’epoca mi chiesi cosa fregava al Corsera di Busi, poi Busi ha ripubblicato per la Rizzoli e al solito niente succede a caso tranne il caso.

    Aldo B., che triangolo è il nostro? Io meno scariche sul web cercando articoli che riguardino la letteratura di Busi, lo scrittore che preferisco, e tu mi stai dietro con la palettina e non te ne perdi una? Palesati anche tu, dai, Aldo B., fondalo questo fan-club assieme ai tuoi alter-ego anche quando per interposta persona, lo chiameremo “Club degli ossessionati dagli ossessionati da Aldo Busi”: una meta-ossessione, fa persino postmoderno, forse qualcuno ci scrivere un articolo, su un blog. Fischia! La deiezione è pronta. Bevi piano, attento che scotta.

    E un saluto a Stefania, per la sua gentilezza e per la tranquilla intelligenza delle sue parole, così corroboranti. Grazie, in particolar modo per non essere d’accordo con me e non averne fatto un inspiegabile screzio.

    Ah, sono alle prime centocinquanta pagine del romanzo di Tellkamp: migliora vertiginosamente, pur tenendo schiacciato il freno della narrazione: ma ha più di mille pagine davanti a sé, e come ogni romanzo degno di questo nome si prende tutto il tempo che vuole lui e ne se frega del tempo che sei disposto a concedergli tu.

    (Penso che adocchierò questa pagina per tutto oggi, poi di nuovo basta.)

    Saluti! Coda.

  29. Milly scrive:

    “Il club degli ossessionati dagli ossessionati di Busi” è magnifico! Complimenti a Antonio Coda e al suo sense of humour! Ogni tanto si può sorridere intelligentemente anche sui blog! Saluti.

  30. G.G. Belli scrive:

    “Lo scimmiotto Antonio Coda”

    Quanto a scimmiotti poi, quer rangutano
    che portò da Turchia l’Imbasciatore,
    a riserva der pelo e der colore
    se poteva pijà pe un omo umano.

    Aveva li su’ piedi, le su’ mano,
    e dicheno ch’avessi puro er core;
    e faceva er facchino e ‘r zervitore,
    nun ve dico bucía, come un cristiano.

    Oh annatela a capí! Tra un omo e quello
    guasi guasi a guardalli in ne l’isterno
    nun c’è la diferenza d’un capello.

    Eppuro ce n’è tanta in ne l’interno!
    Per via ch’uno scimmiotto Coda, poverello,
    nun ha la libbertà d’annà a l’inferno.

  31. Lorenzo Marchese scrive:

    @minimaetmoralia

    Non mi sembra corretto consentire la scarica di insulti che si sta riversando su Antonio Coda, che da parte sua aveva sì polemizzato nel corso di questa discussione, ma almeno con un minimo di eleganza, correttezza ed educazione. La discussione accesa ci sta, il dopo-banchetto degli ubriachi invece non è un bello spettacolo, soprattutto per chi ha organizzato e cucinato la cena.

  32. La Redazione di minima&moralia scrive:

    Cari,
    si può discutere in maniera animata, si può litigare eccetera eccetera. Però insultarsi in maniera così scomposta no. Ci sono altre sedi per farlo. Dunque, gli insulti non originali son stati eliminati. Lo pseudo Belli ha diritto di cittadinanza a m&m, le ingiurie con la bava alla bocca no.

  33. Lorenzo Marchese scrive:

    Grazie mille!

  34. Aldo B. scrive:

    Caro Belli, da modesto scribacchino a grande poeta le dico che Antonio Coda, poveretto, ce l’ha e come la libertà d’annà all’inferno. E anche da qualche altra parte.
    E lì ce lo mannamo tutt’in coro!
    (citazione da Alberto Sordi)

  35. Antonio Coda scrive:

    Ringrazio Lorenzo Marchese per la sua premurosa e da me molto apprezzata sensibilità, e ringrazio la Redazione di Minima&Moralia per averne accolto l’invito. Le esternazioni dell’anonimo che si ripropone sotto alias diversi (si dà le botte e le risposte, un performer) andavano a detrimento dell’argomento in questione, oltre che a suo e non a mio, e averle eliminate è stato un atto di cortesia per il quale dovrebbe essere grato a Marchese e alla Redazione quanto me. Valutavo la possibilità di chiedere che fossero cancellati anche i miei commenti, per equità e perché, a questo punto, si ha l’impressione che io stia parlando con un fantasma o da solo, ma la reputo una accortezza inutile: a conti fatti era con un fantasma anzi proprio da solo che stavo dialogando.

    Mi sento in dovere di aggiungere una cosa: “La torre” di Uwe Tellkamp è un romanzo bellissimo. Sono a quota quattrocento pagine, vorrei ce ne fossero almeno altre quattromila da leggere e invece non ne restano che novecento. Il taccheggio alla Fiera dei Libri di Lipsia – da una pagina di ‘diario’ di Meno, sono arrivato qui; Tellkamp alterna prospettive di narrazione diverse – mette voglia di vivere in un regime per la vanità di potersi sentire un dissidente prendendo il coraggio a due mani prendendo contemporaneamente da una bancarella un volume di Nietzsche per celarlo in una tasca interna del parka. Oggi l’unico modo per sentirsi un dissidente è entrare in un megastore dei libri e uscirne a mani vuote, la censura moderna non proibisce nulla, si limita a moltiplicare al parossismo la vacuità, contando sulle sue proprietà di contagio, di appiattimento verso l’insignificanza.

    (Metti qualcuno conservi altro interesse sulla produzione letteraria di Busi, in controtendenza rispetto alla frase lapidaria, nel senso proprio di tombale, di Antonio Riccardi della Mondadori: a breve comincerò una nuova lettura o de “La delfina bizantina” o de “Suicidi dovuti”. Chissà che dopo non ripassi da qui. Non che ripassi da qui ogni volta che leggo nuovamente un libro di Busi, attenzione: quando l’ho fatto la terza volta con “El especialista de Barcelona” e la seconda con “Sodomie in corpo 11” me lo sono tenuto per me infatti.)

    Buona giornata e allegri saluti a tutti,
    Antonio Coda

  36. Louis-Ferdinand C. scrive:

    Coda, satanée petite saloperie gavée de merde, tu me sors de l’entre-fesse pour me salir au dehors!

  37. Lalo Cura scrive:

    quando un articolo scialbo e senza pretese, grazie alla superlativa coda di commenti e alla magistrale regia targata m&m, diventa arte e si acquartiera nei territori del sublime
    qui siamo proprio alloggiati da quelle parti, né più né meno: una via di mezzo tra “ultimo tango a zagarolo” e “l’albero delle zoccole”

    un solo appunto: manca la dicitura “miglior post dell’an(n)o”

    lc

  38. Carmina Priapea scrive:

    Si ‘na vòrta te còjo, Coda mio,
    te roppo er culo, ma si ‘n’antra vòrta
    te ce pizzico te lo metto in bocca.
    Si poi t’acchiappo pe’ la terza vòrta
    pe’ fatte sopportà la giusta pena
    te slargo er culo e te spano la bocca.

  39. Simone Palmieri scrive:

    Sono d’accordo con Lalo Cura: l’articolo è veramente scialbo e senza pretese: soprattutto le risposte dell’intervistato. Per non parlare, poi, della censura ad alcuni post: davvero una roba da moralisti minimi minimi; ogni censura è sempre odiosa. Per fortuna, in mezzo ad una interminabile coda di sciocchezze e di presunzioni pseudoletterarie ho avuto almeno la soddisfazione di leggere il lungo intervento di Alfredo Queirolo, che mi sembra assai circostanziato e illuminante ed è, senz’altro, l’unico motivo per cui i lettori di M&M farebbero bene a passare di qua.

  40. Sonia Pasca scrive:

    Giusto! Ma la figura più patetica l’ha fatta Lorenzo Marchese, il quale ha perso una meravigliosa occasione per farsi razzianamente i cazzi suoi. Tutta questa storia di post censurati mi puzza di mafietta, di telefonate fatte agli ‘amici degli amici’, della serie: “ehi! aiuto! mi attaccano su internet! censurateli!”. Certo che per essere dei fantasmi tutti quelli che ha insultato, Antonio Coda non ha perso tempo a ringraziare i suoi protettori per avergli dato manforte. Che pena! Per i redattori di m&m ho solo un aggettivo e un segno di punteggiatura: squallidissimi! La censura è una cosa orrenda: non bisognerebbe mai censurare nessuno, soprattutto quando non ne condividiamo i toni e il linguaggio. Chiunque rileggesse attentamente tutti i commenti, poi, si accorgerebbe che Antonio Coda è stato il più villano di tutti, e con tutti coloro che hanno espresso apprezzamento per l’intervento di Alfredo: eppure i suoi commenti non sono stati rimossi. Ma è evidente che qui si usano due pesi e due misure.
    E ADESSO CENSURATE ANCHE QUESTO!

  41. Maurizio scrive:

    Nulla di strano, Sonia. Un tempo Antonio Coda si rifugiava dietro le gonne dei redattori di Altriabusi, esaltandosi nella brodaglia dei “commenti che meritano”: oggi ha trovato nuovi protettori nei redattori di Minima&Moralia. Per non dire di Lorenzo Marchese (di cui basterebbe leggere tutte le stronzate che ha scritto su Moresco per rendersi conto della sua “levatura” intellettuale e culturale). Ma l’Italia è questa qua, cantava Elio. E’ il nuovo corso renziano, bellezza: quello del perbenismo per finta: ci si attacca a una parolaccia o a un insulto per delegittimare la libertà d’espressione degli altri. E da qui passano persone che grondano renzismo da tutti i pori: in primis Lorenzo Marchese; ma mi sembra che anche i redattori di Minima&Moralia non siano da meno.

  42. Lorenzo Marchese scrive:

    @sonia pacca

    Il fatto che lei citi Razzi come esempio la dice lunga su chi parla. E comunque, come dicevano i bambini: specchio riflesso! =)

    @Maurizio

    sulla mia levatura intellettuale e culturale sono d’accordo con lei. Non è alta. La devo però smentire sul mio “renzismo”, che non esiste. Non ho mai votato Renzi né lo voterò (anche se, in effetti, cosa lo dico a fare?). Se con “perbenismo” intende che non amo gli insulti gratuiti, triviali e senza stile alle persone, sono perbenista e felice di esserlo. Le schermaglie invece non mi dispiacciono. Chieda a Larry Massino, quando passa da queste parti.
    Quello che più mi interessa è il giudizio di “stronzate” su Moresco, perché sono sinceramente curioso di saperne le motivazioni. Mi aiuterebbe molto sapere secondo lei cos’ho detto di insensato, anche solo per migliorare. Perché non viene a parlarne nella discussione di Le parole e le cose? La leggerò con piacere.

  43. Lalo Cura scrive:

    “gli insulti non originali
    son stati eliminati” (*)

    non è vero, mentite sapendo di mentina: il 98% dei post di m&m è ancora onlàin

    [(*) distico riconducibile alla mano santa di raimo (en poète): il son dell’avvenire]

    lc

  44. Lalo Cura scrive:

    “Perché non viene a parlarne nella discussione di Le parole e le cose?”

    perchè è impossibile – almeno fino a quando alcuni commentatori non tirano via la lingua dallo schermo: quando sono presenti, non si riesce a leggere niente

    lc

  45. Lorenzo Marchese scrive:

    @Lalo Cura

    mi spiace, ma quello non dipende da me. Però si può provare a scriverci facendosi coraggio, anche lei se vuole; la leggo volentieri. Questo è l’ultimo post fuori argomento, un caro saluto a tutti

  46. Lalo Cura scrive:

    marchese, grazie per l’invito ma proprio non posso commentare in quel posto perché:

    – hanno una cul-tura talmente ampia che mi ci perdo dentro (io ce l’ho molto piccolo);
    – non ho niente da farmi pubblicare in home (non scrivo)

    p.s.

    l’interlocutrice a cui ha risposto prima si firma sonia pasca, non “pacca” (storpiare i nomi non si addice ad un futuro redattore di lplc, non trova?)

    sono convinto che larry massino avrebbe parecchio da dire sulle sue “schermaglie”…

    pace e pene a tutti

    lc

  47. Lorenzo Marchese scrive:

    Ops! Le mie scuse a Sonia Pasca per l’errore sul nome, avevo letto male …

  48. Generale Corman scrive:

    In questa guerra tutto diviene confuso laggiù, il potere, gli ideali, un certo rigore morale, esigenze militari contingenti… ma laggiù con questi indigeni si può essere spinti a prendersi per Iddio… perché c’è un conflitto in ogni cuore umano tra il razionale e l’irrazionale e tra il bene e il male… però non sempre il bene trionfa… a volte le cattive tentazioni hanno la meglio su quelli che Lincoln chiamava “i migliori angeli della nostra indole”, i buoni istinti morali. …Ogni uomo ha un suo punto di rottura, noi due lo abbiamo, Lorenzo Marchese ha raggiunto il suo, e evidentemente è uscito di senno.

  49. Generale Corman scrive:

    Lorenzo Marchese, peccato che non mi risponda in merito alle seguenti righe: “Tutta questa storia di post censurati mi puzza di mafietta, di telefonate fatte agli ‘amici degli amici’ “, e glissi via come se tale mia osservazione fosse di secondaria importanza. E poi, scusi, lei avrà anche un basso livello intellettuale e culturale, ma quanto a presunzione non scherza. Voglio dire: chi stabilisce cosa è ‘triviale’? Lei? I redattori di Minima&Moralia? Allora stiamo messi bene! Consiglio al primo e ai secondi uno bello studio delle saturae. Infine: la regola generale è che non si censura niente e nessuno, anche quando ciò che leggiamo non ci piace.

  50. franz scrive:

    @ Maurizio @ Sonia Pasca @ Generale Corman

    Fosse per me non dovreste essere censurati, ma fucilati. Siete il grado sotto zero della polemica inconsistente e livorosa da blog, che giustifica se stessa con improbabili appelli alla libertà di espressione. Voi siete il male assoluto.
    Non ho invece il piacere di conoscere Lorenzo Marchese, ma so che è un ottimo critico, avendo letto non sono il suo bel pezzo su Moresco, ma anche la sua coraggiosa, e a mio modo di vedere del tutto condivisibile, critica di La vita in tempo di pace.

  51. Lorenzo Marchese scrive:

    @Generale Corman

    chiedere è lecito, rispondere è cortesia, dunque le rispondo e mi contraddico. Lei ha scritto:

    “Tutta questa storia di post censurati mi puzza di mafietta, di telefonate fatte agli ‘amici degli amici’ “

    Non capisco perché. La mia richiesta di moderare degli insulti è avvenuta pubblicamente in un unico post di questa discussione, non conosco nessun redattore, a M&M non sono miei amici (il che rende il suo commento un po’ fuori fuoco). La redazione ha deciso di accogliere la mia proposta e ha cancellato solo i post contenenti insulti diretti e nient’altro; le schermaglie, le frecciate, le obiezioni e le “saturae” sono rimaste, com’è giusto che sia. Tant’è che anche io penso debbano restare dove sono, se c’è qualcosa che non mi piace lo contesto e non invoco censure, e le dirò: il suo post sul punto di rottura mi ha fatto anche ridere =)

    @franz
    La ringrazio di cuore dei suoi apprezzamenti ai miei pezzi. Mi stia bene.

    E adesso basta davvero, credo.

  52. Lalo Cura scrive:

    se il presidente della repubblica, garante della costituzione e dei suoi valori fondamentali, riceve in pompa magna un pluripregiudicato condannato in via definitiva dopo tre gradi giudizio…
    e se il suo pupazzetto preferito, in qualità di capo del governo, riceve il sunnominato pluripregiudicato come interlocutore politico preferenziale…
    perché un nobil homo non dovrebbe accettare, “di cuore”, gli “apprezzamenti ai suoi testi” da parte di un repubblichino in libera uscita permanente dalla decenza che chiede non la “censura” ma addirittura la “fucilazione” degli autori di commenti sgraditi?

    già, perché?

    lc

  53. Lorenzo Marchese scrive:

    Pensavo non bisognasse specificare che non ho apprezzato quella parte del discorso. Comunque, specifichiamolo …

  54. Luca Settis scrive:

    UDITE UDITE!!!!! TUTTE LE NUOVE STRONZATE DELIRANTI DI ANTONIO CODA SONO IN RETE SU http://www.corriere.it/cultura/14_luglio_30/bestselleriste-chic-scrittori-veri-tutti-destinati-comunque-all-oblio-e60c218c-1807-11e4-a7a2-42657e4dcc3b.shtml
    CHIUNQUE VOLESSE FARSI UN’IDEA DEL FANATISMO COMPULSIVO DI QUESTO “NON LETTORE” BUSIANO NON MANCHERA’ DI SCOMPISCIARSI DALLE RISATE ALLE SUE NUOVE CORBELLERIE.
    P.S. QUALCUNO, PER FAVORE, SPIEGHI AD ALDO BUSI CHE IL “NON LETTORE” NON E’ QUALCUNO CHE NON LEGGE LIBRI, MA IL FANATICO EGOLATRA CHE CREDE DI LEGGERE MEGLIO DI ALTRI.
    QUANTO ALLA LETTERATURA, NON SARA’ CERTO LUI A INSEGNARCI COS’E’.
    DISPIACE SOLO CHE UN BRAVO SCRITTORE COME GIUSEPPE GENNA SI SIA MESSO ANCHE LUI A TESSERE LE LODI DI BUSI SENZA RICONOSCERNE L’EGOLATRIA ASSOLUTA DEL PUBBLICISTA MONTECLARENSE: SU QUESTE BASI, A COSA GLI SERVIRA’ SCRIVERE UN SAGGIO INTITOLATO “IO SONO”? MHA!

  55. Fulvio scrive:

    Un VAFFANCULO speciale ad Antonio Coda per tutto il 2015!!! Che gli vada di traverso!!!

  56. Maria L. scrive:

    Ma cavolo, quanta gente malata c’è in giro, mi sa che leggere fa male e direi che anche internet fa male. Leggervi è piacevole e nello stesso tempo quasi ripugnante; ho anche paura perché siete persone vere dio mio.

  57. go here for the greatest chiming movements anywhere

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  1. […] Di storiediunadonna “Scrivere è profanare, e i ricordi scritti sono ricordi persi”. Da un’intervista apparsa su La Lettura, inserto del Corriere della Sera. […] Il suo ultimo libro, E baci, l’ha dato alla Società editoriale il Fatto («nessun editore avrebbe avuto il coraggio di pubblicarlo») insieme a Sentire le donne che proprio in questi giorni sta rivedendo e che uscirà a maggio. Ma Busi non cerca un editore, almeno non per i nuovi romanzi, dal momento che conta di non scrivere più (l’aveva annunciato anche prima de El especialista de Barcelona, più di dieci anni fa). Ma non vuole essere paragonato ad altri grandi scrittori che recentemente hanno dato l’addio al libro. «Philip Roth doveva smettere vent’anni fa. Ha scritto certe ciofeche… Fa parlare le bidelle come se fossero uscite da Harvard». Smette di scrivere perché ha scritto abbastanza: «Ho vissuto tutta la vita con questa ossessione, dodici ore al giorno a scrivere e riscrivere, mai contento di me, sono contento di essermene liberato quanto di averla avuta. Tutto il resto è stato un riempitivo. Potevo essere casto, omosessuale, eterosessuale, marzianosessuale, non contava niente. Pur di scrivere mi sono ridotto a vivere: è una grande verità. Altrimenti che racconti? Anche se la scrittura non è la sublimazione di niente. Certo, la mia è stata una vita ratée, mancata. Sul piano esistenziale non ho avuto relazioni, non ho avuto amori, non ho avuto neanche sesso, se ci rifletto, perché è stata una cosa mia, fra me e me. Piacendomi gli uomini, per trovarne uno che appagasse la mia estetica in fatto di virilità, ho dovuto ripiegare su me stesso, e non ho mai smesso di piacermi. Quando mi prendeva capriccio di un’orgia cambiavo mano». Per leggere tutta l’intervista: qui […]



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