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Ceronetti “Fedele d’Amore”. La presenza della Tradizione Occidentale nelle sue opere

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Ricordiamo Guido Ceronetti con un intervento di Daniele Capuano, uno dei più assidui frequentatori dell’opera ceronettiana, tenuto durante una conferenza celebrativa dei 90 anni dell’autore, organizzata dal cenacolo culturale PerìArχôn. L’intervento si sofferma sul suo ruolo di “maestro del ‘900” e sulla sua profonda connessione con la spiritualità del movimento eretico dei Catari, confermata dalla richiesta dello scrittore di ricevere in punto di morte il loro sacramento.

di Daniele Capuano

È fin troppo facile dire che Ceronetti è l’unico vero cataro della letteratura italiana contemporanea. Ma è bene intenderlo come una affiliazione religiosa in senso proprio, non come una timida e insostanziale simpatia o una generica congenialità.

Tutti i temi della gnosi dualistica sono presenti nella sua opera, con la necessaria torsione imposta da un apprendistato umano e artistico inimitabile. Vi è l’idea della sostanza luminosa catturata dalla fame impura della tenebra, che appare da quasi ogni punto di vista più potente della luce, del Pneuma, sebbene la gloria dello Spirito lavori al suo segreto trionfo con sinuosa sottigliezza, con sacrificale magnificenza ed ermetica elusività.

Vi è il Patibilis Jesus omni suspensus e ligno del manicheo Fausto di Milevo, maestro di Agostino, ovvero il gran mito della sostanza cristica crocifissa (anzi tarologicamente appesa) in ogni frammento di materia: è la chiave per accedere a uno dei suoi capolavori, Il silenzio del corpo, e per comprendere il suo vegetarianismo non sentimentale, la sua esibita kasherut pitagorica.

Vi è l’idea del gemello celeste come compagno erotico, che ci inizia alla sua pienezza portando all’atto la nostra molle e cedevole potenzialità: qui si radica la visione dell’eros squadernata in tutte le sue opere. Un eros che è visione e aborre dalla generazione carnale, perché, come insegna Merežkovskij, “il fine dell’amore sessuale non è la propagazione della vita, ma la resurrezione dei morti”.

Vi è il dramma di Sophia, l’ultimo eone o ente spirituale del Pleroma divino, che si smarrisce nell’abisso esterno della physis e misura l’incubo del tempo sul passo del suo pellegrinaggio di espiazione e conoscenza:  questo è il bordone ronzante e roccioso di tutti i suoi libri di viaggio.

Vi è infine, come tensione antinomica costitutiva, la vivace contraddizione tra un nichilismo di specie mistica e un senso contemplativo ed epicureo del particolare, una mesotes insieme virginiana e post-socratica; tra una sensibilità quasi marcionita che oppone radicitus l’illuminazione silenziosa del Dio spirituale alla rivelazione tumultuosa, imperfetta e maligna del Demiurgo veterotestamentario, e un amore uterino, prelogico, per la carnalità del popolo di Israele e per la carne della Scrittura ebraica; tra una rivendicazione tutta occidentale, eretica e moderna, delle libertà individuali, e un nativo orrore per tutto ciò che è estremistico e radicale nell’azione umana (ad equilibrare un altrettanto nativo estremismo speculativo) – come ben mostra la sua silloge “turca”, Il gineceo, di cui diremo più avanti.

I semi e le barbe del pessimismo di Ceronetti sono nella “tristezza di fine decimonono”, come la chiama in un suo saggio memorabile: nel positivismo tragico, transito possente e umbratile insieme del trionfale scientismo ottocentesco verso la sua nemesi karmica nelle più intricate selve della medianità e della visione. Forte e continuo il suo legame spirituale, esistenziale, con il Quindici-Diciotto come evento che fu Innere Erlebnis, apocalisse del disperato ottimismo tecnologico-materialistico e suo potlatch sacrificale, magico-teurgico.

Da questa zolla morbida e ricca fiorisce l’eros gnostico di Ceronetti, “fedele d’Amore” non per scolorito accostamento ma per accurata pesatura dell’archetipo e affinità essenziale: tanto che il suo Dante, citato con discrezione e intensità, è ovviamente quello cataro-templare, eretico e clandestino, di Margarete Lochbrunner.

Lo gnostico è anche e soprattutto un viandante ermetico, all’incrocio, anche qui, tra la flânerie della città tardo-ottocentesca e il pellegrinaggio tardo-medievale del Fool dei Tarocchi, con i suoi stracci e il suo cane petulante, e anche dell’Eremita con il suo lume severo. Sulle vie della Vergine è il suo ultimo titolo e la sua prima chiamata, la vocatio mai tradita di un ricercatore nato nel primo decano della Vergine zodiacale, che Ibn Ezra dipinge così: fanciulla avvolta in un mantello, con vesti lise, che regge una brocca e vuole tornare alla casa del Padre – perfetta immagine di Sophia espulsa dal Pleroma divino, intenta alla sua silenziosa ed enigmatica epistrofè. Il Mercurio virginiano è nel suo domicilio notturno, è terrestre, “meticoloso” (aggettivo che Ceronetti applica a Cristina Campo, traendolo da una sua prosa su Marianne Moore, il cui apprendistato è definito meticoloso, specioso e inflessibile, tutte qualità trasferibili al blasone ceronettiano): con questa signatura zodiacale stampata su un transito storico determinato e determinante, la sostanza nervosa si protende verso la scintilla mercuriale nel folto dello scavo ossessivo, nella misura asciutta e assoluta, totalitaria, del frammento-aforisma, della glossa, dell’amplificazione-epifania, del midrash.

Così alla gnosi dualistica attribuiamo la connivenza di uno scetticismo-nichilismo simile a quello di un Giuseppe Rensi, spinozista perplesso, e di una gnosi frammentaria: connivenza che è di per sé una chiave per accedere alla sostanza spirituale del “secolo lungo” avviato dalla fiammata del 1848 e concluso dall’angoscia del 1945. Ceronetti è maestro non solo nell’educarci all’aisthesis in generale, alla percezione instancabile dei nessi sottili, delle germinazioni occulte, ma anche, in particolare, alla sensibilità per quel tipo spirituale, per l’uomo europeo del Secolo Lungo, il secolo dei nostri prossimi maiores.

Darwin e Haeckel, Hugo e Baudelaire continuavano a dialogare fittamente nelle e con le anime di un surrealista belga, di un personaggio bicromo di Carné o di Murnau, di un critico della società nell’entre-deux-guerres, mentre gli uomini della generazione di mio padre o della mia (nonostante le illusioni del cuore proprie dell’adolescenza, in cui ci sentiamo, come orfani, contemporanei di tutto il passato), per accostarsi al temperamento e alla temperatura interiore di un Rimbaud e di uno Zola, o anche di un Weininger, devono farli emergere dalla terra dei morti con la bacchetta di un rabdomante o il baquet di un mesmerizzatore.

Anche lo stile di Ceronetti è illuminato dal faro occulto della gnosi dualistica occidentale, fermento di tutte le nostre eresie feconde: una peculiarissima proporzione di visceralità e intellettualità, di piagata ostensione rituale del lamento e del grido e paziente politura della pietra dell’illuminazione, della condensazione speculativa; di trepida fragilità sentimentale e sicura robustezza conoscitiva, anche. All’artigianato dello stile letterario, come pure dello stile interiore, del carattere, giovano non poco le fisime e le ossessioni, i lineamenti bizzarri e contorti dell’individualità, quando da deformazione dei tratti si fanno rughe di meditazione, incisione (charaktèr, appunto) del mondo sulla cera di un volto e di una tavoletta da scrittura.

Pur leggendo con devozione filiale i libri e gli articoli di Ceronetti sin dagli anni del liceo, mi è capitato di chiosare con meticolosità (anche se non, purtroppo, con speciosità e inflessibilità) solo due dei suoi testi, che le antologie future chiameranno minori e che pure mi sembrano dei varchi tremuli e gentili sulla cella interna della sua visione: il commento alla traduzione del Cantico dei Cantici e la raccolta di liriche Il gineceo, attribuita a un singolare eteronimo turco, Mehmet Gayuk.

La preparazione alla gnosi erotica del Cantico è la lunga meditazione sul “silenzio del corpo”, titolo di una delle sue più ammalianti rapsodie di aforismi e note al margine. Emil Cioran, amico e sodale arietinamente irruente, definisce questo Ceronetti un “eremita sedotto dall’inferno del corpo”. Certo, allo sguardo manicheo, il labirinto di hyle appare l’impronta capovolta (Quod est inferius est sicut quod est superius) delle gerarchie pneumatiche e celesti: la scintilla di Sophia, della Vergine errante, attraversa la valle e la foresta della carne tenendo ben salda nella bianca mano una lampada, la cui luce è un’attenzione irremissibile e la cui fiamma è un eros bhaktico e compassionevole. Nel commento al Cantico biblico, che la tradizione attribuisce alla sapienza di Salomone, Ceronetti schiarisce un mistero biblico con un verso osceno di Verlaine, accosta una nota di fisiologia settecentesca a un sogno mistico e qabbalistico. Flâneur dell’esegesi, il Fool della Vergine raccoglie il suo bizzarro e ricchissimo bric-à-brac dalla rigatteria del tempo umano, e compone collages e découpages che non nascondono la violenza del ritaglio, della dissezione, dell’anatomia satirica e surreale, ma fanno emergere dalla scena del massacro e della corruzione un lucore lunare di ironia contemplativa, di consapevolezza timorosa e dolorante. Così la cankered Muse, la “musa cancerosa” della satira secondo Pope, lascia intravedere, fra gli interstizi delle sue piaghe profetiche e oscene, il sorriso esperto (nel senso dell’experience di Blake) di una rivelazione d’amore più segreta e più alta.

Dalla inesauribile raccolta Il silenzio del corpo vorrei estrarre una pietruzza dal passo sul cunnilinctus, unica squisita meditazione della letteratura italiana e forse occidentale su una pratica erotica che per l’uomo è descensus ad inferos, catabasi nel puro yin, tributo di devozione. Un testo di erotologia che nella sua delicata e idiosincratica compattezza e originalità sembra accogliere in sé la vibratile flessuosità delle lettere profane e mistiche di Persia, la secca attitudine classificatoria dell’India, la pennellata umida della prosa di un journal francese, il labor limae estenuante e succoso degli zibaldoni medici ed ermetici di Thomas Browne, e ovviamente il mito gnostico con il suo correlativo opus erotico “a due vasi”. Sentiamo: “A tutti sarà accaduto di sentirsi, in un cunnilinctus prolungato, altrove (come Narada quando va a prendere l’acqua per Vishnu), in un paesaggio ignoto, e di domandarsi: ‘Dove sono? Perché mi trovo qui? Quanto tempo è passato?’. Si perde, col volto e il nome, anche il luogo e il tempo. Questo non succede nella fellatio: la fellatrix non viaggia nell’indeterminato e nel passivo, è legata a un palo attivo, l’atto è regolato da un tempo brevissimo, il pene gli fa da bussola, Nord fisso dell’Io (simbolo, ma anche troppo ruota del carro individuale perché ci sia tuffo nella Maya); il volto è più vicino e pende amorosamente sulla bocca che succhia. Chi pratica il cunnilinctus deve cercare di non perdere mai il contatto con l’umano e l’individuale, perché il divino, in qualunque modo lo s’incontri, stravolge e oscura”. In queste righe di tantra vespertino, occidentale, l’uomo di luce lotta per non dissolversi nelle tenebre esteriori, pur assorbendone la forza creatrice, la magia liminare, con più generosità di Ulisse che si tura le orecchie e si attacca all’albero della nave degli eroi.

Nella sua traduzione del Cantico, Ceronetti fa emergere con apparente crudezza la sostanza erotica che le poche parole ebraiche del testo sacro porgono appena velata, ma al contempo tesse un altro velo, una pelle psichica di amplificazioni gnostiche, di risonanze esoteriche che esaltano il carattere di sogno lucido dell’operetta. Offro un esempio, il versetto quarto del secondo capitolo: è la Sposa che parla. La Vulgata latina lo rende così: Introduxit me in cellam vinariam, ordinavit in me caritatem. Il testo masoretico ebraico, tradotto alla buona, dice più o meno: “Mi ha fatto entrare nella casa del vino, e la sua bandiera su di me è amore”.* Ceronetti fa esplodere un grido di viscere femminili assetate: “Portami nella cantina – piantami il tuo stendardo amore”. La bandiera che i Fedeli d’Amore isseranno sulle loro confraternite cavalleresche e templari si svela qui come l’asta virile denudata in un incontro clandestino, nella “casa del vino”: e Amore che fa inorridire il giovane Dante nella prima delle sue visioni rituali, quando gli annuncia che sarà d’ora in poi e per sempre il suo Dominus, è qui un vocativo lasciato cadere in un gemito di abbandono, eterno magnetismo della recitata passività femminile.

Trovo assai significativo che Ceronetti abbia volto in versi italiani eccellenti i due ketuvim o scritti sapienziali, l’Ecclesiaste e il Cantico dei cantici, che i vecchi monaci della Tebaide e del deserto di Nitria ruminavano per addestrarsi ai due gradini successivi dell’iniziazione spirituale, rispettivamente la conoscenza della natura o physiologhia e la conoscenza di Dio o theologhia. Tra il vortice nero del Qohelet-Ecclesiaste e il “laghetto oscuro” del Cantico, “punto di acqua notturna”, “luogo di transito di figure, nomi, culti femminili, una vendetta di Astarte contro la virilità esclusiva di Iah Qannà, il Signore della Scrittura”, si plasma il destino del Fedele d’Amore, che come il Giordano Bruno degli Eroici Furori nella prefazione a sir Philip Sidney si raggela e accende con la satira inorridita del corpo fisico, oggetto della concupiscenza dei volgari, per preparare l’anima alle fiamme degli amori disincarnati ma non estranei al corpo, perché al corpo che è celiniana “putredine in sospeso” sostituiscono un corpo veggente e ancor più poroso ai terrori e alle glorificazioni. Qohelet-Ecclesiaste dice, e sembra guidare il coro degli Schopenhauer e dei Weininger di ogni tempo: “Un uomo tra mille lo trovo – una donna fra tutte non la trovo”. Ceronetti commentando il Cantico glossa: “Una donna su mille si trova, nonostante Qohelet rabbioso neghi, una mystica margarita su diecimila no. Nel Cantico la polvere di un sogno femminile sta al posto di Dio. È questo che attira”.

Quando Calasso pubblicò Il gineceo, di ignotissimo autore turco, quasi tutti i lettori colti mangiarono la foglia, anche se pochi ricordavano, per dire, l’anteprima sulla rivista Poesia, di Crocetti, con il nome del Nostro ben in chiaro. L’eteronimo Mehmet Gayuk è un funzionario del crepuscolo ottomano, kemalista pensoso: un po’ alter ego, un po’ yeatsiano anti-self. Ceronetti-Gayuk, fedele al Cristo gnostico e al sufi cristico al-Hallaj (il cui motto, “Distruggi la Ka‘ba e ricostruiscila vivente tra gli angeli”, lo condurrà al martirio), demolisce con trasporto redentivo giacobino l’harem visibile per ritrovarne l’essenza eternamente custodita nel cuore. Il muro altissimo che separa uomini e donne, rendendole ḥarām, sacrae (proibite e inviolabili), è la barriera carnale, storica e scritturale su cui premono mani e sensi veggenti, desolati, per conoscere la luminosa tristezza dell’eros (e qui dialogano huzn levantino e tristezza “di fine decimonono”), fatta di congedi che sono amplessi sottili e incontri furtivi che sono compenetrati di lonantanza, di lucreziana amechania, ironica mimesi simbolica di un coito divino per sempre inattingibile. Vi è qui una confessione, ovviamente indiretta e tortuosa, ma specialmente preziosa, del dualismo ceronettiano, un socchiudersi di porte sulla sua officina spirituale. Leggiamone qualche verso:

“Per scale e scale di pena indicibile
Al Gineceo si accede supplichevoli

Guasti e abbandono, corridoi di polvere,
La via è d’incroci di selvoso sudore

Eccoci soli e scalzi e nessuna voce ci guida!
Celati restano per astuzia i guardiani

Le traghettanti allo scoglio acustico dei morti [riferimento all’Isola dei Morti del quadro di Arnold Böcklin]
Sono queste le donne?

Le sommesse del canto in fondo ai pozzi
Sono queste le donne?

Le donne sono le tacite dietro le porte
Figlie coi seni in bocca a un padre cieco [riferimento al tema ermetico della “carità romana”]

Il più guardato arcano del Gineceo
È un miele che arde in gola ai ragionanti

Abbacinati da luci di felicità inesprimibili
In celle di condannati passiamo la notte gemendo

La bramosia si attenua quando si sveglia il gallo
Per cantare il tasbīḥ” [riferimento alla leggenda islamica del gallo cosmico, angelo di Dio, che al mattino canta le lodi del Creatore]

Ceronetti parte da un grande hadith del Profeta dell’islam (“Nel rapporto sessuale di ognuno di voi c’è una ṣadaqa”,** un atto di carità), per ritornare al suo Ecclesiaste e alla sua gnosi d’amore: “Finirò mai di commentare Qohelet? Se mar mi-m-mawet et-ha-isshah (‘la donna è più amara della morte’), l’opera carnale la disamareggia, dice il hadith. Il non trovare di Qohelet solo per i superficiali e i claustrofili è misogino: in realtà è il Gineceo di Gayuk, non meno introvabile, a scioglierne, avanzando il proprio, l’enigma: introvabile è la donna perché il suo luogo è nel sogno insondabile dell’uomo, e nella misura in cui l’uomo è capace di sognare ha esistenza, durata, immortalità. (Non è oscuro il mio aforisma in Pensieri del Tè: la donna è immortale, l’uomo muore, perché il portatore di sogno… è mortale, muore: il sogno no, è immortale)”. Pare una chiosa ironicamente moderna alla Vita nuova di Dante: la donna-angelo sembra morire, ma non muore, perché è l’atto, la pienezza dell’uomo; l’uomo sembra vivere in lei, in realtà muore in lei, perché solo in lei sussiste: e tuttavia Dante, incoronato e mitriato sopra se stesso, resta uomo proprio nel suo trasumanare celeste; mentre Gayuk-Ceronetti permane solo al margine del testo erotico, che la donna è, e di cui è anche il vivente commento.

Le mura del gineceo sono cadute, siano benedetti i Voltaire, i Robespierre, gli Atatürk: ma la cortina d’acqua dell’apartheid erotica, tristezza e preservazione delle essenze, andrà continuamente fatta rizampillare nell’immaginazione, affinché non manchino il lamento di Sophia e la sequela del Viandante, la certezza contemplativa dell’antico e la perplessità lunare e stralunata del moderno, la sollecitudine fraterna per la carne flagellata e l’altissimo sguardo angelico aruspice delle sue convulsioni.

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* Hevianì el bet-ha-yyàin/ we-diglò ‘alay ahavàh.
** Fi buḍ‘i aḥadi-kum ṣadaqa.

Commenti
Un commento a “Ceronetti “Fedele d’Amore”. La presenza della Tradizione Occidentale nelle sue opere”
  1. Andrea Brantomio scrive:

    Avendo letto i passi protoleghisti de Un viaggio in Italia mi riesce difficile vederlo come un maestro…

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