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La poesia di Chandra Livia Candiani

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(Immagine: José Parlá)

Domani esce un bel libro. Non so se dire che è importante. Cioè, non so se posso permettermi di dire o di alludere al fatto che si tratta di un libro importante in senso assoluto, ovvero in senso letterario. Ma in qualche modo lo sto già facendo, o perlomeno mi sto ingarbugliando, e allora mi limito a dire che è un libro importante per me e per il raccolto séguito dell’autrice, un gruppo di lettori fedeli e accaniti, una sorta di culto; e che è importante perché dopo un percorso tra pochi riconoscimenti di peso (due su tutti: quello di Antonio Porta negli anni Settanta e quello del Premio Montale per l’inedito nel 2001) e tanti anni nell’ombra di un cassetto, tra piccoli e piccolissimi editori, questo libro esce per Einaudi. Si intitola «La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore». È un libro di poesie. Lo ha scritto Chandra Livia Candiani.

Una bella poesia di Wisława Szymborska, nella traduzione di Pietro Marchesani, finisce così:

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

Wisława Szymborska non è tra i poeti preferiti di Chandra Livia Candiani, ma prendo in prestito la manciata di versi perché penso che proprio l’incanto e la disperazione siano gli stati in cui vive la sua poesia. E le coordinate che i suoi riferimenti – letterari e non – possono dare, così come la «divisione in cielo e in terra», non sono «il modo appropriato di pensare» neanche alla sua, di totalità, ma inizio con l’indicarli perché aiutino a intuire in quale territorio si muove. Li si può raccogliere nelle quattro polarità degli elementi naturali.

C’è il fuoco dei russi; del resto russe sono le sue origini e russi sono alcuni degli scrittori che lei più ama: Pasternak e, su tutti, Cvetaeva. C’è l’aria, la leggerezza, il respiro cui richiama la meditazione Theravada che lei pratica e conduce nella sua casa da molti anni. Una leggerezza amica di quella di cui vive la poesia di Vivian Lamarque, ad esempio (nel 2005, in una delle sue due prefazioni a libri di Chandra Livia Candiani, Lamarque scrisse: «È da sgridare questa schiva, grande poetessa che si è decisa a cinquant’anni passati – ne dimostra cinquanta di meno, non sembra del tutto nata – a cominciare a pubblicare almeno una parte delle sue poesie»).

È la leggerezza che si trova anche nell’opera di Wisława Szymborska: per la limpidezza dello sguardo, tolte cioè l’ironia e l’«illuminismo ludico» (cit. Giovanna Tomassucci) della polacca. Perché da un altro punto di vista la poesia di Candiani è fatta di terra, di corpo, di vita: vita e opera sono in essa inscindibili, l’una informa o traduce o chiarisce l’altra, e viceversa. Infine dico l’acqua: dei sogni del fiume che danno titolo a una sua raccolta di fiabe (Vivarium, 2001), e intendo la forza interlocutoria e favolosa di versi che nascono da un grande talento visionario. Una forza spesso anche terribile, nel senso del dolore che li percorre, ed è il dolore che la vita getta nell’esperienza.

L’esperienza che sta al centro di questo libro, in ogni sua poesia, è l’esperienza della morte dei cari (il fratello, un’amica); eppure si parla sempre di altro, e con altro dico tutto, quella totalità oltre la divisione tra cielo e terra. Questo libro racconta la morte non per piangere i morti, ma per dire l’amore che rimane e li fa rimanere, per dire la vita con gioia e con grazia. La relazione (anche coi morti, coi deserti, coi fili d’erba) è una conseguenza dell’amore e del suo moto precisissimo. L’amore è il sentimento che muove il libro: il titolo lo dichiara. Il tempo è l’indicativo presente, i morti continuano a vivere finché c’è voce, il ricordo – si potrebbe dire – è organico. Come in Rilke (dal «Requiem per un’amica», nella traduzione di D. Borso):

L’afflusso potente delle tue lacrime
l’hai trasformato nel tuo maturo contemplare,
e stavi per convertire così
ogni tuo umore in una forte esistenza
che cresce e circola, in equilibrio e alla cieca.

Credo che questo sia il libro della sua vita. Tremo un po’ nel dirlo, perché è qualcosa di più di un sospetto e perché i libri arrivati prima della «Bambina pugile» sono tutt’altro che passaggi verso questo evento, ma opere vaste, autonome, in dialogo con un orizzonte più grande, che non prediceva «La bambina pugile» e che questa nuova opera non esaurisce. Voglio ricordarli, e non so come altro descriverli, quei libri, se non con l’aggettivo più banale: belli. Mi auguro che «La bambina pugile» permetta a tanti nuovi lettori di scoprirli.

***

Ringraziando per l’autorizzazione, pubblichiamo qui di seguito una poesia in anteprima.

Certe mattine
al risveglio
c’è una bambina pugile
nello specchio,
i segni della lotta
sotto gli occhi
e agli angoli della bocca,
la ferocia della ferita
nello sguardo.
Ha lottato tutta la notte
con la notte,
un peso piuma
e un trasparente gigante
un macigno scagliato
verso l’alto
e un filo d’erba impassibile
che lo aspetta
a pugni alzati:
come sono soli gli adulti.

Commenti
21 Commenti a “La poesia di Chandra Livia Candiani”
  1. Giampaolo Dp scrive:

    Credo sia anche questo il mondo “importante” di presentare e “dire su” un libro atteso. Sottolineando, qualora lo si desse mai per scontata, la sincerità di una scrittura, la sua verità, il poter toccare e arrivare fino a un libro. Sono certo che sarà un momento bello per alcuni di noi quello di avvicinarci allo scaffale di poesia di una libreria e trovare un “libro così”, che pulsa già, e con “così” non s’intende che io sappia “come” esso sia, ma di certo più “importante” di quanto non si dica. Saluti, G. Dp

  2. Giampaolo Dp scrive:

    p.s. avvicinarci/avvicinarsi

  3. ds scrive:

    favoloso! oggi mi è arrivato un libro ordinato qualche giorno fa: l’ho sfogliato, mi ha attirato il nome della traduttrice: Chandra Livia Candiani. Mai sentita. Tempo un paio d’ore e, senza averla cercata, apro questo post sul blog di Minima&Moralia che seguo da tempo…

  4. chandra scrive:

    grazie Andrea! grazie a tutti. Buon viaggio bambina pugile!

  5. aspetto questa ultima meraviglia illuminante per lavorarci intorno, l’ho già fatto, sono risultate fra le mie mie opere migliori ! grazie Chandretta, mi aiuti a sopravvivere in questo terribile e strano mondo.
    Simonetta

  6. Lorena Melis scrive:

    La bambina pugile. Bellissima. Questo libro sarà mio

  7. mario rellini scrive:

    Certe mattine al risveglio c’è una bambina pugile nello specchio, i segni della lotta sotto gli occhi e agli angoli della bocca, la ferocia della ferita nello sguardo. Ha lottato tutta la notte con la notte, un peso piuma e un asparente gigante un macigno scagliato verso l’alto e un filo d’erba impassibile che lo aspetta a pugni alzati:
    come sono soli gli adulti.

    QUESTA E’ PROSA, NON E’ POESIA

  8. Andrea Cirolla scrive:

    Caro mario rellini,
    così come non basta andare a capo per fare una poesia, nemmeno basta appiccicare dei versi per dimostrare la presenza malcelata di una prosa.
    Ad ogni modo, la poesia non è soltanto metrica, a mio modo di vedere, né tantomeno è soltanto metrica tradizionale. Che anche certa prosa, al di là della forma grafica, sia poesia, suona come un giudizio banale, eppure ha il suo contenuto di verità. E pure non mi sembra questo il caso; insomma la invito a leggere le pagine di Candiani, che non sono pagine di prosa, e arrivano da un lavoro lungo e preciso e mai secondario sul senso del verso e degli a-capo (ne ha parlato lei stessa frequentemente, in occasione di varie interviste), a-capo sempre funzionali al senso, appunto, ma non di meno al suono, alla musica.
    La polemica sul verso libero credevo fosse più storica che attuale; comunque sia, a ognuno le sue idiosincrasie, basta che non inibiscano la possibilità di arrivare alla voce data in consegna a un testo letterario, nel centro del testo letterario. Buona domenica

  9. mario rellini scrive:

    per Andrea Cirolla

    C’E’ POCO DA RIDERE
    C’è poco da ridere se alzo la testa ormai – non la cresta insisto la testa-
    a guardare lontano ch’allora sfuoca malgrado gli occhiali magari
    al più vicino ma vedo altrettanto sfuocato ch’allora mi chiedo
    forse son cieco? eppure il sole lo vedo anche l’albero e i fiori la nuvola
    la foglia addirittura il ragnetto cha passa sul muro invece sulla retina
    non leggo i bambini gli anziani uomini donne che fanno chiasso
    rumore di strilli e chiacchiere e pianti ch’allora abbasso la testa – non
    la cresta insisto la testa – per nulla convinto di stare nel vero ch’allora
    mi chiedo dove mi trovo? se la gente è sparita anzi l’umano
    a due zampe due braccia una testa son’io che sbaglio? che invece
    loro mi vedono e provo vergogna così m’acquatto dietro il cespuglio
    ch’è pieno di spine e lacera a sangue ginocchia e polpacci son vivo?
    mi dico non è il paradiso allora l’inferno ch’è rosso di fiamma ma
    mica può essere che solo a me è toccato il supplizio dei molti peccati
    sepolti in coscienza quasi tutti se non l’omicidio che forse mi manca
    perché son vigliacco e adesso che fare? c’è poco da ridere se scuoto
    la testa – non la cresta insisto la testa – perché ce l’ho vuota di sogni e
    pensieri e vedo la mamma davanti alla casa ‘non ne fai mai una giusta’
    che forse ha ragione sin da quando bambino ho rotto gli occhiali a
    saltare col cane e poi già più grande ho bocciato l’esame così appena
    ieri ho distrutto casa e famiglia per fare il regista ‘non ne fai mai una
    giusta’ insiste neppure piangendo ma dura nel viso di chi non capisce e
    adesso son io che neppure capisco e dico a me stesso ‘non ne fai una
    giusta’ quasi avessi la colpa del vuoto assoluto ch’allora ritorna a ciclo
    continuo- la colpa non il vuoto – così in un moto d’orgoglio mi drizzo
    e cammino ‘chi la dura la vince’ e perlustro le strade i ponti le piazze
    piscio dentro i giardini metto il culo su pelle Ferrari per ascoltare
    il rombo di tuono dei cento cilindri formula 1 abs cbs tts pqs rvs
    5 litri / 5 Km cambio a sequenza ordunque sono il re della strada
    che quasi ci credo davvero d’essere signore del mondo senza carta
    di credito assegni bonifico neanche i contanti – mio Dio è tutto mio! –
    così che m’esplode la fame e sforzo il motore nella piazza centrale
    dove lo chef d’arte sublime promette l’alta cucina che mai
    ho assaggiato per mancanza di fondi però nessuno m’accoglie
    in cucina la zuppa non bolle ‘l’arrosto sta fuori dal forno di dolci
    neanche a parlare ‘che palle!’ se voglio mangiare c’è poco da fare
    dovrò lavorare invece mi siedo tovaglia stirata di bianco glaciale
    tre piatti cinque posate quattro bicchieri il bouquet di fiori intonati
    dal muro irridono quadri d’autore così bello a vedere che prendo
    coraggio e sai che mi dico con passata memoria ‘me ne frego’
    che basta frugare dentro i negozi lungo gli stand del supermercato e
    accumulo pane salame piselli tortelli piccione salmone patata insalata
    a volte in scatola oppure nel vuoto ci posso magiare mill’anni dormire
    all’hotel vestire l’Armani e tutto d’un tratto ritorno ottimista ‘oh cazzo!
    adesso il film me lo faccio’ c’allora a meraviglia alzo la cresta – non la
    testa insisto la cresta – come diceva la nonna con voce allarmata se
    le parlavo con voce arrogante ma io non ascolto c’ho il set che pare
    infinito e già vedo la storia la trama l’intreccio anche la fine accende
    il cervello a rogna dei produttori che m’hanno bocciato allo scritto e
    all’orale questa volta li fotto e ci sforno l’opera d’arte mi par
    di sognare farò tutto da me scena costumi poi dietro la macchina
    con l’occhio al mirino urlo ‘Azione!!’ ma nulla si muove o meglio
    proprio come all’inizio il sole lo vedo anche l’albero e i fiori la nuvola
    la foglia addirittura il ragnetto cha passa sul muro ma manca l’attore e
    magari pure l’attrice c’allora come diceva la nonna abbasso la cresta
    non la testa insisto la cresta – e scopro una cosa di mill’anni
    più vecchia ma falsa ‘meglio soli che male accompagnati’ c’allora
    è così che finisce la storia e invece no mica è possibile perché come
    all’inizio il sole lo vedo anche l’albero e i fiori la nuvola la foglia
    addirittura il ragnetto cha passa sul muro però adesso si proprio adesso
    alzo la testa e la nuvola stinge in rosa e mostra un cappuccio
    d’immobile ovatta che invece cambia magari solo il colore e
    nell’immoto quasi a raso di strada lei scende dal bus proprio ogni sera
    lo stesso anche stasera e quando è vicina di nuovo da sempre
    mi chiede ‘oggi che hai fatto?’ allora ci rido abbastanza contento
    nulla rispondo ‘ un sogno ’.

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