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Charles Dickens racconta il nostro declino

Dal nostro archivio, un pezzo di Carola Susani apparso su minima&moralia il 21 novembre 2012.

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Questo pezzo è uscito sulla rivista Gli Altri. (Immagine: una scena del film Oliver Twist di Roman Polanski.)

E se fosse Dickens il narratore dei nostri giorni? Se fosse la sua disinvoltura tutt’insieme sentimentale, melodrammatica, cupa, torva, picaresca, caricaturale, ma senza livore, senza disprezzo; se fosse quella la superficie specchiante che ci serve per restituire non qualche brandello, ma una visione, del mondo? Cosa ha in comune il nostro tempo con il suo? Come mai si rincorrono, come mai giocano tanto a farsi da specchio, due società così diverse come quella in cui visse e scrisse Dickens e la nostra?

L’Inghilterra, Londra, il capitalismo al tempo del suo assestamento, acerbo e feroce, che va stabilendo allora le sue gabbie, i suoi alti muri che si vogliono impenetrabili perché si sanno fragili, tenuti su con la paura: le sue classi sociali, la borghesia che ha appena depositato i suoi valori a uso di tutti, il proletariato prigioniero della precarietà di una esistenza sempre sul punto di cedere alla morte e la galassia di sotto, il sottomondo, il mondo degli straccivendoli, dei mendicanti, delle prostitute, dei delinquenti, degli usurai e dei poveracci, quel mondo rapace che a uno sguardo dall’alto sembra ingombrare buona parte della scena e che, nella sua postura da avvoltoio, sta pronto a trascinarti, a risucchiarti giù, sia che tu sia un onesto lavoratore, sia che tu sia un buon borghese, un bambino di buona famiglia, una cara ragazza. Perché ci sembra tanto simile quella Londra alla società che andiamo conoscendo? Perché il processo di stabilizzazione del capitalismo ci sembra, negli effetti, così simile alla sua crisi, al suo declino che vediamo in atto senza sapere dove porterà?

C’è una prospettiva per la quale la discesa e la salita sono la stessa cosa. Anche la nostra società, a colpo d’occhio, è dominata dalla paura. La paura dell’assedio del sottomondo, dei ladri, degli assassini, dei drop out, dei poveracci. Paura che ci invadano, paura che ci devastino la casa, paura che trascinino via i nostri figli, ma alla resa dei conti paura di diventare come loro, di scivolare giù, di perdere quello straccio di forma più importante della vita stessa in cui si è irrigidita e immiserita la nostra identità. Mai il morso della paura è stato così violento. Mai la mobilità sociale verso il basso è stata così temuta. Mai forse la sottoproletarizzazione oltre che terrore, è stata esperienza indicibile eppure condivisa di così vasti strati. Le cellette borghesi, piccolo borghesi, micro borghesi, che si vogliono sempre più impenetrabili, visibilmente fanno acqua da tutte le parti, hanno perduto ogni riferimento, hanno smarrito la forma.

Resta soltanto l’appello mesto: “ma se io non sono meglio di un poveraccio (a scelta: di uno zingaro, di un immigrato, di una puttana di strada) di chi sono meglio?” Un rigurgito di dignità che trova la sua ultima espressione nei forconi, negli incendi, ma che dura dal tramonto all’alba e oltre quello, basta, è finita, nessuna dignità, nessuna forma, tutti giù nel calderone del sottomondo. Certo, la nostra paura è più ardente. Nel mondo che racconta Dickens la mobilità sociale va verso l’alto e verso il basso. Dickens ha la fortuna di vedere suo padre rovinato, la sua famiglia d’origine in carcere, di lavorare in fabbrica e poi di vedere i suoi cari liberati dai ceppi, suo padre di nuovo in corsa, ha la fortuna di riprendere a studiare, di ritrovare le sue sicurezze e da lì ripartire alla conquista di un posto centrale nella società. La fortuna nel mondo di Dickens racconta il subbuglio di una società produttiva, in espansione, che come abbatte, risolleva il destino di un uomo.

L’esperienza della mobilità sociale verso il basso, ma anche in risalita, che Dickens ragazzino si fa sulla sua pelle e sulle ossa, è la fortuna che gli permette di scrivere con disinvoltura, respirando a pieni polmoni, senza lo sguardo sorpreso o giudicante, rigido o indagatore di chi nel mondo operaio, nei bassifondi, ci va apposta, a studiare. Dickens usa a man bassa gli strumenti formali messi a punto dalla tradizione e dai suoi contemporanei, li usa tutti, dal picaresco al sentimentale, dal melodrammatico al terrifico. È perché si è appropriato di questi strumenti che può tenere tutto insieme, dalle ville recintate alla feccia, restituendo i nessi, con precisione e leggerezza. Se nessun dettaglio preso da vicino è proprio credibile nelle narrazioni dickensiane, l’insieme è la rappresentazione straordinaria di un mondo e dei suoi processi. Certo Dickens ha nelle sue corde, lì che aspetta, il lieto fine. Segno di una società borghese ancora baldanzosa al quale il nostro autore è squisitamente organico.

La nostra condizione è diversa: tragico o lieto che sia, facciamo fatica a concepire il finale. La mobilità sociale che abbiamo conosciuto, noi scrittori e intellettuali italiani, è stata quasi sempre verso il basso. Però, va detto, che il nostro degrado non ci ha privato della penna, né della possibilità della lettura. Dal modernismo che va ancora seminando, alle infiorescenze postmoderniste, ai fiori di serra della letteratura di genere: gli strumenti formali che abbiamo a disposizione sono numerosissimi. Come Dickens, abbiamo conosciuto mondi che sembravano preclusi al nostro ceto d’origine, li abbiamo conosciuti perché ci siamo scivolati dentro, non solo perché ci siamo andati con intento etnologico. Ne sono venute fuori indagini preziose. Ma le indagini raccontano lo stato delle cose. Il romanzo – quello strumento agile, onnivoro, resistente alle rigidità ideologiche, multiforme, duro a morire, che è il romanzo – è capace, anche nelle sue forme più disinvolte, come in Dickens, di legare le storie, i ceti sociali, gli eventi collettivi, in una catena che ne rivela il senso; è capace, ben giocato, di rivelarci i processi, di dirci non solo “così va il mondo”, ma anche dove sta andando. Ed è sempre lì, disponibile: un gioco pronto a essere giocato un’altra volta.

Carola Susani è nata a Marostica (Vicenza) nel 1965. Nel 1995 è uscito il suo primo romanzo, Il libro di Teresa (Giunti), nel 1998 La terra dei dinosauri (Feltrinelli). Con Feltrinelli ha inoltre pubblicato i romanzi per ragazzi Il licantropo (2002) e Cola Pesce (2004). Nel 2005 per Gaffi è uscito Rospo, raccolta di due radiodrammi. Ha collaborato alla rivista di Palermo Perap e a Linea d’ombra, e fa parte della redazione di Nuovi Argomenti. Nel 2006 minimum fax ha pubblicato la sua raccolta di racconti Pecore vive, selezione al Premio Strega 2007. Un suo racconto è incluso nell’antologia al femminile di minimum fax Tu sei lei. Per Laterza è uscito nel 2008, nella collana Contromano, L’Infanzia è un terremoto, e per Feltrinelli, nel 2009, Mamma o non mamma, scritto insieme a Elena Stancanelli. Nel 2012 minimum fax ha pubblicato il suo romanzo Eravamo bambini abbastanza. Da anni partecipa come docente ai laboratori di lettura e scrittura che organizza minimum fax.
Commenti
5 Commenti a “Charles Dickens racconta il nostro declino”
  1. DECADENZA OCCIDENTALE
    Gocce di acido
    verde
    forano gli occhi
    del condor che scruta
    il fondo delle gole,
    impedendo la visione
    di fegati ingrossati e vette
    di bile surgelata
    tra spazzatura non ancora digerita.
    Gocce di livido umore
    colano giù
    sul filo a spirale del cavatappi
    arrugginito dalla libidine
    uscita dal corpo senza vita
    ormai marcito dalla
    corrotta astuzia
    di un’immane furbizia
    secolare.

  2. Serena scrive:

    Benjamin Prado scrisse un pezzo su El Pais lo scorso anno.

    http://www.siderlandia.it/?p=6136

  3. marco m scrive:

    applausi per Carola
    la ferocia del sottomondo ci ha preso già

  4. Fdf scrive:

    Frustrazione da generazione moderna. Si salvi chi può.

  5. Gianni scrive:

    Avete ripubblicato un bell’articolo, peccato che il primo link punti a una pagina di approfondimento principalmente sul mondo del porno, non so quanto dickens iano. E controllare prima

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