Capaci

Che cosa rimane

Oggi, come molti di voi ricordano, è l’anniversario dell’assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e della sua scorta. Lo ricordiamo con questo breve testo inedito, scritto una decina di anni fa.

Chiudere gli occhi e riaprirli era una specie di gioco cha facevo da bambino. Era credere di avere una macchina fotografica incastonata negli occhi. Ogni battito di palpebre un flash, e qualcosa sulla retina rimaneva impressionato. Contavo fino a uno, a due, a tre, e poi mi domandavo: Se adesso riapro gli occhi qualcosa è cambiato? Sono io che faccio accadere le cose con la forza dell’attesa del mio sguardo? Odiavo il tempo immobile. Capitava anche così, spesso, che con gli occhi chiusi, durante queste acmi fasulle suonasse qualcuno alla porta oppure squillasse il telefono. Del resto in un’infanzia, in un’adolescenza passata in una casa, senza tempi scanditi da nulla, il telefono diventava il cuore aritmico domestico (così era nelle sitcom, così era nella vita). E anche quella volta tirai la testa in basso, chiusi gli occhi per cinque, dieci secondi, e il telefono squillò, e disse: “Maude”.

Due, tre anni meno di me, gli occhi lunghi, ragazzina, senza tette, anzi con una tetta più piccola dell’altra già piccola avrei scoperto, e le cosce invece muscolose da pallanuotista, e le labbra superiore e inferiore perfettamente speculari, una voce ibrida, ancora indecisa tra mascolino/femminino, bambino/adulto, a scuola la conoscevano perché da un po’ di tempo a questa parte camminava scalza per il quartiere, e poi cos’altro? sì, che lasciava un tag che sembrava un pavone incinto su tutte le sedie di legno su cui posava il suo culo, e, passando dalle medie al liceo, aveva deciso di smettere di farsi chiamare Caterina e di autoribattezzarsi Maude (un modello di tenerezza politica acquisito in fretta, la vecchietta di Harold e Maude), e le persone effettivamente avevano accettato l’alias, fin quando però cominciò a uscire con me e Marco e di lì a un paio di settimane furono altri a fare sparire Caterina e anche Maude e a rinominarla di nuovo: Donnaccia.

“Hai visto?” / “Visto che?” / “Io parto”.

Chiudi gli occhi, li riapri. Allora amavo i disastri. L’apocalissifilia propria di una generazione minore, la mia (la mia?), che non aveva mai subito traumi collettivi ma aveva fatto il pieno delle commemorazioni (quanti cazzo di valori vissuti dai padri e padri dei padri, solennità e solennità, resistenze, olocausti, sessantotti, femminismi, emancipazioni culturali… eravamo stati chiamati a celebrare), e allora questa generazione – assai assai memore, appunto – ha da sé sviluppato, per contrasto od orgoglio, un amore morbidissimo, addirittura sano, per le catastrofi e gli annullamenti e l’oblio assoluto. Cosa c’è di più bello di un treno che deraglia? A chi non andrebbe di aprire, per un gesto di grazia, di liberazione, il portellone di un aereo proprio al momento del decollo? Quante volte mi ero aspettato che così senza preavviso, dal cielo, venisse giù in picchiata un autobus a due piani o un asteroide a forma di uovo? Quante volte avevo accarezzato il sogno di un atto di distruzione, eroico, teatrale, gigante, o immaginato la finzione dell’epopea di un anarchico bianco, di un folle esteta della rabbia, di uno che fa esplodere piccoli ordigni, bombe carta, molotov, in mezzo alle campagne disabitate, per il puro piacere della detonazione, del deflagrare della materia da se stessa? Ed ecco.

Che in quel momento la televisione compensava questo desiderio di poter cambiare la storia o di atterrarla semplicemente portando uno shock sismico alla materia degli eventi, mostrando a me e a tutti la versione nazionalpopolare della scena finale di Zabriskie Point. Il montaggio alternato e sovrapposto dei gelidi palazzi nel deserto fatti saltare in aria negli ultimi fotogrammi del film lasciava ora lo spazio del mio immaginario, coattivamente, a un’autostrada trasformata in un piccolo vulcano. Il deserto americano, soffice, dipinto a colori lisergici, diventava ora – in una sorta di epilogo accudito nel grembo per anni –, adesso in televisione, sulla rai tv, Il Quadro Sbagliato. Un paesaggio ritratto con dettagli e toni cromatici completamente sbagliati.

Le automobili rovesciate, piegate e squartate a metà, ghigliottinate, la lamiera accartocciata in carta crespa, la pozzolana sparsa a pioggia dovunque, il guardrail contorto come una curva dello spaziotempo. Maude dall’altra parte del telefono ansimava e diceva: “Io se sto qua a Roma divento completamente pazza, lo so. Lo so”.

La televisione, più dei nostri genitori, sapeva come gestire tragedie lontane di questo tipo, l’aveva imparato una decina d’anni prima con il bambino caduto nel pozzo, e adesso con maestria lasciava fluire l’odore del dolore appena cominciato. Gli echi primordiali di ambulanze che parevano a pile scariche, sirene di polizia in sovrapposizione di onda con quelle dei carabinieri e dei vigili del fuoco, doppler confusi a voci di megafono, grida e sgommate di macchine, le sonorità del disastro, i fumi residui, le persone che solcavano i montarozzi di terreno esploso appena formati in qualità di insetti, inutili e inermi – presenze arrivate, come tutti, dopo.

Il corpo del giudice, di quest’uomo del sud coi baffi alla Amedeo Nazzari già ibernato nella foto in sovrimpressione sulle immagini in diretta, e i corpi della moglie e dei tizi della scorta erano stati appena estratti dal cumulo, ed erano morti, chi proprio lì, chi in ambulanza, chi su una barella di ospedale. La terra che aveva assorbito il calore del tritolo adesso lo rilasciava gradualmente deformando la composizione dell’atmosfera come i contorni di un incendio – questo era ciò che si vedeva. La polvere che si era sollevata fino a cinquanta, cento metri, ora ricadeva, e lentamente, mortalmente, ritornava al suo luogo originario. Mentre il fiato corto dei commentatori – i giornalisti sempre e ovunque – sommergeva già la semplice vista con le parole appropriate da pronunciare: apparivano buoni, dei chierichetti, di fronte al male assoluto.

Io era fulminato dalla scritta sopra il cratere. Capaci. Mi sembrava una firma gentile, ironica. Alcuni individui erano stati capaci di quello. Lo avevano fatto e lo rivendicavano da subito. Un esperimento di fisica riuscito bene. Mio padre sul divano si stringeva, si era andato a prendere un bicchiere d’acqua o la beveva a piccolissimi sorsi, provando forse in quei momenti l’unico sentimento che fosse in grado di destabilizzarlo, il terrore per il futuro.

Telefonai a Marco (quando rispondeva al telefono avevi sempre l’impressione che fosse appena risorto da un’ipnosi): “Hai visto hanno fatto un attentato a Falcone?”.
“Mi stavo facendo un bidé”.
“Marco, hanno ucciso Falcone il giudice, accendi la televisione! Mi ha chiamato Maude per dirmelo!”.
“Mo’ vado”.
“Ma non te ne frega un cazzo?”
“…”
“Non te ne frega un cazzo?”
“Eh?”
“Marco!”
“Non ne ammazzano tanti?”
“…”
“…”
“Ma che cazzo stai a di’!”.
“Che fine vuoi che facesse? Che fosse assunto in cielo?”

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
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