testa

Che cos’è letteratura per il Festival delle Letterature?

Ieri si è inaugurato il Festival internazionale delle letterature a Massenzio, a Roma. A un certo punto della serata Ambra Angiolini ha letto dei testi di Calvino. A un certo punto il tweet del festival chiedeva: “Avete qualche domanda per #AmbraAngiolini?”. A un certo punto della serata Silvia Avallone ha letto il testo che segue. Fate voi. Christian Raimo

L’amore e il test (di gravidanza)

Sì, diceva il test. Un trattino azzurro, elementare, come una virgola tra due parole. C’era un prima, adesso, e un dopo. Lei stava nel mezzo, barricata in bagno da più di un’ora. Il paese contava 450 anime a malapena.
Se se ne fosse aggiunta una, se ne sarebbero accorti tutti. Rosa si lasciò cadere sul bordo della vasca, ci scivolò dentro. Continuava a stringere il responso tra le mani, il risultato della sua disubbidienza. Il rumore della legna spaccata dai suoi fratelli cadeva a intervalli regolari fuori dalla finestra.
Sentiva le loro voci tra un ceppo e l’altro, che imprecavano contro qualcosa o qualcuno, con la rabbia incisa nelle corde vocali.
Non si decideva a uscire. L’accetta calava come una ghigliottina nell’aria fredda dell’inverno; e qui, nella vasca da bagno, Rosa teneva le mani giunte come se pregasse. Il suono delle cose reali era questo tonfo cieco, e sordo come le botte di suo padre.
Ma lei non voleva farla, quella fine.
E poi c’era lui. Bello come Brad Pitt, alla sagra di Camandona. Appoggiato come un cowboy alla ringhiera, con la birra in mano. Era il principio dell’estate quando lo aveva conosciuto. Prima di allora, non aveva mai visto un uomo nudo.
Cercò di immaginare la cena, il volto di suo padre scavato dalla luce fioca del lampadario che colava a piombo sulla tavola. Si vide, come in sogno, sillabare quella frase – io sono questa cosa, papà, anzi: sono due cose – davanti al suo muso rincagnato da scimmia, che quando era stata bocciata la prima volta l’aveva chiusa in cantina una notte intera. E i suoi fratelli che balzavano in piedi, le sedie scaraventate contro il muro: chi è? Dicci chi è stato? Figlio di puttana, io lo ammazzo.
Non devi pensare, si disse. Devi tagliare la corda.
Anche se lui ne avrebbe trovate altre mille come lei. Pallide e scipite, di quelle che aspettano ai bordi della pista alle sagre di paese. La cosa più probabile che le avrebbe detto era: prego, quella è la porta. Però adesso lei era due, non era più una cosa soltanto.
La cucina sembrava vuota, vuota come ogni giorno.
La luce bluastra del televisore ristagnava come dentro un catino. Sonia, la compagna di suo padre, affondava il gigantesco e tumefatto sedere nella poltrona. Compilava un cruciverba, ogni tanto gettava un occhio alla televendita che passava frusciando su un’emittente locale.
Rosa sgattaiolò nel corridoio, fece giusto in tempo a prendere il giubbotto e le chiavi della macchina. Aveva fretta, adesso. Non sapeva dove andare, non sapeva niente. Ma il test era positivo, ed era come correre a trecento all’ora in autostrada.
– Dove stai andando?
Si bloccò sulla porta, impietrita dall’indifferenza di quella voce. Stava uscendo così com’era, con i capelli non lavati, la felpa della tuta sopra un paio di jeans sbiaditi.
– Vado a fare un giro – disse.
Teneva una mano sulla maniglia della porta, e l’altra in tasca che stringeva le chiavi della macchina. Lo stick era nascosto in fondo alla borsa, sepolto da tutte le cose indispensabili e superflue: la carta d’identità, la patente; le venne in mente che forse l’aveva fatto apposta a cacciarsi in questa situazione.
– E io cosa gli devo dire, a lui? Che sei in giro con qualche stronzo?
Il pensiero di suo padre le riattraversò la mente come una gelata notturna.
Non avrebbe capito, le avrebbe solo spaccato il naso. Aveva poche ore per fuggire. Aveva un motivo per farlo, adesso. E forse poteva spingersi fino a casa di Marcello, suonare alla porta. Non avrebbe voluto vederla, forse. Magari era solo l’ennesima ragazzina che si era portato su, al belvedere, con la scusa di guardare le stelle. (…)
(…) lui se ne stava sdraiato sul letto a uccidere zombie, ma neppure i colpi del mitra in dolby surround riuscivano più a dargli soddisfazione.
La partita di calcetto il giovedì, i sabati sera su e giù per la provinciale deserta. Sua madre che gli cercava i preservativi nel cassetto per il gusto di mettersi a piangere ogni tanto. E il tempo che ti lavora ai fianchi, implacabile.
Piovigginava. Dal rettangolo della finestra poteva vedere una quindicina di mucche pascolare davanti a un relitto industriale del secolo scorso.
E dire che c’era, una ragazza. Una che lo faceva sentire vivo.
Quando se ne stavano abbracciati e soli in una camera d’albergo, soli e in silenzio, circondati dai rumori degli altri. Gli piaceva tenersela lì, rannicchiata sul fianco. Come sapeva ascoltarlo, come sapeva essere paziente quando lui le raccontava le sue ambizioni mancate, un futuro da calciatore bruscamente interrotto. Tutto a ramengo per un cavolo di menisco. Fuori c’era la nebbia, le risaie vuote. E loro due erano insieme, nella camera a ore, con il tempo che passava e il calore dei corpi vicini. (…)
Parcheggiò davanti a una palazzina a due piani. Il numero era quello che lui le aveva scritto su un bigliettino. Scalpitava, elettrizzata dalla paura.
Venne ad aprirle una donna. Era secca come un chiodo, quasi uno scheletro dentro un immenso grembiule frusto che sapeva di brodo tenuto sul fuoco per ore.
– Mio figlio è di sopra – disse, squadrandola con occhi ostili. – Tenete la porta aperta – aggiunse subito dopo, – non voglio porcate in casa mia.
Rosa saliva la scala buia e senza finestre, calpestava il pavimento di linoleum come se attraversasse un fiume gelido e melmoso. Non era mai entrata in quella casa. Del resto, lo conosceva solo da cinque mesi. Dentro di lei combattevano due titani, il fantasma grasso di suo padre e un principio affilato di rivoluzione. Rosa, la somara della scuola. Due mostri alcolizzati al posto di due fratelli normali. Il padre squilibrato, e quella Sonia, con i suoi cruciverba, quella sua faccia da sberle.
La porta era socchiusa. La luce era accesa. E all’interno non si sentiva volare una mosca. Le avrebbe detto: tu, cosa sei venuta a fare qui? L’avrebbe guardata male, con indifferenza. Rosa tremava, adesso. Ma ormai era fatta. Non aveva più scelta.
Scostò la porta, trattenne il respiro.
Poi Marcello alzò gli occhi e la vide. Così com’era, disarmata, sulla soglia della sua stanza.
– Ehi… – disse incredulo. Fece per alzarsi. Ma si accorse che era senza pantaloni, allora si allungò la maglietta fino alle ginocchia, come se si vergognasse. Come se lei non lo avesse mai visto nudo prima d’ora.
– Rosa… Che ci fai qui?
Rimestava in mezzo alle lenzuola, e poi sotto il letto, alla ricerca di qualcosa da mettersi addosso.
– Vieni.
Rosa non aveva niente da perdere. Entrò nella stanza. Non era così che se l’era immaginato, il posto dove viveva Marcello. La puzza di fumo, la PlayStation accesa. In fondo, anche lui era come lei.
– Chiudi la porta – le disse.
Rosa scosse la testa: – Tua madre non vuole.
Marcello fece finta di niente, si accese una sigaretta e riprese a guardarla. Non era bella; però aveva qualcosa nello sguardo, qualcosa di acceso e vivo, specialmente stasera. Conosceva la marca delle sue mutande, la taglia del reggiseno, e poco altro, nascosto nel suo modo di muoversi. Un paio di fughe in orario pomeridiano non bastano a costruire una relazione. Ma c’era stata quella volta, su a Camandona. Quando avevano parlato a lungo, fin quasi a sera, si erano presi la mano su un tronco di castagno rovesciato, e lui si era sentito, per un istante, come se davanti avesse un futuro.
– È successo qualcosa? – le chiese, messo in allarme dal suo silenzio.
Non si era neppure tolta la giacca, non aveva detto ciao né permesso.
Forse, stava pensando Rosa, mi sono semplicemente lasciata abbindolare come il più stupido dei cani, che appena allunghi la mano lui viene.
Solo che adesso lei non era più quella ragazza. Non aveva più niente a che fare con le gonne slacciate nei parcheggi. Quando Marcello fece per baciarla, lei lo scansò con un gesto secco della mano.
– Sono venuta a dirti – sillabò – che sono incinta.
Marcello cambiò espressione di colpo.
Allora lei scattò in piedi, alzò la voce: – È inutile che provi a girarci intorno, perché il bambino è tuo. È tuo di sicuro. E io adesso non posso più tornare a casa. Quindi due sono le cose. O vieni via con me, o ti saluto.
Una randellata. Marcello lasciò cadere per terra la sigaretta, rimase con la bocca aperta e il respiro infilzato. Come in un flash vide il pancione, poi il bambino. La carrozzina, il triciclo, il battesimo, e la prima comunione.
Era una cosa immane, al di là del bene e del male. Stava capitando a lui. Il nullafacente, il disoccupato, con venticinque anni da buttare alle ortiche. (…)
– Ma tu sei sicura di quello che dici?
Lei infilò una mano nella borsa, la rovistò con furia. Tirò fuori un oggetto strano, gli disse: – Tieni, se non ci credi.
Allora lui vide quel trattino, che era indecifrabile e semplicissimo allo stesso tempo. Ci mise un attimo a realizzare. Una frazione di secondo in cui gli si affollarono in testa tutti i pro e i contro. La quantità esponenziale dei contro, e la minima, sconosciuta, percentuale dei pro.
Alzò gli occhi dal test, che voleva dire tutto e niente. Il volto di Rosa, adesso, era ancora più pallido del solito, ma emanava un’attrazione misteriosa, una specie di astuzia micidiale. E cosa aveva fatto, lui, in tutto questo tempo? Cosa aveva combinato fino a oggi? Adesso, c’era questa ragazza che gli era sempre piaciuta, con i capelli spettinati e le lentiggini sul naso, che gli diceva: Tieni, leggi questa cosa. Leggi bene, perché c’è anche il tuo nome lì dentro.
Marcello raggiunse l’armadio, cercò qualcosa da mettersi addosso. Si era fatto incastrare, non c’era niente di più facile al mondo. S’infilò un paio di jeans sopra i pantaloni del pigiama, guardò l’ora, guardò Rosa.
Lei sorrideva, come una che ha appena tagliato il traguardo.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
36 Commenti a “Che cos’è letteratura per il Festival delle Letterature?”
  1. Ivano Porpora scrive:

    …e che commenti bisogna fare?

  2. Elio Pizello scrive:

    e aspettiamo di sentire – karen swan (!) – sophie kinsella (!) – vanessa diffenbaugh (!) – loro sì che alzeranno il livello generale!!!

  3. Ivano Porpora scrive:

    Almeno Sophie Kinsella farà un po’ di shopping in giro per Roma.
    Sai mai che ci rialzi l’economia.

  4. Renato scrive:

    e almeno (non ricordo quando) ci sono in programma le chiappe di Nicoletta Romanoff

  5. cristina scrive:

    Ho assistito alla lettura della Avallone. Immedesimandomi nel tema mi sono sentita prima nauseata, poi decisamente depressa (tipo post-parto).

  6. Giovanna scrive:

    Mi spiace! Non ce l’ho fatta a leggerlo tutto, annoiata già dopo le prime battute… Se il festival delle letterature si apre così…

  7. Giulia scrive:

    … non c’era solo la Avallone su quel palco, c’erano anche Piperno e Nyman e su di loro non si può proprio dire niente. bisogna cercare di essere obbiettivi.

  8. Lucia scrive:

    Ma infatti, no. No che non è letteratura. La Avallone non è letteratura, come non lo è la Mazzantini, come non lo è Baricco. Che non è nemmeno un saggista, né un critico musicale, né tantomeno un regista. Alda Merini non è poesia, la Szymbor* forse lo era prima, ma più il suo traduttore, e comunque mo’ se lo sogna. La Casa delle Letterature non promuove e ospita letteratura, si capiva già dal nome – si fosse chiamata Citofonare interno 2, allora sì. O #Vediamoci tra 2 ore all’Abbacchio solidale a San Lorenzo, passate la voce. Fabio Fazio non presenta libri in tv, Feltrinelli e le catene non sono librerie: è sotto gli occhi di tutti. Mondadori non è una casa editrice, Franchini non è un editor né un responsabile di narrativa, e Citati non è mai stato un critico, oltre a non capire niente di pomodori. La lezione frontale non è una lezione, Repubblica non è un giornale, Lavia non è teatro, e certo Ambra non è un’attrice – altro che Elio, che ammiccava come nessuno mai interpretando la lettera del mafioso. Ai festival letterari e alle presentazioni di libri ci va gente che non ha letto il libro, e comunque ci va troppa gente, e io non trovo posto a sedere.

    A parte gli scherzi… no: sarei, sono, anche d’accordo con voi. Ma più ancora: poter leggere solo in metro, mentre vai e torni dall’ufficio, e poi due pagine la sera prima di crollare addormentati, non è leggere.

  9. christian raimo scrive:

    So che su quel palco c’erano Piperno e Nyman, e questo è per me ancora più dannoso. E’ un’idea di uguaglianza, di democrazia perniciosa che annulla i valori. E’ come quelle trasmissioni televisive che invitano a parlare di droghe il medico e il quindicenne cazzone che si è appena fumato una canna. La scrittura disinvolta e la letteratura sono due sport diversi. Dignitosi entrambi ma diversi. L’uso della punteggiatura, delle metafore di questo racconto di Avallone a mio avviso rendono questo racconto più simile a una mail, o a un tentativo che a un racconto letterario. “Bello come Brad Pitt, alla sagra di Camandona”. “Appoggiato come un cowboy alla ringhiera”: se io leggo roba del genere in un romanzo da pubblicare cerco di tagliarlo, se io sono un direttore di un festival di Letterature cerco di chiedere un altro racconto all’autore, se io sono il redattore di una pagina di un giornale tipo il Messaggero che ha pubblicato (e credo pagato) l’anticipazione storcerei il naso dalla bassa qualità di questo testo.
    L’equivoco che sta alla base di quest’idea di festival è: la mancanza di critica – nella selezione – e la riduzione della direzione artistica alla promozione.
    In questo senso, mi chiedo anche il valore di invitare un’artista come Michael Nyman a inaugurare il festival: è un grande artista, ma a parte il nome, perché?
    La stessa domanda mi pongo rispetto alla scelta di Ambra Angiolini che legge Calvino. E’ un’attrice che ha lavorato su Calvino? E’ un’attrice che aggiunge qualcosa alla lettura di Calvino che noi lettori delle “Città invisibili” non avevamo colto? O è semplicemente un nome note usato come un’attrice on call?
    Anche l’uso di twitter è indicativo di un’idea di comunità letteraria come frutrice clientela, e non come una comunità di lettori proattivi.

  10. angelo de scrive:

    Che poi, per esempio, questo tipo di racconto piacerebbe a mia sorella, e ci sono tanti, troppi “lettori” che, come lei, hanno la libreria ricolma di libri non letti e magari hanno qualcuno in famiglia cui chiedono “mi presti un libro da leggere? qualcosa di amore (parole loro)…”. E con tutte le buone speranze, quel qualcuno della famiglia ripone nelle mani di chi glielo ha chiesto, poniamo, un Primo amore di I. Turg. sperando di fare un atto gradito. Ed invece a distanza di poche settimane riscopre quello stesso libro che giace sul comodino di un’altra camera d a letto, aperto a testa in giù a pagina 13.
    Tutto ciò per dire che sono assai d’accordo con quanto scritto da chi mi precede, ci sono troppi lettori cui piace leggere che il tempo batteva l’accetta o roba del genere…

  11. Chiara scrive:

    “Bello come Brad Pitt, alla sagra di Camandona” non si può sentire.

    Ma non si può sentire neanche “poter leggere solo in metro, mentre vai e torni dall’ufficio, e poi due pagine la sera prima di crollare addormentati, non è leggere”. Non stigmatizziamo. Non tutti hanno 5 ore al giorno da dedicare alla lettura ma magari quella mezz’ora la mattina e quella mezz’ora la sera costituiscono una lettura attenta e non superficiale. Non è (solo) la quantità di tempo dedicata alla lettura che rende un lettore “migliore”.

  12. Dario De Marco scrive:

    giusto, christian, giusto. ma mi fa ridere molto e pensare altrettanto il commento di lucia. che di fatto pone un problema: dove tracciare il confine? perché si sa: per non farsi abbindolare dal marketing culturale, e nel tentativo di non dare credito a iniziative commerciali, si finisce nell’opposto estremismo di non dare credito a niente, se non all’editore digitale che fa solo ebook in griko, e pure quello si è un po’ sputtanato, ha venduto 150 copie… ma scherzi a parte, il confine appunto dove va tracciato? caso per caso, mi direte voi, ed è questa la fatica che ci tocca fare ogni giorno, no? allora buon lavoro

  13. christian raimo scrive:

    Dove tracciare un confine? Beh per esempio si potrebbe chiedere una consulenza a critici, scrittori, bibliotecari, lettori forti, invece di occuparsi un sacco della parte promozionale, molto subordinati alle poltiche commerciali delle case editrici. Avallone stessa potrebbe dire: Ho scritto una cosa così così, invitate un’altra scrittrice più brava al posto mio.

  14. Mau scrive:

    Purtroppo da anni il Festival è fuori controllo… Non che abbia mai avuto una linea culturale rigorosa, ma almeno i primi anni era pensato. Ora ha realizzato il “depensamento”

  15. Dario De Marco scrive:

    non conosco il caso specifico di questo festival, ma “occuparsi un sacco della parte promozionale, molto subordinati alle poltiche commerciali delle case editrici” è il punto. il problema è che qua va tutto a rotoli, e gli editori grossi e gli “addetti alla cultura” per tamponare le perdite mettono pezze a colore del tipo che sappiamo – ambra che legge calvino, il libro di ligabue… ma che te lo dico a fare, ste cose le vai dicendo da tempo…

  16. Zeb scrive:

    accidenti che cacata (litote).
    ma la colpa non è forse anche di chi trasforma autori ancora inesistenti in cose percepite dagli incompetenti come letteratura?

  17. Linda scrive:

    Non esiste il labor limae, non esiste quel lavoro di cesello e di umiltà che ha reso grandi i Grandi che tutti noi abbiamo letto o che avremmo dovuto leggere. Io che scrittrice non sono pretendo dagli scrittori di professione una punteggiatura perfetta, una ipotassi ricercata e non un semplice accostamento di frasi ad effetto, pretendo la perfezione sempre, altrimenti perché rivolgere la mia attenzione e il mio poco tempo agli emergenti anziché leggere i Grandi di cui sopra? Detto questo capisco la difficoltà di un Festival che in undici anni ha invitato le voci più autorevoli del nostro tempo senza ripetersi, se non nell’edizione del X anno. Immagino che per ogni autore invitato altri abbiamo detto di no, in dieci anni si sono moltiplicati i festival e le rassegne librarie per cui reperire la “materia prima” non deve essere facile. Si doveva chiudere lo scorso anno anziché continuare senza linfa e eccellenze, accontentandosi di pochi autori bravi in un elenco di mediocri. Ma immagino che non sia semplice mettersi da parte e rinunciare alla visibilità, al potere, al denaro. La Avallone scrive male, Acciaio è stato un grande bluff e devo ancora incontrare qualcuno a cui è piaciuto. Mi aspettavo almeno l’impegno della neofita nel testo di ieri, ma niente, neanche quello. Su Piperno e soprattutto su Nyman non dico nulla, chi contesta la loro presenza non è obiettivo e la Angiolini è stata più brava delle attrici radical che occupano il Valle. In Raimo c’è però qualcosa che non torna, perché proprio Massenzio e la Casa delle Letterature la scorsa settimana? E se in undici anni la Gaeta lo avesse invitato sul palco più bello di Italia, oggi parleremmo di questo?

  18. christian raimo scrive:

    @Linda
    rispondo alla prima questione che poni provando a essere costruens, e non destruens. Perché fare ogni anno un grande “manuale Cencelli” degli autori reperibili in giro, perché non pensare che è possibile avere una direzione artistica autorevole quindi anche passibili di scommesse, ripetizioni, etc… Ho in mente dei festival in posti microscopici come Gavoi o Seneghe, fatti con un decimo dei soldi di Massenzio dove però la preparazione degli eventi è pensata in un modo diverso, progettuale, coinvolgendo gli scrittori stessi nella definizione del progetto. Sarà per questo che funzionano a un decimo del costo e senza una cornice come quella di Massenzio?

    alla seconda questione – ossia Non è che la critica politica è dettata dal rosicamento – rispondo in questo modo: se MIG mi avesse invitato avrei detto le stesse cose che sto espondendo qui sopra. Alla Casa delle Letterature quando sono stato invitato a leggere a Natale scorso, le ho dette di fronte a tutti.
    Se mi avesse invitato a leggere a Massenzio, avrei declinato l’invito (non pubblico un libro dal 2005) o avrei pensato a come progettare un intervento di qualità, nel testo e nella performance, insieme ad altri autori, e a altri attori, o registi. Se questo era possibile bene, sennò ciccia.
    La visibilità di venti minuti a Massenzio di fronte a 2000 persone è una moneta ancora troppo scarsa per venir barattata col senso di spietatezza contro se stessi che accompagna la scrittura. Essere maledettamente bravi, vuoi mettere una cosa del genere quanto vale rispetto alla visibilità? Toccare il cuore delle persone per ciò che si scrive vale più di mille applausi scontati di sconosciuti.
    Ritengo MIG una funzionaria pubblica, un direttore artistico che ha anche una ruolo di pubblica di responsabilità di fronte a una città: penso che le sue scelte non debbano essere dettate dall’arbitrio personale, i criteri con cui sceglie gli scrittori potrebbero essere esplicitati in una conferenza stampa, o ancora meglio discussi, vagliati. Non pensi?

  19. luca jardin scrive:

    siete i soliti spocchiosi. credete di essere superiori, un’élite di illuminati, ma siete soltanto una tribù di onanisti. il mondo va da un’altra parte, e se vi sentite controcorrente non è detto che abbiate ragione. è soltanto un modo che avete di sentirvi fighi, diversi dalla massa (oddio, il male assoluto! sia mai detto che fate le cose che piacciono ai più), vi sentite più protetti di quanto non vi sentiate quando camminate nel mondo là fuori, dove la gente è libera di scegliere ciò che gli piace, senza condizionamenti esterni. già, perché voi vi sentite tanto liberi, ma siete pieni di paletti autoimposti, di pregiudizi ideologici che credete universali, frutto di una presunta superiorità intellettuale. chi vi dà il diritto di stabilire cosa è e cosa non è letteratura? siete ridicoli.

  20. bidé scrive:

    luca jardin, mi ci metto dentro anche io sebbene non abbia partecipato alla discussione. Forse non saremo nessuno, ma una riflessione su cosa sia la letteratura va fatta costantemente nella vita di un lettore e va fatta ancor di più se il lettore si trova di fronte a certi spettacoli indegni in apertura ad una manifestazione che si vuole, appunto, letteraria.

    Quello che da profano mi chiedo, e spero che qualcuno di voi possa rispondermi, è: ma questi festival pagano ancora? Veramente conviene loro puntare sulla quantità e non sulla qualità?
    Io penso, ma magari mi sbaglio, che il momento di crisi dell’editoria (ahahaha, l’editoria italiana è in crisi, è questa la grande novità) sia una possibilità per tutti di rifondare istituzioni degenerate e che si credevano intoccabili. Se a cogliere quest’occasione non sono gli organizzatori dei festival allora ci meritiamo i Moccia e le Avvallone, ecco tutto.

    Infine ricordo (o faccio sapere) a Lucia, senza alcuna malizia, che tale signor Borges lesse la Divina Commedia sui sedili del metrò di Buenos Aires.

  21. minimaetmoralia scrive:

    @Luca Jardin

    io non capisco perché quando uno dice che non gli piace come viene gestito il Festival delle Letterature, debba sembrare un ragionamento spocchioso. “Chi vi dà il diritto di stabilire cosa è letteratura e cosa non lo è?”. A me nessuno, se non l’essermi interrogato e il volermi continuare a interrogare con molte altre persone sul significato di questo termine.
    L’aver letto Sartre, che si è interrogato sullo stesso tema, Jakobson,
    il Circolo di Praga, Ricoeur, Kant, Hegel, lo strutturalismo, Foucault, etc… L’essermi interessato in fondo e l’interessarmi di teoria della letteratura.

    Su cosa sia letteratura, chi è che decide oggi? Solo il mercato, in pratica.
    Se a te va bene così, se non pensi che debbano esistere dei corsi all’università di storia della letteratura. Se non credi che una qualunque pagina di Massimo Gramellini o Silvia Avallone e una qualunque pagina di Michele Mari o Walter Siti, per fare due esempi di autori contemporanei, non ci sia differenza, va bene, liberissimo.

    A me piacciono i “condizionamenti esterni” come li chiami tu. Li ho sempre cercati. I manuali di storia della letteratura, gli inserti culturali autorevoli, le riviste che fanno ricerca.

    È strano, ogni tanto ci sono dei libri che vendono tanto e degli autori che chiedono di essere riconosciuti come scrittori. Penso a “Volevo i pantaloni” di Lara Cardella, penso a Luciano De Crescenzo, penso a Susanna Tamaro, penso a “Infatti purtroppo” di Nicola X… Poi passa qualche anno, e quegli stessi autori sono totalmente screditati. Riletti con una lente distanziante, ci si rende conto che quel successo commerciale era solo frutto di circostanze fortunate. L’autore non ha puntato su se stesso, non si è evoluto. Pace.

    Se vuole essere libero dai condizionamenti esterni, lo faccia pure. Io ogni volta che mi sono fidato di persone che ne sapevano più di me (insegnanti, bibliotecari, critici preparati, professori universitari, amici bibliofili…) ho scoperto Bufalino, D’Arrigo, Busi, Mari, Siti, Mozzi, Gadda, Scarpa, Albinati, Veronesi, Ortese, Malaparte, Cristina Campo, Amelia Rosselli. Non era solo questione di gusto, era anche la capacità che avevo appreso di comprenderne i codici linguistici, etc…

    Il giudizio estetico non è universale, certo, ma chiede universalità. Sono un kantiano convinto in questo senso, magari lei invece è winkelmanniano.

  22. minimaetmoralia scrive:

    Christian Raimo, ops.

  23. armando scrive:

    luca, tu sei troppo drastico e incattivito, se posso permettermi. ma su una cosa concordo: è strano che si facciano queste polemiche sul blog di una casa editrice che pubblica sì tantissimi bei libri (quello della egan, per dirne uno recente, è stupendo) ma poi ci propone anche il duo lucarelli&camilleri che mi sembra tanto simile a un’operazione commerciale da major dell’editoria, o da festival che si dichiara letterario e invece strizza l’occhio ai Moccia. ed è evidente che i motivi sono economici e non possono, specialmente oggi, essere trascurati. il pane dobbiamo pagarcelo tutti, in fin dei conti, no? comunque, l’importante è che se ne parli, quindi grazie di questo spazio.

  24. minimaetmoralia scrive:

    Armando, anche qui non concordo. Una casa editrice è un’impresa commerciale. Se pubblicassimo Manuali per giardinaggio non penseremmo di fare letteratura. Quando abbiamo pubblicato Camilleri & Lucarelli, abbiamo detto: Ecco un giallo giocoso, che speriamo sia divertente. Quando abbiamo pubblicato Whitehead, Jackson, Onetti, Piglia, Malamud, Yates, Carver, Pica Ciamarra, Vasta, Eggers, Elkin, Paley, Strand, Simic, Wallace…. abbiamo detto; Questa per noi è narrativa e poesia con una grande qualità letteraria, speriamo concordiate con noi.
    C. Raimo

  25. dario scrive:

    Scusate, ho letto solo distrattamente perché il raccontino faceva cacare, ma che ci faceva Brad Pitt alla sagra di Camandona? E soprattutto dov’è Camandona? Grazie e scusate l’intrusione, avevo digitato su Google “MIG” (sono un appassionato di modellismo militare, con un penchant per gli aerei russi) e mi è apparsa questa pagina.

  26. All About scrive:

    scusate: ma se a uno una cosa non piace perché mai non dovrebbe poter esprimere il suo giudizio?

    Per esempio, a me i Radiohead sembrano più evoluti di Pupo e Domenico Modugno più evoluto di Lady Gaga. Per me Martin Scorsese è più bravo di Neri Parenti. Dirò di più: Kubrick e Fellini nonché von Trier e Garrone mi sembrano più in gamba del regista di “Amici” della De Filippi o di quello di “Vacanze a Cortina”.

    Non solo, ma Coetzee mi sembra che racconti l’uomo più in profondità di quanto non faccia Alex Del Piero o Gramellini. Addirittura Philip Roth mi piace di più della Parodi.

    Dirò anzi che alcuni di tutti questi mi sembrano bravi, altri mi fanno proprio un po’ cacare. Credo di essere abbastanza evoluto, sensibile, intelligente, aperto, avventuroso e amante della vita per poterlo dire con cognizione di causa. Ma che cazzo, mo’ ci manca pure che uno non possa esprimere la sua idea.

    Infine: saranno sicuramente opinioni, saranno sicuramente ragionamenti da torre d’avorio, ma che ci volete fare, a me Martin Luther King continua a convincere più che Scilipoti. E De Gasperi più della Minetti. Sono opinioni, eh!

  27. Clotilde scrive:

    Decapitatemi prima che sia troppo tardi.

  28. nico scrive:

    L’anno scorso Veronesi, de Lillo, Mari, Murgia, e, perché no, Wilburn Smith. due anni fa, Timi, La Capria, Carol Oates, Tiziano Scarpa, Walter Siti, e, perché no, Stefano Zecchi e Lucrezia Lante della Rovere. tre anni fa Munoz Molina, Cavazzoni e, perché no, John Grisham (sì, Cavazzoni a parlare e suonare alla luna).
    C’è la notte, quella scenografia grandiosa, c’è Roma intorno, e un po’ di tutto per occhi e orecchi. Un po’ come andare al cinema di Porta di Roma, certo, però a gratis. insomma, perché no? perché quella signora un po’ bionda e sicuramente un po’ ricca vi ha detto che vuole continuare a fare di testa sua? se uno vuole dell’altro può sempre andare al Valle o da Giufà, o in altri miliardi di posti dove ultimamente si parla di libri. no? non capisco. davvero.

  29. reallynothing scrive:

    Perdonatemi l’intervento presumibilmente OT, ma “E poi c’era lui. Bello come Brad Pitt, alla sagra di Camandona. Appoggiato come un cowboy alla ringhiera, con la birra in mano.”, non potrebbe darsi come discorso indiretto libero (di conseguenza, la bassa resa stilistico-espressiva avrebbe una sua giustificazione)?
    [Io comunque mi sono fermato a “gigantesco e tumefatto sedere”, ho vinto qualche cosa?]

  30. Lucia scrive:

    Criticare, vagliare, valutare, esprimere giudizi: certo che è giusto. Ma c’è una differenza di classe, c’è chi può e chi non può, ci sono persone TQ (che poi non ho mai capito se TQ sta per 30-49 o per 30-39) e persone over50 (e non darei tanto per scontato dove siano i lettori forti), c’è chi fa l’intellettuale di professione e chi fa un altro lavoro e sul lavoro legge di nascosto i siti di letteratura (quella che può leggere solo in metro ero io, e SI’ che la mia è tutta invidia, altroché!). Forse perfino Raimo non proporrebbe Siti a sua zia, se non vuole diventare come il tipo che fa la lagna perché sua sorella non apprezza Pr. am. di I. Turg. Ma distinguere e separare di può e si deve, in un mondo finito (avendo disponibilità infinita di soldi e di tempo e di campi semantici si potrebbero fare festival per i Colti Pochi e per gli Intrattenuti Molti, festival di Letteratura e di Para-).

    Fatta salva la possibilità di compiere saltelli quantici da una classe all’altra, ovvio.

    E anche la spocchia/passione/irruenza/conventicolitudine mi stanno bene, in un sito di letteratura… Però, ieri sera (tornando in metro) mi chiedevo: ma se prendessi le prime n righe del Sentiero dei nidi di ragno, o dei racconti giovanili di qualche Grande, per non dire della qualità dell’aria che respirano i contemporanei, davvero non troverei qualche equivalente di “Bello come Brad Pitt, alla sagra di Camandona”, “Appoggiato come un cowboy alla ringhiera”, “La luce bluastra del televisore ristagnava come dentro un catino”?
    No, forse non avrei trovato equivalenti… e comunque mi sono addormentata sulla prima pagina.

    (Per Dario: Camandona, come è noto, è nella stessa provincia di Gavoi e Seneghe).

  31. daniela scrive:

    Memorabile l’immagine del “gigantesco tumefatto sedere”. Come avrà fatto a ridurselo così, ‘sta povera casalinga già abbastanza inguaiata? Un mulo le ha rifilato un calcione nel posteriore? Il suo ganzo l’ha fatta ruzzolare dalle scale dopo l’ennesima lite? Sì, la Avallone sa maneggiare proprio bene le parole, come giustamente ci si aspetta da una scrittrice pluripremiata.

  32. Mario Papi scrive:

    Se quel Festival non ci piace, ignoriamolo e basta, non stiamo qua a lagnarci (che è inutile) o a sfottere (che non è comunque educato). Lavoriamo per costruire delle alternative valide e facciamo letture migliori. Walter Siti, per dire, che qua sopra è stato nominato più volte. Sto leggendo il nuovo libro ed è un capolavoro, il suo ennesimo. Pensiamo a questa letteratura, leggiamola, parliamone, mettiamoci alle spalle la miseria in cui stiamo ahinoi navigando. Farsi il sangue amaro perché la cultura viene gestita male non serve a niente (per citare Siti, appunto).

  33. Christian Raimo scrive:

    Giusto ignorare, fare cose da altre parti? Già lo si fa.
    Giusto leggere altri autori più bravi? Già lo si fa.

    Il punto è chiaramente un altro. Che il Festival Letterature non è un’iniziativa privata, ma pubblica. L’unica a Roma di questa portata. Quindi può rispondere a un vaglio pubblico, o deve essere valutata come una fra le tante, con i suoi pro e i suoi contro?
    E’ finanziato con 300.000, 400.000 euro, si può pensare che come gestire questi soldi non sia automatico, e non sia deciso sostanzialmente da una persona sola senza un confronto pubblico? Soprattutto in un momento come questo in cui buona parte del lavoro di promozione alla lettura viene fatto in modo totalmente volontario?
    Davvero non sono domande retoriche. Magari ho un’idea del pubblico diversa da quella di molti.

  34. Lucia scrive:

    Per Linda, che deve ancora incontrare qualcuno a cui è piaciuto Acciaio: Goffredo Fofi ne disse piuttosto bene nel febbraio 2010 su Internazionale:

    “Silvia Avallone ha 25 anni, è di Biella, già capitale del tessile, e ha vissuto a lungo a Piombino, soprattutto gli anni dell’adolescenza, che sono stati i primi del nuovo secolo (e Piombino è stata – ed è – una delle capitali dell’acciaio). Ha scritto un romanzo di base autobiografica, imbevendosi, si direbbe, di letture del novecento toscano, soprattutto Cassola, il cui paesaggio naturale e umano non è lontano da questo, con i pregi e i difetti di un’antropologia di dure radici, aggressiva e malinconica di una malinconia che riguarda soprattutto le donne. Avallone narra in questo efficace esordio il bene e il meno bene di un ambiente operaio chiuso, e l’amicizia di Francesca e Silvia, piccole donne che crescono tra maschi normalmente dominatori e avvertono il declino della loro classe di appartenenza. Lo sfondo ricorda La bella vita di Virzì, ma qui domina la sensibilità femminile. All’inizio si ha l’impressione di qualcosa di già visto e già letto, ma è un’illusione, perché personaggi e ambienti di questo tipo non si trovano nella letteratura italiana di oggi. E nel nostro orizzonte gli operai contano poco e gli scrittori sono figli e nipoti di una cultura omologata e di una mutazione scontata, quella in cui si muovono le due protagoniste. Acciaio ha i difetti delle opere prime, perdonabili in virtù della sua freschezza e dell’ambientazione in un luogo che in pochi hanno conosciuto e amato.”
    [copincollato da http://www.internazionale.it/i-libri-della-settimana-2/ ]

    (Non ho letto Acciaio, né altro della Avallone prima di ieri qui, e non ho intenzione di farlo. Certo non mi interessa fare l’apologia della Avallone.)

  35. Giulia B. scrive:

    La verità Christian è che ti devi candidare assessore alle politiche culturali di questa sporca capitale, questo devi fare, io ti voto.

  36. darkstar scrive:

    temp fa qualcuno su fb si è lamentato che alcuni giornalisti si rivolgevano alla Avallone”come se fosse Leopardi”…ma che dire…io rimasi basito gia da Acciaio,idea di base forse anche interessante,libro anche con ritmo,ma con una scrittura così basic e old age ,vecchia,proprio,che non lho manco finito-poi tempo dopo,mesi fa uscì un suo racconto allegato a non ricordo quale quotidiano,credo-dco,credo-si chiamasse”la lince”,ed era migliore di questo qua sopra-..questo sopra è proprio n.c,anzi,-che nessuno se la prenda- n.q.:)

Aggiungi un commento