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Che pena scriver d’amore

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Questo articolo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Banksy. Fonte)

Che fine hanno fatto i romanzi d’amore? Esiste oggi una letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale? Quelle storie stucchevoli, a partire dai titoli, tipo“Finché amore non ci separi” (Newton Compton): l’ebook in assoluto più venduto in Italia mentre scrivo. L’amore è diventato un brand, un marchio di garanzia per vendere, si dice da tempo. Qualche titolo in arrivo tra giugno e luglio: “L’amore non conviene” “La ricetta segreta dell’amore” “Un amore a Notting Hill”, “Tokyo Love”, “Un amore a Parigi”, “Mai per amore”.

Il risultato di questa orgia amorosa è che “l’amore sembra cioè uscito dall’orbita della letteratura che conta”, dice Emanuele Zinato, professore di Teoria della Letteratura di Padova. “La saggistica di successo ci avverte nel frattempo che nell’ipermodernità l’esperienza d’amore, usurata, è divenuta “liquida” o vittima di un irrefrenabile desiderio di intercambiabilità”. In effetti, il best seller “Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa” (Cortina) scritto di Massimo Recalcati indaga proprio questa diffusa, disperata, ricerca del Nuovo. Ricerca in cui, oggi, anche le donne sono in prima linea. Meglio far durare l’amore “vecchio”, ci avverte psicanalista lacaniano, invece che seguire l’onda neo-libertina che ci fa consumare amori come fossero contratti a termine.

“Di sicuro le vite “liquide” e precarie agiscono a fondo sulla gestione dei sentimenti. Ma, secondo il mio parere, sulle varianti – in campi così profondamente radicati nella corporeità umana – prevalgono alcune costanti “biochimiche””, continua Zinato. Recalcati, però, ha toccato il nervo scoperto delle lettrici, le stesse lettrici che (forse?) si ritrovano nella storia del nuovo libro di Paulo Coelho, “Adulterio” uscito da una settimana e già inevitabile successo editoriale, a partire dal claim che lo pubblicizza: “È meglio non vivere piuttosto che non amare”. L’aggettivo che ricorre di più nel libro è “intrigante”. Qualcosa di “intrigante” è quello che cerca la protagonista, vittima di un’esistenza perfetta piena di soddisfazioni – marito, figli, lavoro appagante di giornalista. Per di più è cittadina svizzera, luogo di stabilità e sicurezza per eccellenza. Ma è infelice.

Senza scomodare Emma Bovary per una volta, ci limitiamo a dire che la donna incontrerà qualcuno di “intrigante”: una vecchia fiamma che si trova a intervistare per caso. “Niente è più intrigante della scoperta, della timidezza che lascia il campo all’audacia”, chiosa Coelho. Capirete dove si va a parare: la donna si innamora dell’ex, decide di confessare, ma il marito capisce, e l’accetta così come è, sollevandola dal senso di colpa. La sua storia extraconiugale non ha fatto che riavvicinarla al marito e “imparare ad amore” è l’unica cosa che conta nella vita. Che poi in soldoni è quello che diceva Recalcati.

Una risposta scanzonata a tutto questo lacaniano “far durare l’amore” è il libro di Mila Venturini “L’amore non conviene” (Nottetempo). In una Roma contemporanea e in un Liceo che si chiama Morganti, ma è identico al Mamiani, arriva un professore di Storia e Filosofia, molto bello e un po’ brizzolato. Il professore decide di cancellare tutti i programmi scolastici e far lezione su un tema che gli sta a cuore, essendo vittima, si capirà dopo qualche pagina, di una recente e dolorosa separazione: “Effetti pericolosi dello stato d’innamoramento sulle giovani generazioni”. Gli studenti, inizialmente sospettosi, alla fine si divertono e ognuno fa tesoro a suo modo di questi insegnamenti. Naturalmente sarà poi lo stesso professore a ri-innamorarsi e a “arrendersi al martirio”, suo malgrado. La Venturini è una sceneggiatrice che ha lavorato molto in Rai, e si sente, nei dialoghi che sono agili. La favola funziona ed è chiaro che “l’amore è un equivoco della ragione”, come diceva tanto tempo fa Fabrizio De Andrè.

Eppure le storie d’amore mi piacciono. Non mi vergogno a dirlo. E vorrei che gli scrittori nostrani, quelli bravi, non si vergognassero oggi a dire: “Ho scritto una storia d’amore”. Le storie di Alice Munro, una che non ha paura a parlare di legami e sentimenti, ma li comprime, forse per pudore, in racconti brevi, sono storie d’amore. “Leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima”, dice la motivazione del premio Nobel che l’autrice canadese ha vinto nel 2013. Di fatto, quello che dovrebbe fare una storia d’amore è proprio questo. Ma la nostra Alice Munro l’abbiamo, e si chiama Elena Ferrante, nonostante non abbia mai vinto un premio, dicono per la sua assenza dalle scene. A mio parere i premi non li ha vinti perché la Ferrante è una che ha esordito con un libro che si chiamava “L’amore molesto” e poi ha proseguito con “I giorni dell’abbandono”, la storia di una separazione, e che ora è diventata famosa, anche Oltreoceano, con una trilogia (presto quadrilogia, in autunno) che è niente di meno di una lunga, appassionante, viscerale, geniale love story.

La verità è che Elena Ferrante non è amata dai critici letterari nostrani perché scrive d’amore. E che in fondo è quello che era successo a Natalia Ginzburg, qualche decennio fa, ignorata dalla critica. Infatti i bei romanzi d’amore italiani oltretutto ci sono. Mi sono messa di impegno, e ne ho trovati due fra quelli recenti. Uno si chiama “L’amore normale” (Einaudi Stile libero) e lo ha scritto Alessandra Sarchi e l’altro, agli antipodi, s’intitola “Giorni di spasimato amore” (Longanesi) di Romana Petri. Romanzi che analizzano due circostanze opposte: il primo è la storia di un quartetto amoroso, un “dramma della gelosia” per dirla con Ettore Scola, un romanzo che restituisce alla letteratura una storia apparentemente banale di amore e tradimento. Quello di Romana Petri racconta una storia fuori dal tempo, fuori dai canoni, fuori dalla ragione, se vogliamo. L’amore che porta alla pazzia e forse l’unico possibile. “C’è un solo modo di amare ed è perdutamente”, detto con le parole della Petri.

Non racconterò qui le trame di questi due libri perché a raccontarlo un libro d’amore risulta sempre pieno di cliché. La Sarchi lo dichiara in una delle prime pagine del libro: “Il problema era parlare dell’amore, di questa forza che ci trascina come un ottovolante sulla spazzatura della quotidianità, ma che se proviamo a raccontarla agli altri assomiglia sempre a qualcosa di già visto, già consumato, a volte perfino volgare”. E, per non cadere “già visto”, le due scrittrici sanno come problematizzare il linguaggio, sanno come utilizzare sapientemente tecniche narrative, facendo un uso originale della coralità nel caso della Sarchi e dello spostamento spazio-temporale in quello della Petri. “Le dinamiche affettive sono l’unica che ci sposta davvero, a noi esseri umani. L’amore è quell’ambito in cui possiamo cambiare attivamente”, dice Alessandra Sarchi.“In Italia c’è un analfabetismo dei sentimenti, e c’è complice anche la critica e le avanguardie. Peccato, perché all’estero ci sono grandi autori che scrivono di sentimenti e non se ne vergognano: McEwan, la Munro, Coetzee”.

Lontano, lontanissimo, dall’Italia provinciale c’è una scrittrice che ha indagato negli ultimi anni l’amore in maniera completamente originale. È islandese. Si chiama Auður Ava Ólafsdóttir e di lei abbiamo letto“Rosa Candida”,“La donna è un’isola” e “L’eccezione” (Einaudi, il 17 giugno). Il suo modo di parlare di amore non è scontato soprattutto per come racconta gli uomini: i suoi sono uomini poco stereotipati, più disponibili, anche le dolore. Uomini che fanno scelte spiazzanti. In “Rosa candida” il ventiduenne protagonista mette incinta una sua coetanea e poi sparisce a coltivare rose in un monastero. Quando la ragazza lo rintraccia e gli lascia il bambino, lui accetta e diventa un improbabile ma realistico e dolcissimo, ragazzo-padre.

Anche il nuovo “L’eccezione” è una storia simile nella sua insospettabilità: dopo undici anni di matrimonio Flóki e Maríasi lasciano perché lui è innamorato di un altro uomo, il suo migliore amico. María, dice il marito omosessuale, è stata la sua unica “eccezione”. Da qui comincia il dramma di una madre di due gemelli, che si trova a dover far fronte a un caos sentimentale che nemmeno la letteratura riesce a contenere. Diciamo soltanto che alla fine di questo libro, succede una cosa che in un romanzo italiano non sarebbe mai successa. E forse nemmeno nella realtà.

La Ólafsdóttir, che ha molti di lettori in Francia e ora anche in Italia, è bravissima a descrivere con pochi tocchi il paesaggio islandese. Un posto dove – tra lava scura, crepacci, strapiombi, muschi e mirtilli – è tutto così lontano da quello che ti aspetteresti che, forse, è più facile ribaltare le convinzioni del lettore. In sostanza, Auður AvaÓlafsdóttir è una che cerca la verità. Non importa se la trova. E non è questo che deve fare un buon romanzo d’amore?

Valentina Pigmei, nata a Parma nel 1973, ha vissuto a lungo a Roma. Giornalista e consulente editoriale, ha lavorato per varie case editrici. Ha scritto per La Stampa, Panorama, Elle, Grazia, Rolling Stone, GQ, D-Repubblica delle Donne, Messaggero. Oggi vive in Umbria e collabora con Flair, Myself, Vogue e Pagina99.
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