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Cheever, il racconto sereno dell’America

Pubblichiamo una recensione di Francesco Longo, uscita su «Europa», su «I racconti» di John Cheever (Feltrinelli).

Nel 1951, John Cheever si trasferì a Beechwood, dove aveva vissuto un altro grande scrittore americano, Richard Yates. Nelle pagine di Cheever si ritrova l’amore per l’essere umano che palpitava dentro Flannery O’Connor, nei suoi racconti si beve la stessa quantità di gin delle short stories di Fitzgerald e i suoi protagonisti potrebbero benissimo essere i vicini di casa dei personaggi di Raymond Carver. Eppure, John Cheever ha una voce inconfondibile, si riconosce la sua firma in ogni singola frase. La sua straordinaria sensibilità – prima umana e poi letteraria – non permette di paragonarlo a nessun altro scrittore americano. Dopo il lavoro della casa editrice Fandango, che ha il merito di aver attirato l’attenzione dei lettori italiani su questo autore, Feltrinelli ha ora pubblicato la sua cruciale raccolta di racconti, vera e propria pietra miliare della letteratura internazionale: I racconti (Feltrinelli, pp. 828, euro 40).

La narrativa di Cheever racconta minuscole calamità. Tramonti spettacolari che possono rivelarsi fatali, mattinate favolose e disgrazie accidentali, matrimoni che arrancano nel cuore di giardini dove le rose profumano come marmellata di fragole. Nel racconto intitolato Gli Hartley, una coppia di coniugi lascia New York per passare alcuni giorni di vacanza sulla neve. Alloggiano al Permaquoddy, un albergo dove si sono già rifugiati in passato. La moglie rompe l’incantesimo e ferisce il marito: «Perché dobbiamo sempre tornare nei posti dove abbiamo creduto di essere felici?». Nevica molto, appena possono si mettono a sciare, e lui ordina dei drink per allentare la tensione che intanto sale. All’improvviso, la figlia rimane incastrata nella sciovia, grida, e subito muore. Il racconto sta per terminare. Infatti, alcune ore dopo il tramonto, gli Hartley ripartono per New York: «avrebbero viaggiato tutta la notte dietro il carro mortuario delle pompe funebri». L’aria è gelida, sia fuori che dentro la macchina. Salendo nell’auto, il marito sistema una coperta sulle gambe della moglie.

Un’altra coperta, che genera uno stesso tepore carico di speranza e di sollievo, si incontra centinaia di pagine dopo. «Uscirono sulla veranda dopo cena, anche se ormai faceva freddo. Le nuvole non avevano colore. Nella luce obliqua la collina riluceva come una chiazza di velluto. La signora Nudd si coprì le gambe con una coperta e guardò il paesaggio. Era il piacere più durevole che aveva conosciuto in quegli anni». Le vite raccontate da Cheever sono segnate da una nostalgia talmente forte da soffocare, ma sono puntellate da gesti ed eventi che riscaldano l’animo. I piaceri sono diffusi, il senso della vita batte orgoglioso nei piccoli dettagli dell’esistenza, il calore dei rapporti umani tiene in vita creature fragilissime che non cedono mai alla disperazione. Non c’è racconto, insomma, in cui Cheever non sia intenzionato a mostrarci la «severa e manifesta bellezza della vita». Basta il timbro di una voce per rievocare uno splendore, splendore di solito venato di malinconia: «La sua voce era dolce e gli ricordava gli olmi, i prati e quei pendagli di vetro che si appendevano ai soffitti delle verande per farli tintinnare col vento d’estate».

Quasi tutti i racconti coprono archi temporali molto estesi. I personaggi si incontrano, si fidanzano, traslocano, vengono sfrattati, si sposano, mettono al mondo figli che nel giro di un paragrafo si laureano, si trasferiscono lontano e si incamminano verso il loro futuro. Passano gli anni, le foglie cadono, l’estate ritorna ogni volta piena di desideri, le domeniche si ripresentano sempre imbevute di una rarefatta sospensione; in ogni racconto incontriamo protagonisti diversi, eppure, dopo decine e decine di racconti, queste storie paiono montarsi in un’unica gigantesca narrazione che indaga la fluttuante natura umana, e scandaglia un’ampia gamma di sentimenti, tra cui l’ebbrezza dell’innamoramento, la paura di minacce sconosciute, il dolore dell’adulterio, la febbre piena di slancio delle ambizioni.

Rispetto a Yates o a Carver – per dire di due maestri che vengono inevitabilmente evocati dalle ambientazioni periferiche e dall’insistente e variegata tipologia di relazioni di coppia – ciò che colpisce di Cheever è l’audacia nel raccontare la serenità, o addirittura la felicità, e di essere a volte sfacciatamente edificante. Natale è un periodo triste per i poveri è una struggente favola natalizia piena di buoni sentimenti in cui, tra addobbi e scambi di doni, l’autore non si tira indietro quando deve scrivere: «Una luce beatifica le illuminò il viso quando si rese conto che era in grado di dare». E non mancano finali in cui errori e infedeltà vengono perdonati, o in cui le famiglie si ricompongono (la solidità matrimoniale viene celebrata al punto che questi racconti sarebbero un perfetto libro di testo per i corsi di preparazione al matrimonio).

In Il ladro di Shadly Hill, un padre di famiglia tocca il fondo. I figli gli regalano una scala estendibile di alluminio e lui li maltratta. Il colpo di grazia sembra arrivargli dalla moglie: «Sono mesi che i bambini mettono da parte i soldi per comprarti quello stupido arnese». Eppure, nelle ultime righe, il protagonista fischietta. Il miracolo è compiuto. Lo stile di Cheever consiste precisamente nella sua inarrivabile abilità di captare nell’aria tutto ciò che è all’opera per determinare atmosfere e stati d’animo. Non ci sono scene in cui non sappiamo in che stagione ci si trovi, Cheever tiene sempre d’occhio i movimenti del sole e la luminosità delle stelle, sa che nella vita tutto può incidere: una sinusite e un divorzio sembrano effetti di un’unica maledizione. La realtà nasconde lame affilate o promesse di salvezza: «Signora, mi consente di metterle la mano intorno alla sua caviglia? Non voglio altro, signora. Mi salverebbe la vita» (in La terapia). Con la stessa semplicità con cui ci si rialza da periodi bui, tutto può seminare sofferenza: «Piango perché mio padre è morto quando avevo dodici anni e perché mia madre ha sposato un uomo che detestavo, o pensavo di detestare. Piango perché ho dovuto indossare un brutto vestito, un vestito di seconda mano, a una festa di vent’anni fa e non mi sono divertita».

Nei campi da tennis crescono le erbacce e un diluvio può allagarli, ma qualcuno estirperà le piante cattive e il sole farà evaporare l’acqua. Così, tra picnic e passeggiate al chiaro di luna, tra proposte di matrimonio senza risposta e un temporale che incombe, per bilanciare i torti commessi dai personaggi malvagi, Cheever fa luce su come agisce il Bene, quel qualcosa che risana sempre il mondo: «Ebbi l’impressione che i pescatori e i bagnanti solitari e i custodi dei passaggi a livello e quelli che giocavano a pallone nei campi abbandonati e gli amanti che non si vergognavano delle loro attività e i proprietari di piccole barche a vela e i vecchi che giocavano a pinnacolo nelle caserme dei pompieri fossero coloro che ricucivano gli squarci aperti sulla superficie del mondo da uomini come me».

Francesco Longo (Roma 1978), giornalista, è autore del libro Il mare di pietra. Eolie o i 7 luoghi dello spirito (Laterza 2009) e di Vita di Isaia Carter, avatar (Laterza 2008, con C.de Majo). Ha pubblicato la monografia Paul de Man (Aracne 2008). Collabora con La lettura del Corriere della Sera e con le pagine culturali del quotidiano Europa. Scrive su Nuovi Argomenti.
Commenti
4 Commenti a “Cheever, il racconto sereno dell’America”
  1. Enrico Macioci scrive:

    Bellissimo articolo. Rende l’idea di quel miracolo che è la scrittura di John Cheever.

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  1. […] i primi libri già editi da Fandango, prima dell’estate Feltrinelli ha pubblicato I racconti di Cheever, un paradiso per chi ama la letteratura americana del novecento. A completare i testi […]

  2. […] More… Share this:TwitterFacebookLike this:Mi piaceBe the first to like this. Questa voce è stata pubblicata in Elzeviri e contrassegnata con Cheever, Letteratura, racconti. Contrassegna il permalink. […]

  3. […] Ma Cheever offre una possibilità di riscatto al suo protagonista. La grandezza dell’autore, e il tratto peculiare, risiedono nel suo sguardo empatico sulle persone, e nel suo forte umanismo, che lo portano a riempire di tanti buoni sentimenti storie intrise di profonda tristezza, di grande nostalgia, ma che sono veicolo di messaggi virtuosi, fino a terminare a volte con un piglio che è stato definito “sfacciatamente edificante”. […]



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