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Chen Qiufan e la nuova fantascienza cinese

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Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo.

di Simone Pieranni

Il successo de Il problema dei tre corpi di Liu Cixin (tradotto in Italia da Mondadori) ha riportato la fantascienza cinese al centro di un grande interesse, anche da parte della stampa mondiale. Se Liu Cixin però – nella sua opera principale – si pone come autore di sci–fi tout court (quella che viene definita hard science fiction), in Cina una nuova generazione di autori, i balinghou, «i nati negli anni ’80», sempre più connessa e in grado di adocchiare e seguire tendenze internazionali, si sta affermando grazie a opere che si muovono sul terreno dei «presenti possibili», ovvero racconti e romanzi che indagano un futuro che in Cina è già realtà.

Si tratta di una new wave di grande impatto: questi autori si trovano nel ruolo privilegiato ma non privo di insidie, di indagare una realtà come quella cinese già distopica per molte sua caratteristiche (si pensi ai crediti sociali, alla video sorveglianza, all’uso dei robot nelle fabbriche).

Chen Qiufan – nella cui opera sono sicuramente presenti elementi cyberpunk, tanto da essere stato definito anche il «William Gibson cinese» – rappresenta uno degli autori più importanti in questo momento: la sua produzione (racconti e un romanzo all’attivo) affronta temi reali – l’evoluzione delle app, problematiche legate all’inquinamento, al controllo delle informazioni – inseriti in trame ed evoluzioni futuriste. Questa sorta di «realismo aumentato» è in grado di descrivere le complicazioni antropologiche insite nel processo che sta trasformando la Cina in una società sempre più tecnologica: più che descrivere futuri possibili, Chen indaga i cambiamenti potenziali a livello umano derivanti dal confronto con un mondo – quello cinese – accelerato ormai in ogni suo aspetto.

Nel suo primo romanzo, Waste Tide, descrive la distopia di uno stato capace di imporsi a livello mondiale, ma non di assicurare benessere alla sua popolazione e nel quale i lavoratori sono trasformati in cyborg, affinché siano perfetti per lavorare senza troppe pretese «umane».

In che modo la Cina, che a tratti sembra già immersa nella fantascienza, ha influenzato la sua produzione?

Il ritmo della società cinese ha avuto un’accelerazione incredibile negli ultimi vent’anni e anche se ora pare rallentato, lo slancio è stato gigantesco. Vedremo una marea di cambiamenti in tutti i campi: tecnologia, economica, cultura, struttura sociale e etica. Le persone sembrano ansiose rispetto a questi cambiamenti che non sono semplici da cogliere. Come scrittori di fantascienza, siamo bravi a simulare diversi scenari creati attraverso la domanda «what if» e ragionare di conseguenza. I cambiamenti che stiamo vedendo li abbiamo già sperimentati nei mondi immaginati molte volte. È difficile del resto riassumere la Cina partendo solo da un presupposto. Oggi il paese è molto squilibrato in tante aree. Dalle megalopoli più sviluppate, come Pechino, Shanghai o Shenzhen, alle province più rurali del Nord–Ovest, sembrano pianeti diversi. Una cosa certa è che i cinesi sono molto flessibili riguardo le nuove tecnologie emergenti: possono utilizzare senza problemi tutti questi servizi per gestire le attività o migliorare la qualità della vita. Ma ci saranno conflitti tra lo stato totalitario e l’auto–realizzazione degli individui, e la tensione sarà accumulata o annientata con l’applicazione della tecnologia.

Si parla di «new wave» a proposito della fantascienza cinese, come definirebbe la sua opera, nella quale si scorgono anche caratteristiche tipiche del cyberpunk?

Non proverei mai a mettere un’etichetta o una categoria specifica sul mio lavoro. «Realismo fantascientifico» è un’espressione che trovo un po’ caotica. Penso che per lo più aiuti i media a interpretare il messaggio che stiamo cercando di esprimere. Rispetto al «realismo» tradizionale, che sembra mal adattato o insensibile a una vita influenzata dalla tecnologia, «il realismo fantascientifico» è più critico della realtà e più capace di rivelare il complesso rapporto tra tecnologia e vita contemporanea, come la trasformazione della natura individuale e umana e le conseguenze di tale trasformazione. In Smog, scritto nel 2006, ho previsto la possibilità che Pechino soffrisse per l’inquinamento atmosferico immaginando gli effetti sulla vita delle persone e sulla psicologia. Tuttavia, non voglio essere definito uno «scrittore di realismo fantascientifico». Tutto quello che voglio è scrivere buone storie che smuovano i lettori, indipendentemente dal fatto che siano di «fantascienza» o meno. Le etichette sono molto importanti per gli editori, i media e i critici. Il mio obiettivo è sempre stato quello di sorprendere il lettore.

In che modo il suo lavoro aiuta a comprendere la Cina contemporanea?

Non ho mai cercato di enfatizzare le metafore politiche o sociali nel mio lavoro. Scrivo degli aspetti della vita cinese che osservo e vivo, alcuni buoni, altri meno buoni. Sono spesso sorpreso da come i critici possano leggere un significato più profondo nelle mie storie a cui non avevo pensato. Credo che una delle qualità più importanti in uno scrittore sia la sensibilità: la capacità di catturare la stranezza nella vita di tutti i giorni. Ciò è particolarmente importante nella Cina contemporanea, dove è facile perdersi nella confusione di vite caleidoscopiche, in costante cambiamento. Siamo tutti cresciuti in un ambiente internazionale, soprattutto per me, la mia città natale è molto vicina a Hong Kong. E ora vivo a Shanghai, un’altra città internazionale. Quindi tutto ciò che abbiamo imparato e vissuto è per lo più abbastanza simile a ciò che si vede New York, Parigi, Tokyo. Dobbiamo stare molto attenti a non perdere la nostra unicità.

Ne «I pesci di Lijiang» – ma anche in altre storie – scrive di lavoro, anche duro. È uno stigma della sua generazione: realizzarsi solo attraverso il lavoro, gestire le pressioni. In che modo utilizza questi elementi per descrivere l’alienazione odierna dei giovani cinesi?

La mia generazione include gli operai della Foxconn, che, giorno dopo giorno, ora dopo ora, ripetono gli stessi movimenti nella catena di montaggio e ormai sono indistinguibili dai robot; ma include anche i figli e le figlie dei ricchi e di importanti funzionari comunisti, i «principini» che trattano il lusso come loro diritto di nascita e hanno goduto di ogni vantaggio nella vita. Comprende imprenditori disposti a lasciare milioni di stipendi garantiti per perseguire un sogno e centinaia di neolaureati che competono spietatamente per una sola posizione importante. Include i «lacchè degli stranieri» che adorano lo stile di vita americano così tanto che il loro unico scopo nella vita è emigrare negli Stati Uniti così come il «partito dei 50 centesimi» composto da xenofobi, che denigrano la democrazia e ripongono tutte le loro speranze una Cina più potente e in ascesa. Non credo sia corretto mettere tutte queste persone sotto la stessa etichetta.

Lei sta lavorando alla serie tv «Eros» che verrà proposta nel 2019, ce ne può parlare?

Sarà ambientata nel prossimo futuro, una società che consente alle persone di trovare la loro controparte sentimentale solo tramite algoritmo, altrimenti si soffrirà di un basso livello di credito sociale. Direi che è una serie di fantascienza cinese eccitante e originale che potrebbe cambiare le regole del gioco, dal momento che non molte persone nell’industria cinematografica hanno fiducia nella nostra fantascienza.

Quali scrittori la ispirano?

Le opere di Jules Vernes e Arthur C. Clarke hanno avuto una grande influenza su di me quando ero un bambino; e da allora ho letto i libri di George Orwell, Cormac McCarthy, JD Salinger, William Gibson, Paolo Bacigalupi, Ken Liu, David Mitchell, Peter Hessler, Alan Moore, Chuck Palahniuk, Dan Simmons, JGBallard, Don DeLillo, Laoshe, Liu Cixin, Zhang Dachun.

Sono un cantonese con un buon appetito che può buttar giù qualsiasi cosa.

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