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Chi ha paura di Quentin Tarantino?

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L’ottavo film esce con un numero nel titolo a contrassegnarne l’evidenza: The Hateful Eight. Sono 888 i posti a sedere messi a disposizione nello studio 5 di Cinecittà a Roma, dove il film è stato presentato in anteprima e resterà in programmazione per tutto il mese di febbraio, nella durata e nel formato (Ultra Panavision 70) voluti dal regista, Quentin Tarantino, l’unico a Hollywood a cui ogni vezzo – se solo di un vezzo si trattasse – è concesso. Solo al regista di Pulp Fiction è permessa la credibilità e accordato l’arrischio di un western di oltre tre ore, che senza avere il baricentro dritto e l’incedere epico di Django Unchained, riesce a imporsi in tutta la sua consapevolezza e magniloquenza cinematografica.

Le premesse narrative sono simili a quelle di Django. Ci sono gli schiavi e gli uomini liberi.
La guerra di secessione è finita. Il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) marca stretto la sua prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) con l’obiettivo di consegnarla nella mani della giustizia di Red Rock. Durante il viaggio si imbattono in Marquis Warren, un ex soldato nero diventato cacciatore di taglie (Samuel L. Jackson), e nel giovane Chris Mannix (Walton Goggins), che dice di essere il nuovo sceriffo della città. Finiranno tutti e quattro in una locanda, immersa nelle montagne del Wyoming, l’emporio di Minnie. Una tempesta di neve non consente di rimettersi in marcia: all’emporio succederà di tutto.

The Hateful Eight esce con una perfetta operazione di marketing: il roadshow. Inaugurato negli anni Cinquanta, del roadshow se ne sono serviti, tra gli altri, Ben Hur e Cleopatra.  Si trattava di un tour di promozione in poche sale selezionate, per lanciare il formato panoramico. Il film veniva proiettato in una versione estesa. La visione era anticipata da un’ouverture musicale, inframmezzata da un intervallo e al pubblico veniva offerto un libretto illustrativo. L’uscita di The Hateful Eight riprende questa forma di lancio mitico. Per l’Italia una delle cornici scelte è Cinecittà. Uno dei grandi meriti di Quentin Tarantino, va detto, è quello di saper riportare l’attenzione al cinema e sul Cinema.

Perché un film di Tarantino comincia prima che il film abbia inizio, questa è la verità.

Comincia con il countdown che lo separa dal film precedente; comincia con l’appello degli attori: ci sono quelli che attraversano i suoi film e quelli che vi collaborano per la prima volta. Comincia diviso in parti, come è accaduto, per esempio, per Kill Bill, o in un formato che solo alcune sale sono in grado di ospitare (The Hateful Eight in 70mm si trova all’Arcadia di Melzo, in provincia di Milano, al Lumiere di Bologna e al Teatro 5 di Cinecittà). Comincia con la cinefilia e prosegue con la sua rielaborazione. Comincia con il citazionismo per poi farsi linguaggio personale e dirompente. È anche questo il caso; sebbene The Hateful Eight trattenga in sé qualcosa che lo rende meno mainstream degli altri:si permette il difetto, e per questo merita più che mai di essere visto, di non essere «perdutamente figo».

Non c’è un’eroina o un eroe con cui immedesimarsi o simpatizzare, come invece accade in quasi tutti i film di Tarantino, da Jackie Brown a Grindhouse — A prova di morte, da Kill Bill a Bastardi senza gloria. Non c’è un ritmo che solletichi frequentemente l’attenzione, sostenuto da una colonna sonora predisposta a «riverberare» il racconto. Non si avvale di un gruppo di personaggi che invitano all’emulazione leggendaria, come accadeva, per esempio, con i protagonisti delle Iene, il film con cui The Hateful Eight ha più corrispondenze. Insomma, non ci sono elaborazioni narrative di impatto immediato.

Quello che Tarantino offre, stavolta, è qualcosa di più sofisticato e complesso, di più raccolto e ambiguo, di più impegnativo e autoriale: una scrittura che procede svincolata da strutture, che non va a cercare la conferma dello spettatore; lo accerchia, lo stuzzica con alcune selezionate, metonimiche sequenze, ma si sottrae al regime della funzionalità. La scrittura in The HatefulEight rinuncia alla trasparenza e al ruolo di «guida». Alla base vi è un’idea di cinema coerente con se stessa, ma al contempo affrancata tanto dal giocoso e divertito citazionismo quanto dalla ricerca di soluzioni narrative atte a sorprendere, ad appagare con l’emozione primaria.

The Hateful Eight è l’elaborazione più personale e libertaria uscita dalla sua testa. Racchiude tutto il suo cinema, tralasciando i costrutti più comodi. Si disancora dal revenge movie, prende le distanze dai miti cinematografici, si scosta dal divertissement visivo – sintomatico il lento zoom all’indietro dalla scultura cristologica cosparsa di neve all’inizio del film – per dare vita a un racconto materico, dalla sostanza misteriosa, fatto di personaggi opachi, solipsisti, destinati a relazioni disfunzionali; esposti alla riflessività del quadro fisso, del grandangolo e alle contingenze estreme di un luogo univoco: l’emporio, palcoscenico immaginifico e claustrofobico di tutto il film. E così crea nuovi e altri miti.

In questo, molto più che nella progressione narrativa, troviamo l’essenza del film numero 8 di Tarantino.
Nello slancio e nella tensione reiterata  verso la meta – la fantomatica e mai raggiunta Red Rock. Nell’articolazione delle dinamiche di relazione, raggiro, manipolazione e menzogna di cui tutti i personaggi, nessuno escluso, sono complici. Figure, prototipi – il cacciatore di taglie, il boia, la prigioniera, lo sceriffo, il messicano e così via – e al contempo simboli di un paese, gli Stati Uniti d’America, gli otto personaggi del film sono destinati al jeu de massacre, a tradirsi l’uno con l’altro, oppure ad allearsi, per comodo o per debolezza. Non esiste etica nell’emporio di Minnie, come non esiste un domani a Red Rock.

Un unico legame tra tutti: la parola, che sullo schermo riveste una duplice funzione. L’atto del parlare in quanto tale e la messa in atto della sopraffazione sull’altro, fino a farlo tacere per sempre, con ogni mezzo a disposizione. In questo sistema di incomunicabilità certificata, può esistere forse un sentimento in grado di farsi reale motore della narrazione e veicolo di verità? Potrebbe essere il legame di sangue, ma gli esiti sono comunque velleitari. Le uniche parentesi, brevi ma intense, in cui si è vagamente mossi a compassione, infatti, sono in presenza della rievocazione di un rapporto (profanato anch’esso) padre-figlio e in un tentato soccorso fraterno.

Nella prima parte diThe Hateful Eight assistiamo al dispiegarsi di un western alla maniera di John Ford, senza capire però se chi si dichiara cacciatore di taglie sia veramente chi dice di essere.E chi si definisce un boia? E l’assassina, è veramente una assassina?  E colui che sostiene di essere lo sceriffo, chi è in realtà? Poi, quando al centro del film, si spalancano le porte dell’inferno – preannunciate con alcuni istanti eterei, in cui è l’espressione musicale, non il verbo,a guidare la narrazione – allora capiremo che il dialogo, non l’azione, è il solo accesso che ci è dato per avvicinarci alla verità e all’identità dei personaggi; ché la conversazione, oltre a essere l’unica chiave di lettura possibile, rappresenta la miccia di una deflagrazione da cui non è possibile fuggire. «Una volta che si ficca il naso qui dentro,non si può tirarlo fuori appena se ne ha voglia. Bisogna restarci per un po’», scriveva Edward Albee in Chi ha paura di Virginia Woolf?

Dunque, cosa può restituire e sostituirela verità se nonla persuasione della parola e i fatti che essa, inevitabilmente, scatena? Ci rifletteremo, ripercorrendo al contrario i vicoli nebbiosi di Cinecittà che si chiudono alle nostre spalle. Non ci sono vie del Signore nel viaggio verso Red Rock; ma le strade della Parola, Tarantino ce ne ha dato prova, stavolta più di ogni altra, quelle sì, sono infinite.

Commenti
7 Commenti a “Chi ha paura di Quentin Tarantino?”
  1. Fabio Tre scrive:

    Recensione scritta davvero molto bene.

  2. Lalo Cura scrive:

    concordo: bello, interessante, sintetico e istruttivo con discrezione

    come succede (quasi sempre) quando gli articoli vengono pensati e scritti per il blog e non arraffati dai magazzini pieni di muffa della stampaglia

    l.c.

  3. Alessandra scrive:

    Bellissima recensione, non riuscivo a inquadrare bene la differenza di questo film rispetto agli altri di Quentin e questo pezzo l’ha centrata perfettamente, complimenti!

  4. rossella scrive:

    bellissimo pezzo.

  5. Quentin T. scrive:

    Whatta fuck are your comments? You should write about me. D’ya fear, maybe? Checchezz!

  6. Daniele scrive:

    Buona recensione.
    Film da sala che non delude. Tarantino condensa tanti degli elementi del suo cinema e li miscela dentro una stanza, aggiungendovi un po’ di pepe mistery – l’enigma della camera chiusa caro al giallo classico.
    La lettera di Lincoln, che segue l’oscenità, è la metafora delle tonnellate di retorica che insabbiano i reali disvalori su cui si fonda la società americana.
    In questo senso è il film più “politico” di Tarantino. Oltre che il più cupo.
    Non tutto funziona e alcuni dialoghi sono inutilmente prolissi. Poteva durare tranquillamente 40 minuti di meno.
    Però…avercene.
    Grande Morricone.
    Barbaramente ignorato dall’Accademy, che nomina per ben 10 volte quella maialata di Mad Max.

    Ridicoli.

  7. lc scrive:

    film visto ieri: questa è una bellissima recensione: grazie.

    da spettatore trovo che sia un ottimo film che però a un certo punto, diciamo a metà, poteva diventare un capolavoro, e non lo è diventato. direi che l’oscar a morricone è meritato.

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