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Chi rende il mondo un posto dove vale la pena ricordare

Il 27 gennaio, Giorno della memoria. Prima cosa: rileggete Maus, di Art Spiegelman. E se non l’avete mai fatto, leggetelo per la prima volta. Maus non è solo un mirabile esempio di racconto autobiografico della Shoah. Non è soltanto l’opera di uno dei maggiori illustratori del nostro tempo. Quel che conta non è l’appartenenza a un genere, il fumetto “adulto”, e neppure la nobilitazione del genere in sé. Maus è semplicemente uno dei romanzi più belli del Novecento, e se Benigni lo avesse letto veramente bene si sarebbe limitato a farne una cover cinematografica abbastanza sublime, e in definitiva avrebbe fatto un lavoro migliore. I soggetti narrativi sono organismi complessi, e reagiscono ai trattamenti come è scritto nelle loro possibilità, e nella loro fortuna. Esiste una gerarchia istintiva e selettiva nei diversi modi in cui si può approcciare a un soggetto, e quando un soggetto è legato all’Olocausto è difficile fare meglio di Maus, nella categoria “grande arte popolare racconta Auschwitz”. Così negli occhi permane la nostalgia di un Benigni-topo che sfugge ai felini con la svastica, con il resto dell’umanità, i maiali, che sta a guardare con le zampe inevitabilmente sporche. Maus è uno dei testi più amati, studiati e chiosati degli ultimi anni è difficile trovare un lettore che non si sia ritrovato con una lacrima sull’orlo degli occhi, o una risata all’angolo della bocca. Ma non succede niente di simile a scoprire una risata nascosta in una lacrima, o il contrario perché a differenza di altri Spiegelman sa che non si confondono le cose, perché il tempo deve essere separato: un momento si piange, un momento dopo, distinto, si sorride, e nel mezzo si guarda incantatati un essere umano polacco, degli anni trenta, ebreo, impegnato principalmente a smettere di vivere, poi sopravvivere, poi riprendere a vivere: e infine a ricordare.
Il protagonista di Maus è il sopravvissuto Vladek Spiegelman, o meglio la storia della sua vita, raccontata attraverso una serie di flashback al figlio Art. Il presente è l’America degli anni Settanta, il figlio disegnatore, la seconda moglie, le sue nevrosi, le sue avarizie, le sue malattie, gli scontri con una generazione che non ha vissuto l’orrore. Il passato è lo scapolo pragmatico nella Polonia degli anni Trenta, il momento in cui incontra l’amore, che prende le sembianze di Anja, ereditiera intelligentissima e troppo fragile. Anja diventerà sua moglie e la madre di Art, e come lui verrà deportata dai nazisti, e come lui ne uscirà viva. Ma a differenza di Vladek non lo racconterà a nessuno, sceglierà il suicidio, lasciando il marito in preda ai suoi fantasmi. Una delle reazioni interessanti, di fronte a Maus, è fermarsi a capire cosa rende davvero necessaria una storia e in una vicenda di sopravvivenza, viene naturale chiedersi cosa fa svettare l’opera di Spiegelman all’altezza dei più grandi monumenti testimoniali del XX secolo. Provando a rispondere a questa domanda, si può inciampare in un catalogo parziale e azzardato delle qualità che deve avere una storia per sopravvivere e se la Shoah è il punto meno avvicinabile del precipizio storico, è anche un’ovvia dispensatrice di giustificazioni a esistere per qualsiasi narrazione, e Maus fa molto più di quanto era sufficiente a garantirsi una voce: mostra ambizioni impressionanti, e le mantiene una per una. Ecco come.
Maus è raccontato superbamente. Raccontare superbamente significa anche non fare errori strategici di fondo. Un errore strategico di fondo sarebbe stato esagerare con le esplosioni grafiche, il corredo stilistico, l’ipetrofia comunicativa tipica dei fumetti. In Maus la ghiandola del disegnatore e quella del narratore sono equilibrate in modo stupefacente, e non bisogna dimenticare che la maggior parte dei disegnatori si affida a sceneggiatori per raccontare, mentre qui Spiegelman fa tutto da solo (e c’è da immaginare cosa avrebbe fatto un Pazienza meno giovanilista, meno giovane, con questa trama in canna e più autocontrollo sulla punta delle matite). Raccontare superbamente significa annidare nelle sequenze della storia possibilità appena accennate di direzioni senza mai contrastare la direzione principale. Raccontare superbamente significa autocostringersi a selezionare con spietatezza, e possedere la delicatezza di mettere in esordio tre pagine di incipit che sono come dovrebbero essere tutti gli incipit: conseguenze anticipate con potenzialità avventurose insieme calcolabili e incalcolabili. Il lettore si trova in uno stato di incertezza, e muoverà implacabile in avanti. (Inizia così: Art adolescente pattina con i suoi amici lungo le strade di Brooklyn, a un certo punto si rompe un pattino, gli amici non si fermano e lo lasciano a terra, lui va da suo padre che sta aggiustando qualcosa in giardino e gli racconta tutto, e lui lo ammonisce senza possibilità di risposta: “Amici? Tuoi amici? Se chiudi loro insieme in stanza senza cibo per una settimana… Allora tu vedi cosa è Amici!…”)
Maus è un grande romanzo in perfetta coerenza con il canone occidentale anche perché possiede una lingua precisa, completamente intagliata sulle necessità dei personaggi, e nessuno può dimenticare la parlata di Vladek quando ricorda, il misto di americano con bassorilievi di polacco e incrinature yiddish. E la presenza fondamentale della parola è uno dei motivi che ha decretato l’apprezzamento critico abbastanza universale di Maus anche aldilà degli appassionati di fumetti, culminato nel 1992 con l’assegnazione del Premio Pulitzer.
Maus ha dei personaggi straordinari, e fra tutti naturalmente il più straordinario è Vladek. È furbo come un animaletto favolistico, calcolatore e avaro come la caricatura dell’ebreo nella propaganda antisemita, follemente e teneramente innamorato di Anja. E possiede la negazione appena accennata di tutte queste caratteristiche, così da non instillare mai l’impressione che si saprà esattamente cosa è sul punto di fare. La maggior parte della vicenda di Maus si svolge in prigionia, e si rimane ammirati dalla sua rapidità, dai suoi sbagli, dal suo corteggiamento egoistico di ogni singola chance. Al termine dell’incubo, quando, dopo aver vagato nell’insicurezza, incontra dei conoscenti ebrei e viene a sapere che anche Anja ce l’ha fatta, Spiegelman riporta la macchina da presa al presente, inquadra il vecchio padre in pigiama che racconta la scena al figlio, dicendo queste parole: “Anja è viva! Mio cuore ha saltato! Non potevo credere”. Ecco. Quello è il momento per piangere. Dopo aver finito di leggere Maus, fermatevi per un secondo e rendete grazie a ciò che vi pare per il fatto che questa persona sia esistita veramente, che sia stata impressa in modo così formidabile, che abbia attraversato la Storia con la sua grazia scaltra, e il suo pensiero lineare. Non c’è bisogno di nessuna arguzia yiddish per concludere che sono persone del genere a rendere il mondo un posto in cui vale la pena di ricordare.

Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d’Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza).
Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore ed è corrispondente speciale per la rivista Abitare. Da gennaio 2010 dirige Canale 150 – gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi – iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia. Dal 2010 è curatore del Castello di Rivoli – Museo d’Arte contemporanea. Ha scritto di spazi e architettura per Domus, ha collaborato alle pagine culturali de La Stampa e D di Repubblica. Scrive di musica per Rumore e Il Giornale della musica. È stato consulente editoriale per Alet Edizioni. Nel 1999 ha tradotto per la casa editrice Einaudi The Wild Party, testo di Joseph Moncure-March, illustrato da Art Spiegelman (ed. Einaudi Stile Libero, 1999). Nel 2007 e nel 2008 è stato, con Stefano Boeri, co-direttore di Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari. Durante la prima edizione di Festarch ha svolto un dialogo pubblico su ‘architettura e letteratura’ con l’architetto olandese Rem Koolhaas. Nel 2009 è, con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti, co-direttore artistico di Urbania a Bologna. Collabora con Fondazione CRT e cura una collana di volumi di architettura e narrazione.
Commenti
6 Commenti a “Chi rende il mondo un posto dove vale la pena ricordare”
  1. Grazie della segnalazione, non l’ho letto, ma lo farò.
    Sono sempre le persone che conferiscono valore alle nostre esperienze.

  2. Concordo con l’autore del post, Maus è un’opera straordinaria.

  3. Isa scrive:

    Mi permetto di aggiungere, specie per chi non avesse ancora letto Maus o lo avesse letto nella traduzione pubblicata da Einaudi, che quella svolta da Ranieri Carano per Rizzoli è da preferire senz’altro.

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