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Chiamalo sonno, di Henry Roth, è un capolavoro rimasto troppo tempo fuori dalle librerie

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Ho sentito parlare per la prima volta di Chiamalo sonno nel 2015. A un incontro del Salone del Libro di Torino. Ho iniziato a cercarlo. Da allora, in qualsiasi libreria capitassi – di prima, seconda o terza mano – ho sempre chiesto se ne avessero copia. Un «no, niente» si è inanellato più e più volte in questi anni di ricerca svagata – poi, di colpo, la lunga catena dei dinieghi si è spezzata.

Lo scorso novembre ero a Rimini. La libreria Riminese ospitava una mia presentazione. Il libraio, maglioncino a collo alto e allegria contagiosa, mi guidava tra gli scaffali – e quando ho intuito che lì dentro c’era anche una parete dedicata ai libri usati, non ho resistito. Ho staccato la solita domanda. Non ho ricevuto la solita scossa di capo. Dopo qualche esitazione, e un rapido controllo al computer, il libraio ha sfilato dagli scaffali una copia del romanzo – cartonata, Garzanti, seconda edizione 1986 – e addirittura me l’ha regalata.

Sarà il caso, o la fortuna, non so – magari, negli anni, non sei tu a trovare le cose, sono le cose a trovare te, e c’è una gioia diversa quando le cose ti trovano, una gioia indisciplinata – ed io ricordo sempre i luoghi in cui leggo i libri, e l’inizio della lettura di Chiamalo sonno, così, non potrà più prescindere da Rimini, da quella libreria, dal liceo classico in cui una professoressa gentilissima mi ha invitato a parlare con i suoi studenti, da una piccola stanza di un piccolo albergo vicino al mare, che il vento, infilando fessure e corridoi, faceva risuonare come una canna d’organo malata, o come un sabba di spiriti che adoravano strusciarsi in velocità sulle pareti.

Chiamalo sonno è del 1934. Solo quell’anno escono Tenera è la notte, di Francis Scott Fitzgerald, Tropico del cancro, di Henry Miller, Ora che è Novembre, di Josephine Johnson – ma, in generale, sono gli anni Trenta del secolo scorso ad irradiare una luce magica e sinistra. Volendo fare qualche nome, sono allora in piena attività Virginia Woolf, Faulkner, il Nabokov dei romanzi scritti in russo, Hemingway, Mann, Steinbeck, Joyce. Ma tutti questi scrittori, nonostante l’abbaglio fulminante dei loro libri, non riusciranno neanche a smorzare la nera catastrofe che stava montando. Virginia Woolf, nel 1941, entrerà in un fiume con le tasche piene di pietre non solo perché non riusciva a zittire le voci che sentiva dentro, ma perché non sopportava più il rumore degli aerei tedeschi. «È una strana esperienza», scriveva, «questa di stare sdraiata nel buio e ascoltare il ronzio di un calabrone che in qualsiasi momento può pungerci mortalmente». E l’eco di quel ronzio non si è spento ancora, e continua qui, di notte, quando l’oscurità spazza via l’illusione che le pareti delle nostre camere possano proteggerci per sempre e da ogni male.

Quando pubblica Chiamalo sonno, il suo primo romanzo, Henry Roth è un perfetto sconosciuto. Ha ventotto anni, vive a New York, frequenta il Village, ha una storia con una scrittrice allora famosa.  Il romanzo vende poco, non viene neanche ristampato, ma la critica riconosce subito il valore del libro. Così la Scribner, una casa editrice dal catalogo prestigioso – la cui lunga storia continua ancora oggi, e nelle cui edicole votive rilucono le aureole dei suoi nuovi santi, Don DeLillo e Stephen King – per assicurarsi il nuovo manoscritto, versa a Henry Roth un anticipo di mille dollari. Da quel momento cominciano i guai. Cioè, macina pure un centinaio di pagine nuove, poi la crisi, si blocca, più in là brucia il manoscritto, sulla sua opera e sulla sua persona cala l’oblio. Henry Roth, nel cuore di una foschia impenetrabile, finisce in una fattoria nel Maine ad allevare anatre. E questa parabola potrebbe affievolirsi come una scintilla nell’oscurità, tra rimpianti e miserie – se non che, trent’anni dopo, nel 1964, una volta ripubblicato e recensito in prima pagina dal New York Times, Chiamalo sonno, sia in originale sia in traduzione, tocca e poi supera quella vetta, due milioni di copie vendute.

Questa, più o meno, è la storia leggendaria che ruota intorno al romanzo. Anche se la coda della storia appare ancora più avvincente. A settantatré anni, risolvendo o semplicemente tenendo a distanza guai e demoni privati, Henry Roth, nel suo caravan parcheggiato stabilmente in un campo polveroso di Albuquerque, New Mexico, finalmente si sblocca e dà avvio a un ciclo di romanzi intitolato, sull’onda di un verso di Shakespeare, Alla mercé di una brutale corrente. I romanzi sono stati pubblicati negli anni ’90, due dei quali postumi – e dalle interviste dell’epoca viene fuori che Henry Roth aveva ricominciato a scrivere perché gli servivano soldi, o più che altro per sopravvivere alla morte di Muriel, la donna con cui aveva vissuto per trent’anni, e che aveva colmato i terribili vasi vuoti dei suoi fallimenti con il delizioso gorgoglio della vita coniugale. Ma se ne ricava uno stato d’animo, da questa storia, che rasenta la serenità imperturbabile di certe statue orientali – e quando te ne allontani, porti con te la remota speranza che i blocchi, i momenti nerissimi, possano perdere presa sulla vita di ciascuno. Rimarrà l’artiglio del tempo conficcato nella carne viva – intanto, sarà possibile mettere nero su bianco nuove storie, cicli di storie, altri desideri ancora.

Chiamalo sonno racconta l’avvento della famiglia Schearl in America, la «Terra Dorata». Sono ebrei, vengono dalla Galizia, Austria. Il padre, Albert, è già a New York per trovare casa, lavoro. La madre, Genya, e il bambino, David, vi arrivano un giorno di maggio del 1907, «l’anno destinato a portare il maggior numero di immigrati alle rive degli Stati Uniti». Ma appena si ritrovano, a causa di un’oscura storia familiare che affonda le radici nel vecchio continente, un’atmosfera torbida e soffocante li avvolge definitivamente. E David, sebbene piccolissimo, sotto uno «strampalato cappello di paglia blu», singhiozzando per l’assurdo scambio di battute tra il padre e la madre, avverte cosa diventerà la sua vita da allora in poi – un pendolo impazzito tra un padre freddo, violento, sconclusionato, afflitto da manie di persecuzione, e una madre accogliente, decisa, allegra, capace di sedare con un abbraccio le fiamme dei piccoli e grandi inferni personali.

L’ombra di quella storia lontana striscerà lungo tutto il romanzo, e lo percorrerà fino a trovare un qualche compimento – ma non è questa la ragione per cui ci si scambia ancora questo titolo, come fosse un segreto vitale tra carbonari, nonostante sia sparito dalle librerie. Il motivo è David. Lo sguardo di David vagolante nei quartieri poveri e grigi di New York. La capacità straordinaria di David di vedere, toccare, pensare, dare espressione fulminante alla materia e ai sentimenti, come se tutto esordisse continuamente davanti ai suoi occhi, e non fosse già annerito dal commercio che ne hanno fatto gli altri esseri umani. C’è del miracoloso nel modo in cui guarda e sente David, e quindi Henry Roth – e viene da pensare che anche questo, in realtà, fanno i grandi scrittori. Recuperare uno sguardo spoglio e privo di pregiudizi. Fare della propria scrittura un bambino che per la prima volta raccoglie e restituisce il mondo. Dare la possibilità a noi lettori di vedere più nitidamente le cose, e le loro intime connessioni. Ampliare la nostra capacità di percepire, e quindi conoscere, la realtà che si dispiega dentro e fuori di noi. Farci sentire piccola parte viva di un mondo vivissimo, e più vasto ancora, e traboccante di materia.

(Un esempio per tutti, leggete qui, p. 41, «Ferito, David si era girato dall’altra parte e aveva tirato fuori dal ripostiglio la scatola in cui teneva i fogli del calendario che metteva da parte e i tanti oggetti straordinari che trovava per strada. Sua madre li chiamava i suoi gioielli, e spesso gli domandava perché gli piacevano le cose vecchie e consumate. Sarebbe stato difficile spiegarglielo; ma c’era qualcosa nel modo in cui era consumato l’anello di una catena oppure la filettatura di un bullone o una rotella da mobili, che gli dava una vaga sensazione di dolore quando vi faceva scorrere sopra le dita. Erano come suole da scarpe consumate o diecini ridotti lisci. Non si vedevano consumarsi, si sapeva soltanto che erano consumate, oscuramente sofferenti.»)

(E anche questo, p. 279, «E ora, sul gradino più alto dell’ingresso, si fermò un momento a guardare il portinaio ungherese che lucidava una delle ringhiere di ottone davanti alla casa. Aveva un odore corrotto, l’ottone, come di qualcosa che stesse marcendo, e tuttavia là dove il sole colpiva il metallo lustrato si scheggiava in una brillante luce gialla. Putrefazione. Fulgore. Buffo.»)

(Ok, con questo mi fermo, sennò finisce che ricopio il romanzo parola per parola, p.347, «Quando, la mattina seguente, David ripensò al tetto, vi pensò con una gioia così singolare ed esclusiva che gli impedì di continuare a pensare. Il tetto, quel recinto nel cielo, quel balcone silenzioso sul pinnacolo del tumulto, richiedeva che i pensieri che si avevano, si avessero lassù. Li scelse, fece cernita di ciò a cui avrebbe pensato quando fosse stato là – avrebbe loro permesso di fiorire una volta salito su per quelle scale. E dopo un po’, era lassù. Quei rumori della strada, quelle voci che arrivavano su dalle prese d’aria, non facevano che rendere la sua solitudine più reale, il distacco dalle sue fantasticherie più delizioso.»)

Davanti agli occhi di David, quindi, tutto emerge, tutto affiora nella luce di una piccola alba – e se ogni cosa emerge e riluce, rivelandosi nella sua essenza, ogni cosa ha la possibilità di candidarsi a diventare sacra. Così, al di là delle questioni strettamente religiose, quelle dell’ebraismo e del cattolicesimo, che alimentano parte del romanzo, David, per sua natura, è un piccolo mistico. Riesce a scorgere fuori e dentro di sé qualcosa di puro, incorruttibile, luminoso. Solo che il mondo in cui vive ringhia e mostra i denti. Il padre lo odia. I bambini che frequenta sono animati da cieche pulsioni. Più volte si trova a soccombere sotto i colpi violenti e smaliziati di grandi e piccoli. E la fuliggine di una città che cresce tumultuosamente, rilegando ai margini i poveri e i diseredati, ricopre e insudicia ogni cosa. Allora, si chiede David, come fare a trattenere la luce fuori e dentro di sé? Lottando con il mondo, lottando contro se stessi, provando a scrollarsi di dosso la fuliggine e la tentazione di agire come gli altri, non c’è altra soluzione. La sacralità dell’esistenza, sembra ammettere David, non esiste di per sé. Ma è il risultato di una lotta perenne.

Chiamalo sonno è un capolavoro. E iniziando come un romanzo di emigrazione e terminando come un poema, sembra l’anello mancante tra i grandi romanzi del modernismo e quelli che nella seconda metà del novecento scriveranno Saul Bellow e Philip Roth. Ma c’è un altro romanzo capitale con cui stringe un rapporto intimo, direi di fratellanza. Cioè, io non so se Henry Roth abbia mai letto Kafka prima o durante la stesura del suo esordio narrativo, ma c’è qualcosa che lega indissolubilmente Chiamalo sonno e America o il disperso, il primo romanzo di Kafka che Max Brod, invece di dare alle fiamme, farà pubblicare nel 1927. Qualcosa che va oltre i punti di contatto tra le trame, dove entrambi i protagonisti, David Schearl e Karl Rossmann, lasciandosi alle spalle la Mitteleuropa per un motivo vergognoso, sbarcano una mattina sul porto di New York.

E tutto ciò si sostanzia, da subito, dal modo in cui i due romanzi inquadrano la Statua della Libertà. Ecco come la descrive Kafka, « […] entrò nel porto di New York a bordo della nave che aveva già rallentato, vide la statua della dea della libertà, che da tempo stava osservando, come circonfusa da una luce solare fattasi improvvisamente più intensa. Il braccio con la spada svettava come se fosse appena stata sollevato e i venti soffiavano liberi intorno alla figura.» Ecco, invece, come la descrive Henry Roth, «Contro il cielo luminoso i raggi della sua aureola erano aculei di tenebra che speronavano l’aria; l’ombra appiattiva la torcia che essa brandiva in una croce nera contro la luce purissima – l’elsa annerita di una spada spezzata. La Libertà. Il bambino e la madre, ammirati, continuavano a fissare la massiccia figura.»

Sarà anche un caso, ma Kafka e Roth, all’inizio dei loro romanzi, come per marcare subito un territorio, non mettono in mano alla Statua una torcia, simbolo della Libertà, ma una spada. Verrebbe da chiedersi perché. Una risposta sarebbe quella di considerare la spada come il simbolo della lotta che milioni di emigranti dovranno condurre per riuscire a sopravvivere nel Nuovo Mondo. Ed è così. I sacrifici, le ristrettezze, le meschinità di queste avventure collettive e individuali compiute in un tempo feroce e vigliacco sono esemplificate fin nei minimi dettagli. Ma quella spada è lì soprattutto per evidenziare che David e Karl, fin da principio, non potranno esimersi dalla lotta. Una lotta senza quartiere per conservarsi veri, per conservarsi vivi, per non disperdere la piccola luce che li abita e li sostiene.

Su questa piccola luce, sulla parte più profonda e incorruttibile di se stessi, Kafka ha molto riflettuto. Kafka chiama questa parte «l’indistruttibile». Nei cosiddetti Aforismi di Zürau ne accenna tre volte. Messi in fila, gli aforismi formano un discorso unico. N.50, «L’uomo non può vivere senza una perenne fiducia in qualcosa di indistruttibile in sé, la qual cosa non esclude che, sia tale fiducia, sia quell’elemento indistruttibile, gli possano restare perennemente nascosti. Uno dei modi coi quali può esprimersi questo nascondimento è la fede in un Dio personale.»; n.69, «Teoricamente esiste una possibilità di essere felici in modo assoluto: credere nell’indistruttibile in sé e non cercare di aspirarvi.»; n.70/71 «L’indistruttibile è unico. Ogni singolo uomo lo è e nel medesimo tempo esso è comune a tutti. Ecco l’origine dell’incomparabile, inscindibile unione che lega gli uomini.»

E anche qui, non so, negli anni ho letto e riletto questi aforismi, e anche volendo non credo di essere mai a riuscito a rompere la noce di queste parole, sfiorando il loro nucleo incandescente – del resto, Kafka era un campione nel formulare risposte che ti si ritorcono contro come domande. Ma, davvero, ogni volta che le leggo avverto la brezza leggera della speranza, e una volta per strada riesco a intuire nei volti alieni delle persone intorno, anche quando appaiono nella loro versione più irrecuperabile, i tratti di un fratello.

Scrive David Foster Wallace in Brevi interviste con uomini schifosi, «Succedono cose davvero terribili. L’esistenza e la vita spezzano continuamente le persone in tutti i cazzo di modi possibili e immaginabili». Ed è vero. Ognuno porta dentro di sé le sue piccole o grandi e invisibili fratture. Ma poi leggi Kafka, leggi Henry Roth, e capisci che, nonostante tutto, la parte più irriducibile di te in qualche modo sopravvivrà. Roth su questo punto è ancora più fulminante, e mette queste parole in bocca a Genya, una delle figure materne più belle che io ricordi in letteratura, «Non puoi immaginare come mi sentivo. Anche ora, riesco appena a parlarne, dal male che mi fa. Ma per fortuna l’ombra non ha mai spaccato una roccia, e uno può domandarsi mille volte perché vive, e con tutto ciò non morire mai.»

Ecco, leggendo Chiamalo sonno, la tentazione è quella di definire Henry Roth un fratello di Kafka e un nipote di Melville. David, come Karl Rossmann e Bartleby lo scrivano, non si conciliano con la vita – ovunque vadano, con quel ritornello tra i denti, «avrei preferenza di no», oppongono la loro piccola luce al mondo cupo e squallido che li circonda. Ma Henry Roth sa che, oltre alla sconfitta, il trionfo è una piccola parte della lotta. E che quel trionfo riguarda tutti. E dove situa questo trionfo, il genio di Henry Roth? Nel punto più inaspettato. Nel punto dove ci troviamo più veri e disarmati. Nei brevissimi momenti che precedono il sonno. Lì dove la vita, esattamente come nella migliore letteratura, può essere rivissuta, ripensata, assimilata, fino a sprofondare dentro il suo gorgo oscuro. Ed è una stranissima forma di liberazione e di pace, quella che ci consegna, e con cui si congeda, Henry Roth. Questo arrendersi, abbandonarsi, perdendo vincoli, pretese, convenienze. Questo sentirsi, e riconoscersi – almeno per un istante – piccola parte viva di un mondo smisurato e misterioso, pagliuzza luminosa e vorticante dentro l’immane flusso tumultuoso della vita che ci precede, ci accarezza e ci sovrasta:

«Poteva anche chiamarlo sonno. Era soltanto in prossimità del sonno che ogni battito delle ciglia poteva provocare una scintilla contro l’esca confusa del buio, accendere negli angoli oscuri della camera una tale miriade di vividi zampilli di immagini – un luccichio su barbe inclinate, l’ineguale scintillio su dei pattini, la secca luce sugli scalini di pietra grigia di un ingresso, lo splendore a diminuire delle rotaie, la lucentezza oleosa dei fiumi lisci nella notte, il brillio di sottili capelli biondi, di facce rosse, il brillio sulle palme aperte e tese di legioni e legioni di mani che si precipitavano verso di lui. Poteva anche chiamarlo sonno. Era soltanto in prossimità del sonno che gli orecchi avevano il potere di cogliere ancora e di ricomporre il grido stridulo, la voce rauca, l’urlo di paura, le campanelle, il respiro spesso, il ruggito delle folle e tutti i suoni che giacevano fermentando nei tini del silenzio e del passato. Era soltanto in prossimità del sonno che uno sapeva di essere ancora disteso sui ciottoli, che sentiva i ciottoli sotto di sé; e sopra di sé, e sempre spinta veloce verso di lui come una schiuma nera, la nube perenne di piedi calzati che correvano, le scarpe rotte, le scarpe nuove, scarpe tozze, a punta, infangate, lucidate, sformate dai piedi callosi, rovinate dai selciati, pesanti, sotto a gonne, sotto a pantaloni – scarpe, sopra di lui e attraverso di lui; e le sentiva tutte e sentiva, non dolore, non terrore, ma il più strano trionfo, la più strana acquiescenza. Si poteva anche chiamarlo sonno. Chiuse gli occhi.»

Tutte le citazioni sono tratte da:

– Chiamalo sonno, di Henry Roth, Garzanti, 1986, traduzione di Mario Materassi

– Voltando pagina, saggi 1904 – 1941, di Virginia Woolf, il Saggiatore, 2011, a cura di Liliana Rampello

– America o Il disperso, di Franz Kafka, Feltrinelli, 2011, traduzione di Umberto Gandini

– Confessioni e Diari, di Franz Kafka, I Meridiani, 2013, a cura di Ervino Pocar

– Brevi interviste con uomini schifosi, di David Foster Wallace, Einaudi Stile Libero, 2000, traduzione di Giovanna Granato e Ottavio Fatica

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e ha pubblicato una raccolta di racconti, Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016). Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017) è il suo primo romanzo.
Commenti
8 Commenti a “Chiamalo sonno, di Henry Roth, è un capolavoro rimasto troppo tempo fuori dalle librerie”
  1. sirio scrive:

    ma se avesse desiderato cosi’ tanto il libro,ne avrebbe trovato copie su copie in ebay ,questi che si sbracciano nel raccontare del loro amore per i libri quando devono spendere per il loro oggetto desiderato …

  2. Luca scrive:

    Bellissimo articolo. Fa venir voglia di uscire di casa, cercare il libro e perdersi nella lettura. Complimenti!

  3. Ho letto Chiamalo sonno circa 30 anni fa. È un libro indimenticabile. Esiste inoltre una sorta di riscrittura, fatta dallo stesso Henry Roth, intitolata Una stella sul parco di Monte Robinson.

  4. Ops… che ho scritto? Una stella sul parco di Monte Morris…

  5. Anna Rusconi scrive:

    Uno dei miei libri da sempre più amati (e prestati). Chissà perché è così poco conosciuto.

  6. Salvatore scrive:

    Molto interessante, me lo procurerò sicuramente.

  7. Stefano scrive:

    Secondo me si dice…..relegando ai margini ……sarà un refuso….cmq libro meraviglioso….

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