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«Spero di piangere in modo carino».  Sono un neo papà, ho l’età di Chiara Ferragni e ho visto Unposted

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di Nicola Pedrazzi

Qualche anno fa eravamo in macchina in giro per Torino, io, mia moglie e una sua collega venuta a trovarci dalla Francia. Incoraggiato dalla giornata di sole, a un certo punto proposi una deviazione panoramica per Superga, perché «da lì si vede la città dall’alto e il profilo delle Alpi innevate». Non ho scordato le parole con cui la nostra ospite declinò l’offerta: «un’altra volta, non sono truccata e non potremmo farci delle foto». La sua voce non era increspata da nessuna forma di autoironia, diceva sul serio: a quelle condizioni non valeva proprio la pena inerpicarsi fin lassù. Mi accartocciai sul volante e mi incupii dentro, ma per evitare discussioni tolsi la freccia.

Se parto da questo aneddoto è solo per darvi l’idea di come «uno come me» possa essersi sentito durante la visione di Unposted: l’olocausto nucleare di chi ancora ritiene che una passeggiata in collina abbia un anonimo valore in sé, a prescindere dalla condivisione della sua immagine. Coprodotto da Rai e Amazon, il film che ripercorre la parabola imprenditoriale di Chiara Ferragni è, innanzitutto, di una noia mortale. Io l’ho approcciato digiuno, nel tentativo di compensare la vergognosa mancanza di informazioni su fatti e personaggi così popolari, ma nonostante questa angolazione la visione non ha aggiunto quasi nulla al poco che già sapevo.

Nella sua inesistenza narrativa e contenutistica – già ampiamente recensita –, il film di Chiara Ferragni ha però il pregio di fornire un perfetto punto di partenza per riflettere sulla condizione esistenziale di un influencer di calibro planetario.

Per farvi capire cosa intendo parto dal momento rivelatore della pellicola: la preparazione del celebre matrimonio tra Chiara e Fedez, più visto e partecipato di quello dei reali d’Inghilterra. In dieci minuti di girato si intrecciano 4 livelli di fiction. Il primo, analogico e sperimentato da chiunque, afferisce alla dimensione del preparativo: mi muovo immaginando le mosse che dovrò fare domani durante la cerimonia, dinanzi al pubblico che ci sarà. A differenza della nostra cugina di Pizzo Calabro però Chiara ha attorno a sé una troupe professionale che ha l’incarico di trasformare quei preparativi nel picco narrativo di un film che verrà distribuito a un anno dal matrimonio: dunque quando dice a Fedez che «a questo punto devi sollevarmi il velo in questo modo e devi dirmi che sono bellissima», l’informazione potrebbe essere per il marito, affinché segua il copione il giorno dopo, oppure per lo spettatore del film, a cui vogliamo far sapere che è così che si prepara il matrimonio del secolo, sin nei minimi dettagli.

Chiara però è un’influencer, e con grande naturalezza aggiunge un ulteriore livello di fiction alla sua richiesta: «Devi sollevarmi il velo in questo modo e devi dirmi che sono bellissima, o una cosa simile che faccia già commuovere tutti quanti». Con un sussulto di Novecento, Fedez reagisce: «Mmm, spontaneo, quindi devo gridarlo». E lei: «no lo devi dire a me ma la gente capirà che mi hai detto una cosa dolce». Qui scatta il cortocircuito, perché dinanzi al pubblico del film (livello 2) Chiara ammette che non le importa veramente cosa le dirà Fedez (livello 1), ma solo quello che vedrà o crederà di avere visto il pubblico del matrimonio (livello 3). Persone che al 99,9% non saranno fisicamente presenti, ma seguiranno in remoto o in differita: i suoi follower (livello4).

Ora, a parte il fatto che se fossi stato nello sposo ci sarei rimasto male – davvero ti è indifferente se e come ti dirò qualcosa, e perché non posso essere dolce quando mi va? –, anche come spettatore del film mi sono sentito molto poco importante. Mi avevate promesso di essere nel backstage, a tu per tu con una star del web, ma le uniche perle «unposted» che rinvengo lungo la noia non mi parlano della vita che si dipana tra un selfie e l’altro (chissà, magari in contraddizione con il visibile lato follower?), ma dei sentimenti che l’influencer desidera suscitare nel suo pubblico, il vero protagonista del suo matrimonio e per estensione di tutta la sua vicenda.

Dinanzi all’assenza di vita vera in un film che nel titolo mi ha promesso il retroscena le ipotesi sono due:

  1. Chiara non ha voluto fornire a regista e produttori del materiale autentico su se stessa (auspico di cuore che sia così, e se è così potete smettere di leggere tutto quello che segue);
  2. Chiara non possiede materiale autentico su se stessa, perché nella vita di un influencer totale la distinzione tra realtà e rappresentazione è definitivamente superata.

Sebbene ti mostri parte del retrobottega imprenditoriale – con tanto di interviste a membri dello staff, in pieno stile documentaristico –, Unposted ti persuade del fatto che la vita di Chiara non includa momenti unposted. Non si scorge un back emotivo dietro al profilo Instagram, non si intravede una star a riflettori spenti, non si desume un’imprenditrice che a fine giornata si toglie quel vestito scomodo e dice «cheppalle, anche oggi è andata con sti cazzo di follower», come una lavoratrice qualsiasi, che magari gode di quello che fa ma nonostante la sua estenuante dimensione pubblica (e dire che è da un po’ di anni che i nipotini spiegano ai nonni che l’influencer è «un mestiere come gli altri»). Subito prima di andare all’altare, Chiara pronuncia una frase che è il manifesto di un’umanità rifondata: «Spero di piangere in modo carino».

Sei parole che non descrivono una professione ma una condizione esistenziale: lo stato emotivo di chi affida tutte le sue aspirazioni alla fruizione della sua immagine (cui si riconosce una percentuale minima di autenticità incontrollabile – «spero di…» – auspicando però che quella percentuale non esca dai confini del «carino» per chi la guarda). Più della frase in sé è indicativo che Chiara l’abbia lasciata nel film, come una sorta di rivendicazione inconscia della sua condizione. Terrificante, si affaccia così l’ipotesi finale, la quale in fin dei conti fornirebbe un alibi alla nullità di Unposted come prodotto cinematografico: essendosi completamente reificata, Ferragni non può essere protagonista di un film. Su un’influencer totale non è possibile fare arte, letteratura o fiction, perché arte, letteratura e fiction non si fanno sulle cose ma sugli esseri umani.

A prescindere dal grado di affidabilità di queste mie elucubrazioni (probabilmente molto basso), credo che qualsiasi analisi si tenti sul fenomeno relativamente recente degli «influencer» (intesi come utilizzatori dell’infrastruttura internet, per favore non meniamocela con il «ci sono sempre stati…») non dovrebbe prescindere dal nodo filosofico della reificazione della persona umana e dell’annullamento della sua dimensione intima. Un problema che accompagna qualsiasi azione di questa nuova tipologia di personaggio pubblico. Usciamo dal film e andiamo nel reale, prendiamo la donazione all’ospedale San Raffaele in occasione dell’epidemia Covid-19 e la conseguente raccolta fondi.

I coniugi Ferragnez hanno utilizzato la loro influenza per fare qualcosa di utile per altri da loro, e meritano un grazie senza processo alle intenzioni, almeno io la penso così. In sede di analisi però è legittimo chiedersi se un influencer di quel tipo, con quelle caratteristiche di storytelling e di collocazione nel panorama mediale e nazionale, abbia davvero a disposizione una forma di spontaneità diversa da questo video. La solidarietà, alla pari di qualsiasi moto dell’animo (anche di un amore che si pubblicizza in un matrimonio), presume una direzione dentro > fuori. Giunti ad un certo livello – il livello «spero di piangere in maniera carina» – , il motore empatico degli influencer si ribalta: fuori > dentro.

Se è stata la dedizione verso le emozioni del suo pubblico a spingere Chiara a chiedere a Fedez di dirgli paroline dolci (o qualcosa che si presumesse tale), perché in un contesto drammatico di pandemia non dovremmo riconoscere sempre al pubblico il potere di «guidare la spontaneità» dei coniugi verso la commovente solidarietà dimostrata ai cittadini della propria regione? Critici un po’ moralisti sostengono che un gesto altruista non è davvero tale qualora sia dettato da politiche di responsabilità sociale di impresa, iniziative in parte volte a caratterizzare il proprio brand e quindi a generare utili; per me il vero punto critico è un altro, e cioè che nel contesto #coronavirus i Ferragnez non potevano astenersi dall’altruismo.

Nella nuova realtà sociale e antropologica della condivisione totale, gli influencer hanno senza dubbio il potere di alimentare nuovi desideri nei loro follower, ma solo a patto di avere risposto immediatamente ai desideri che da questi provengono. Ecco perché domande come «quella solidarietà è sincera?» o «volevano davvero sposarsi?», sono prive di senso prima che a rischio di moralismo, perché l’umanità degli influencer è algoritmica, sgorga autentica dalla previsione della reazione che autenticamente si auspica suscitare in un momento dato. In questo cerchio perfetto, che disegna un nuovo essere impeccabile e prevedibile perché mai solo e mai profondo, non c’è verità perché non c’è anonimato e non c’è finzione perché non c’è calcolo: business e spontaneità coincidono sulla superficie del consumo, in un prodotto di intrattenimento che in quanto tale è davvero di tutti.

Credo che dovremmo abituarci a collocare la vicenda di Chiara e famiglia oltre i confini della razionalità dell’imprenditore dedito a costruire il suo impero economico, individuando una nuova forma rovesciata di commiato monastico: non mi ritiro dagli altri per rispondere al verbo di chi non vedo, mi ritiro da me per rispondere al verbo di chi mi guarda. Se si capisce che gli utili seguono, e che la miccia della mutazione antropologica è esistenziale, tutto diventa più comprensibile.

D’altronde, la verità del suo desiderio è l’unica rivendicazione che Chiara include nelle sue interviste. La sua prima comparsata televisiva su Rai 1 ospite di Fabio Fazio anticipa il cortocircuito crossmediale che sarà di Unposted (con una telecamera nazionale che si accende temporaneamente su un soggetto mondiale che non si spegne mai) ed è incentrata sul medesimo messaggio cristallino: «Io già prima del blog amavo condividere la mie foto, ogni volta che scattavo una foto non lo facevo mai per me stessa ma per vedere la reazione delle persone che mi seguivano». In questa prospettiva, una foto chiusa a chiave nel cassetto del comodino è un gesto di egoismo.

Insomma, Chiara non è diversa dalla nostra amica venuta a trovarci dalla Francia. Non si può essere lei solo per finta, solo per l’esponenziale ricchezza materiale che questo produce, solo grazie al personaggio che il tuo team cura a tavolino: certo aiutati da tutto questo (e da una notevole dose di casualità) si può forse diventare una Ferragni, ma la condicio sine qua non è il desiderio di vivere attraverso gli occhi di chi ti fruisce in presa diretta. È l’autenticità di questa volontà a rendere credibile Chiara all’esterno e, all’interno, a rendere sopportabile una quotidianità che se meramente recitata sarebbe impossibile oltre che inefficace.

Arrivati a questo punto, la tentazione è quella di sdrammatizzare la novità. Amici cui ho esposto in anteprima questi miei pensieri hanno ad esempio obiettato che non solo gli influencer, ma tante tipologie umane sono sottoposte a «modellanti» pressioni esterne: gli adolescenti a scuola, i politici a caccia di consenso, i divi di Hollywood, Cristiano Ronaldo che prima di calciare la punizione fa quello sbuffetto perché sa di essere inquadrato… Questa posizione però finge di non vedere che tutte le categorie sopra elencate contemplano e per certi versi implicano porzioni di vita invisibile che si svolgono al riparo dal cortile di scuola, dalla conferenza stampa, dal tappeto rosso, dal campo da calcio… Un non visibile che sostanzia l’immagine.Soprattutto se confrontato con altre parabole di successo (e qui tralasciamo la diatriba sulle competenze perché di livello subordinato) il continuum di rappresentazione sostenuta da una influencer come Chiara rappresenta qualcosa di estremo, inedito ed epocale. Siamo sul letto di morte del paparazzo felliniano, non possiamo sminuire questo fatto.

La seconda obiezione che amici intelligenti hanno mosso a contenimento della mia angoscia è riassumibile nella frase «quella vita se l’è scelta» – sottotitolo: chi sei tu per giudicarla. Credo che la scelta di reificare la propria esistenza in una rappresentazione che non conosce interruzioni non possa lasciarci indifferenti tra compagni di specie, soprattutto se siamo chiamati a essere genitori di questa epoca tecnologica interconnessa.

Per Chiara come per ognuno di noi l’asserzione «questa vita ce la siamo scelta» non esaurisce la riflessione filosofica sulla libertà effettiva delle nostre scelte, o sulla libertà che da queste scelte consegue. Anche qualora non ci interessi mettere a dibattito il modello femminile e di business che Ferragni incarna – riflessioni politiche e morali sul fenomeno sarebbero importanti, ma dinanzi al nichilismo che la persona testimonia finiscono quasi per essere secondarie – non possiamo ignorare il fatto che ognuno di noi, al suo livello, accompagna la mutazione di cui Ferragni è icona. Ogni volta che posto una foto di mia figlia, ogni volta che la guardo attraverso uno schermo, ogni volta che sacrifico un momento con lei alla cattura digitale di quell’istante e alla condivisione del mio privato, come Chiara sto scegliendo di esistere un pochino di meno: mentre mi aumento, di fattomi rimpicciolisco.

L’ultima interpretazione sul film che azzardo ha proprio a che vedere con l’essere genitori. Trovo che non sia per caso che Chiara lasci a Fedez l’onere di argomentare sulla più spinosa delle questioni, ovvero la sovraesposizione mediatica del figlio (un bambino che oggi ha 2 anni). Con il suo sistema di senso, Chiara non può andare oltre una frase che ancora una volta è un manifesto: «Per me sarebbe stato letteralmente impossibile non farlo, sarebbe stata una privazione troppo forte non pubblicare la mia ragione di vita».

Fedezè diverso: viene dal mondo della musica, non è nativo della condizione di influencer e nel bagaglio annovera la differenza tra palco e back stage: per questo è in grado di ironizzare sul suo matrimonio – «mmm, spontaneo» – e riesce ancora ad articolare un discorso comprensibile a chi si presume esterno alla mutazione incarnata da sua moglie. In estrema sintesi, la linea difensiva del padre è questa: noi viviamo così, siamo influencer, la nostra vita è condivisione; Leone è parte della nostra vita, è nostro figlio, non possiamo escluderlo da quello che siamo: «il doverlo nascondere a tutti i costi per due persone che raccontano la propria vita sarebbe stato una forzatura più macchinosa di non nasconderlo».

Al netto del fatto che il padre non contempla la possibilità di cambiare lavoro per il bene del figlio – e questo proprio perché l’influencer è una categoria dell’«essere» e non del «fare», e dunque immodificabile – sul piano formale il ragionamento sta in piedi. «Ovviamente – ammette – la civiltà moderna ha un problema di narcisismo di fondo, ce lo abbiamo noi come ce lo hanno tutti. Però non è che dietro ogni scelta di una coppia esposta come la nostra c’è un ragionamento che verte a voler creare per forza clamore o business, molto spesso il clamore per noi è un effetto collaterale di ciò che facciamo».

In un passaggio Fedez risponde direttamente alle accuse di chi gli rimprovera di fare soldi sul figlio. Oltre a essere terrificante, la specifica «noi non abbiamo mai utilizzato nostro figlio a fini commerciali» (sic) suona un po’ surreale, dal momento che il traffico generato dalla condivisione di ogni fase della gestazione, nascita e crescita ha un valore economico in sé, a prescindere dal fatto che nessuno contratto li obbliga a vestire il piccolo in un certo modo; ma al netto della povertà logica ed etica della linea difensiva ciò che rileva è il fatto che con la sua arringa Fedez si dimostra portatore dell’antica dicotomia on/off. Una nozione di cui per contrasto non si rinviene traccia nel racconto della moglie.Perché Chiara vive già di là, ci ha lasciati.

Se fossi l’amministratore delegato di Netflix acquisterei i diritti da Amazon a qualsiasi prezzo, e inserirei Unposted come episodio unico della per sempre ultima serie di Black Mirror. Al netto delle implicazioni politiche e forse anche legali che Netflix giustamente rifugge, il gesto editoriale avrebbe una sua valenza artistica e commerciale, perché la distopia inconsapevole, senza più resistenti, è il finale appropriato di quella serie.

Se fossi un prete, un religioso, un pastore d’anime, o più semplicemente un amico di Chiara, credo che cercherei di mettermi in contatto con lei e di starle vicino, le chiederei come sia giunta a una conclusione così tanto estrema, e come si possa essere così radicali con così tanta, pacifica, neutrale, costante e media spensieratezza.

Infine, se fossi un politico o un costituzionalista mi farei parecchie domande sulle società che andremo a governare. Ma sono semplicemente un coetaneo di Chiara (anche io ho quei filmini di famiglia con 1996 pixellato in sovrimpressione) e il papà della mia bambina. È stato questo mix a spingermi alla tastiera: «Now I am a father», per citare Louis C.K.

Cara Sofia,

quando, un giorno, tu penserai a me, o leggerai queste carabattole del tuo vecchio, spero non ti sentirai in dovere di commuoverti, e men che meno di farlo in maniera carina, e men che meno di farlo a favore di camera. Spero che sarai libera a monte della libertà di scegliere il tuo stile di vita e le immagini per raccontarlo. Spero ti sentirai libera di tenere molte cose per te e per te sola. Di essere e sembrare brutta. Spero che saprai quanto ti ho voluto bene nel segreto irraggiungibile e inesprimibile del tuo cuore. Sopra ogni cosa, spero potrai sorridere dell’infondatezza di queste mie preoccupazioni su cosa stiamo diventando.

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Nicola Pedrazzi è nato nel 1986 a Bologna, dove è tornato a vivere. Giornalista pubblicista, è redattore della rivista «il Mulino» e ha scritto e scrive per diverse testate, tra cui «Osservatorio Balcani Caucaso» (OBCT), «Kosovo 2.0», «Riforma», «Confronti» e «Link- Idee per la televisione». Dal 2013 al 2016 è stato corrispondente da Tirana per OBCT. Dopo 3 anni di ricerca negli archivi albanesi, per BESA editrice ha pubblicato «L’Italia che sognava Enver. Partigiani, comunisti, marxisti-leninisti. Gli amici italiani dell’Albania Popolare».

Commenti
6 Commenti a “«Spero di piangere in modo carino».  Sono un neo papà, ho l’età di Chiara Ferragni e ho visto Unposted”
  1. Serena scrive:

    Gira voce (che è sempre un bel modo per iniziare una frase) che sia andata come al punto 1, cioè che alla regista/autrice non sia stato dato modo di fare un doc Vero.
    Ma io credo che la regista abbia trovato il modo di farne un film comunque interessante, visto che l’esito, per molti, sono riflessioni come quelle che stanno in questo pezzo.
    Cioè le idee qui ben esposte ed ampliate, sono in effetti generate dal modo in cui il film è realizzato: c’è un altro livello, non citato nell’articolo, che è quello in cui la regista del film parla direttamente agli spettatori, fuori dalla vita di Chiara Ferragni.
    La prima parte del film è praticamente un santino, la regista ti tiene per mano e ti accompagna a scoprire tutte le meravigliose stanze dell’esistenza di Chiara, fino alla stanza più importante nella vita di un giovane adulto, quella dell’amore (e specifico: una delle più importanti per le bambine degli anni 80, cresciute a cartoni disney pre-pocaonthas e commedie romantiche guardate a metà, fino a crollare addormentate sul divano ed essere portate a letto di peso dal proprio padre: la stanza del matrimonio).
    Lì la regista ti dice: guarda un po’ a cosa sta rinunciando Chiara? A vivere questa cosa.
    Dovrebbe essere il (o almeno uno dei) climax emotivi del film e di quell’emotività invece non c’è niente, resta giusto qualche lacrima carina.

    Quindi ecco, giusto tutto ciò che dici, ma diamo il merito alla regista di averti fatto una specie di inception che ti ha portato fino qui.

  2. Mattia scrive:

    Complimenti, articolo molto chiaro e interessante.

  3. Nicola Pedrazzi scrive:

    Chi scrive farebbe bene a non scrivere ancora nei commenti (ebbasta!), ma per il gusto del confronto volevo dire a Serena che sono molto d’accordo lei: in un certo senso, se prendiamo l’angoscia che ad alcuni di noi ha fatto il film, e supponiamo che la regista abbia voluto suscitarcela, allora si potrebbe sostenere che è un grandissimo film, perché raramente si sta così male “dopo”, e raramente si pensa così tanto. Nel pezzo è carente il livello 5 (regista-spettatore), hai totalmente ragione. Avevo anche pensato di inciccirlo, ma mi hanno bloccato le dichiarazioni della regista a corredo dell’uscita del film. Per carità, un’opera è tale anche (e forse soprattutto) a prescindere dalle rivendicazioni del suo autore. Però non si può trascurare il fatto che il racconto che ha accompagnato il film è stato grossomodo questo:

    https://www.youtube.com/watch?v=cFR548NLv2g

    Sono parole da tappeto rosso, c’è un contesto di opportunità, me ne rendo perfettamente conto. Molto probabilmente sono parole volutamente false, e il lavoro di Elisa Amoruso non va appiattito sulle banalità (perfettamente ferragnesche) che ha blaterato a Venezia. Però siamo nel paradosso: per ipotizzare che sia un film in fin dei conti con un senso, o dotato di più livelli di lettura, non dobbiamo credere a come chi lo ha fatto l’ha presentato. Forse son cose che accadono quando tenti film sugli influencer, e torniamo daccapo. Grazie mille del commento, un saluto.

  4. Serena scrive:

    Ok rischio di scivolare nel complottismo, e probabilmente c’è un eccesso di ottimismo da parte mia, però mi baso sulla sensazione che ho avuto vedendo proprio la scena del matrimonio che ha colpito tanto anche te, che era terrificante nella sua perfezione: non posso credere che sia un caso. Se come autorice del doc avessi voluto dare l’impressione di una realtà umana, diciamo, se avessi voluto dare l’impressione di una Ferragni che stavolta sta dicendo la verità, avrei inserito qualche scena almeno apparentemente fuori controllo, una briciola per lasciare al pubblico la sensazione di aver visto attraverso. Invece questa sensazione non c’è mai.
    Io quindi me la sono immaginata così: Ferragni chiama Amoruso, Amoruso dice “Ma certo!” perché chi mai direbbe di no a una proposta del genere. Amoruso inizia con le migliori intenzioni ma Ferragni dice non puoi fare questo né questo né questo né questo. Amoruso non può tirarsi indietro perché il cinema non funziona così (nessuna dimensione dello spettacolo, direi, funziona così: tu pensa a Bugo che è dovuto salire sul palco con Morgan in pieno delirio persecutorio perché ormai era a Sanremo e non poteva tirarsi indietro). E così la nostra regista dice: non posso metterci quello che voglio? Benissimo, allora non ci metterò proprio niente ma niente niente niente, perché chi guarda il film, chi ascolta il mio discorso, si accorga che non avevo scelta così come tu, Chiara Ferragni, non hai scelta: non c’è niente di vero in quello che dico perché non c’è niente di vero in quello che sei.
    Ovvio che poi nelle interviste dica che è stato tutto stupendo, sennò finisce appunto come Bugo.
    Può essere, no?
    Almeno, se fosse una serie HBO i rapporti di potere sarebbero stati questi – la Amoruso sarebbe stata interpretata da quella che faceva Rory Gilmour e la Ferragni da se stessa. Fedez invece lo avrebbero fatto fare a qualcun altro.
    Detto ciò, bomba che mi hai risposto, Grazie! Avevo tutte queste riflessioni sul film e non trovavo mai l’occasione. Non siamo tanti ad esserci presi sto fissone. Stai facendo un servizio necessario alla nazione, se commenti i commenti non è colpa tua, è puro altruismo. Pensa che potrei ricominciare da capo con la questione di genere. Sai quanti commenti ai commenti ai commenti ci servirebbero per finire?

  5. Paola scrive:

    Wow, un articolo molto illuminante.
    Complimenti.

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  1. […] Nicola Pedrazzi parla su Minima et Moralia di Unposted, di Chiara Ferragni. […]



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