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Tutto chiede salvezza, il memoir di Daniele Mencarelli

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«Che cura esiste per come è fatta la vita, voglio dì, è tutto senza senso, e se ti metti a parla’ di senso ti guardano male, ma è sbagliato cerca’ un significato? Perché devo avere bisogno di un significato? Sennò come spieghi tutto, come spieghi la morte? Come se fa ad affrontare la morte di chi ami? Se è tutto senza senso non lo accetto, allora vojo mori’.»

Da qualche anno ho la fortuna di essere tra i curatori del Festival dei Matti di Venezia; dico fortuna perché dal lavoro svolto all’interno di questa manifestazione ho imparato molto sulla salute mentale, una parte del nostro mondo di cui conoscevo molto poco. I matti erano quelli che vedevamo in giro da ragazzini per i paesi o, al massimo, stavano in una canzone di De Gregori. Ho imparato che chi ha problemi di sofferenza mentale è, prima di tutto, escluso, lasciato ai margini, aiutato sì (qualche volta) ma in un modo che è molto lontano dalle vere forme di integrazione. Ho imparato che l’arte, la letteratura, la filosofia, la musica, il cinema, la scienza e chi si occupa dei diritti degli esseri umani possono fondersi partendo da un tema e costruire qualcosa.

Ho imparato cos’è un TSO (trattamento sanitario obbligatorio), una forma di ricovero coatto, che sovente diventa molto dura e sto usando un eufemismo, basti pensare al caso di Francesco Mastrogiovanni che dopo un TSO di 87 ore è morto, e non aveva praticamente nulla. In questi ultimi anni ho ascoltato molte storie legate al trattamento sanitario obbligatorio, la storia la fanno sempre le persone, nel bene e nel male, ogni storia è diversa.

La storia più recente l’ho letta, l’ha scritta Daniele Mencarelli, si intitola Tutto chiede salvezza (Mondadori 2020), è un memoir bello e toccante, un libro che non vorresti lasciare.

Quale malattia mi fa chiedere salvezza? Quale educazione mi fa implorare pietà?

Daniele, nell’estate del 1994, ha vent’anni, si risveglia in un letto d’ospedale mentre qualcuno con un accendino sta tentando di dargli fuoco ai capelli. Poi si tratterà di poca cosa, uno degli infermieri tranquillizzerà Daniele che ricorderà cosa è successo la sera prima. Ha avuto un violento scatto di rabbia, ha sfasciato cose a casa, suo padre è stato male, dal  pronto soccorso lo hanno mandato in reparto: sette giorni di trattamento sanitario obbligatorio.

Queste sono le prime cose che sappiamo, e piano piano, con Mencarelli che allarga l’inquadratura ne vediamo altre, vediamo i letti, vediamo gli altri ricoverati: Madonnina che vive come nel vuoto, Gianluca e i suoi entusiasmi, Mario e i suoi silenzi, la sua riservata e paurosa assenza, Alessandro sempre steso nel letto, gli occhi fissi puntati nel nulla o nel tutto, dipende da come la vogliamo vedere. Perché è proprio questo il punto, cosa vediamo quando guardiamo? Guardiamo quello che più ci conviene e allora quello appena strano lo lasciamo da parte, quello nevrotico lo teniamo distante, al depresso nemmeno gli parliamo, fuggiamo via ancora prima di avere paura, siamo superficiali, emotivamente pigri.

Alessandro guarda sempre il suo punto segreto sopra il mio letto, lui non fa testo. È incredibile come l’essere umano sia capace di assuefarsi alle cose, anche le più bizzarre, inverosimili. Ho davanti a me un ragazzo che giorno e notte sta fisso a guardare il nulla, come un robot spento, eppure quasi neanche ci faccio più caso. Della mia incredulità iniziale, di tutto lo stupore, non c’è più traccia.

Nel reparto più avanti arriverà anche Giorgio, il corpo segnato, l’anima perduta da quando era bambino e morì sua madre, perché non gliela fecero vedere. Giorgio ancora la cerca, come Mario che cerca la luce nell’uccellino che si posa sull’albero oltre la finestra, come Daniele che tiene fuori il buio quando scrive una poesia.

Daniele racconta come è arrivato lì dentro, non vede l’ora di andarsene, manda via rapidamente suo fratello quando gli porta qualche cambio e dei biscotti. Gli chiede di non far venire i genitori, in particolare sua madre, ha coscienza del posto terribile in cui si trova. Sono tutti maschi, c’è un altro reparto separato da una porta chiusa ermeticamente, gli infermieri dicono che non ci si può andare, oltre la porta ci sono i tremendi, i più pericolosi, invece il protagonista scoprirà che sono le donne e che alle donne, con ogni probabilità, viene detta la stessa cosa.

Ci sono gli infermieri, i loro turni, gli straordinari, le notti, il loro desiderio che non gli si rompano le scatole. Se fate i bravi noi i facciamo i bravi, questo è il messaggio. Ci sono i colloqui con i dottori. Uno sembra più attento, Daniele, lo preferisce, gli racconta più cose, gli parla delle ragioni che lo hanno condotto alla rabbia, del dolore che si porta dentro da tanto tempo. L’altro dottore, il burbero, quello che pare cinico, invece è forse più bravo.

Forse, questi uomini con cui sto condividendo la stanza e una settimana della mia vita, nella loro apparenza dimessa, le povere cose di cui dispongono, forse loro, malgrado tutte le differenze visibili e invisibili, sono la cosa più somigliante alla mia vera natura che mi sia mai capitato d’incontrare.

Persone in pigiama dalla mattina alla sera, camera o televisione, ci sono i mondiali, cominciano proprio quella settimana. Non c’è empatia, non c’è conforto, ci sono le storie di queste cinque persone, che si intrecciano come se fossero abbracci. Tra i ragazzi e Mario, che è più grande,nasce qualcosa che somiglia alla confidenza, una tenerezza che va dal passarsi il bagnoschiuma allo stare in silenzio spalla a spalla, a dirsi le cose, a farsi qualche domanda. Nel deserto ospedaliero, nel caldo asfissiante dell’estate nasce una fratellanza, ognuno diventa il sostegno dell’altro, al punto che Gianluca, al momento delle dimissioni, chiede di poter restare una notte in più con gli altri, perché fuori fa paura e perché queste persone sono le uniche che sente di conoscere, le sente vicine.

Io so compiere gesti che fanno del male. Gesti che nella mia vita hanno transitato anonimi, indegni di entrare nella memoria, ma che hanno prodotto dolore in quella degli altri. Gesti che ancora vengono scontati.

C’è umanità nella follia (ma poi la follia cos’è?), ci dice Daniele Mencarelli, c’è una solidarietà che viene prima della comprensione, prima delle parole. Ci dice, ancora, che i giorni bui hanno dentro anche solo un momento nel quale cercarsi il fiato, tutto chiede salvezza, amore, tenerezza. Mencarelli scrive un libro bello e molto coraggioso, non è facile il racconto di sé, non è facile stare sul piano emotivo in maniera lucida, controllando la scrittura e lo scenario.

Questo è un libro con tanti personaggi e tutti saltano fuori dalle pagine, vediamo con chiarezza i ricoverati, gli infermieri, i medici, vediamo e non possiamo nasconderci, perché il 1994 è passato da un pezzo ma il TSO è ancora qui, tutti i giorni, ed è spesso devastante.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
Commenti
2 Commenti a “Tutto chiede salvezza, il memoir di Daniele Mencarelli”
  1. KIK scrive:

    Un libro assoluto meraviglioso. Poetico, profondo, intelligente e zuppo di dolore. Un dolore che lascia speranza, però. Perché arriva insieme alle riflessioni, ai travagli, alle lacrime di un’anima bella. Un ragazzo che tutti vorremmo come amico. Bellissimo anche il primo libro di Mencarelli. Meno raffinato nella prosa, ma altrettanto puro ed emozionante.

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