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Chiedono a Dio di venire

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Photo by Anqi Lu on Unsplash

di Hilary Tiscione

Sollevano la polvere, corrono. Hanno i piedi dentro sandali di cuoio con le suole deformate scucite dalla pelle. Sembra che vogliano suicidarsi, le suole.

Qualcuno non ha le scarpe. Certe piante dei piedi di certi neri sono più bianche di molti bianchi. Sorrido per come cantano, anche per come uno lancia la maglia del lavoro come fosse una palla da baseball. Vedo arrivare il mio tuktuk, guida Michele che in verità ha un altro nome – Danjuma, forse o Dumisani, non riesco ancora a ricordarlo come non ricordo il nome di quelle foglie che mastica, mi chiede se ne voglio un pezzo di kiat o kien, da tenere in bocca, ma ho paura che si deformi tutto intorno a me. Gli dico di no.

Ha sul naso delle lenti specchiate sul verde cangiante, a tratti diventano viola. Tiene la musica a palla: un po’ Ramazzotti, un po’ i Mombasa Roots.
Spegne il motore. “Bella!”, mi fa. È strafatto, lo so che pippa e beve molto prima che il sole tramonti.
Adesso ne resta una piccola fetta rossa, di sole, così illuminato Michele sembra quasi beato.

Arrivano le mie amiche. “Ci porti al villaggio?”, chiedo.
Stavamo tutte e tre schiacciate l’una all’altra sul sedile posteriore. Io al centro più schiacciata delle altre. Michele si piazza alla guida, mette in moto, poi si volta e ci sporge una birra appena aperta. Ne beviamo qualche sorso a testa. Lui sgasa. Procediamo sbilenchi su un terreno irregolare. L’asfalto non esiste a Watamu, solo pietre e terra e fango scuro.

Fuori dalle capanne ci sono i vestiti smessi sciacquati dentro secchi di plastica rotti, appesi sopra delle corde annodate ai rami degli alberi aridi o sulle pareti scrostate delle baracche.
Arriviamo in una via stratta dove ci sono i banchetti da entrambi i lati e i manichini con sopra le stoffe colorate e le donne mi fermano per chiedermi se voglio un abito su misura.

Michele mi prende la mano – la sua è sudata – poi mi abbraccia lasciandomi addosso un odore acre. Gli avrei chiesto una botta di coca, ma non mi fido. Se mi sento male, mi lasciano morire qua.
Ci corrono dietro dei bimbi. Una tiene una bambola per un braccio, ha il viso di celluloide, il resto del corpo è gommapiuma. Hanno la divisa della scuola, rossa e blu. Sbracciano per salutarci come fossimo delle celebrità. Non so bene perché mi sento importante e grata, ora che ricambio il saluto e apro e chiudo le dita della mano sollevata all’altezza della fronte. Mi scopre l’emozione, per un attimo. Guardo gli occhi lucidi dei bambini o sono i miei bagnati che bruciano ma non li chiudo, come fossero catini di pelle concava e sottile. Tengono le lacrime ferme ad asciugarsi.

Una donna tiene la figlia sulla schiena. Sembra una piccola scimmia. Le gambette nere le sbattono lungo i fianchi dove s’intravvede la vita larga e tubiforme, un tutt’uno fino alle caviglie gonfie. Le guardo i piedi, come li posa pesanti fra una pietra e l’altra; qualcuna la schiaccia.
Oltre la via solo capanne di fango. Gli italiani le chiamano capanne di merda, ma non è così. Non c’è merda a Watamu.
Mio fratello vuole sposarsi. Ha portato un anello dall’Italia facendolo viaggiare al sicuro nella tasca interna del suo zaino.
A Watamu, lo ha dato a me, mi ha chiesto di chiuderlo nella mia valigia e mi raccomando, ha detto.

Ho fissato il soffitto bianco della mia stanza una notte intera. Ci sonodelle zampette scure che escono da un buco là in cima. So che è un ragno e lo immaginavo uscire e zampettare sopra la tenda fatta di tanti piccoli fori che rivestono il baldacchino del mio letto.
Il ragno è nero. La tenda è bianca. L’Africa ha una serie di contrasti.

Non dormo. Il ragno mi tormenta. Aspetto di vederlo uscire dal buco e capire cos’ha intenzione di fare. Lo penso scivolare e precipitare, cercare un foro nella tenda, entrare. Lo penso intrappolato fra i miei capelli. Davvero, non ci si può convincere che Dio, il quale è un essere molto saggio, abbia posto un’anima, e soprattutto un’anima buona, in un corpo tanto nero.

Tengo la luce accesa, ho deciso.

Mio fratello dorme nella stanza di fianco alla mia con la futura sposa. Loro, manco li vedono i ragni e le termiti africane che fanno un rumore più forte di quello delle cicale.

So che divorano una quantità immane di legno e prego non mi cada una trave addosso.
Rifletto sulla malaria. Le punture delle zanzare femmine infette, infilano i parassiti nel corpo umano, si moltiplicano nel fegato e infettano i globuli rossi e poi magari muori.
Fanno così: succhiano il sangue da un uomo o una donna infestati, poi ti pungono con il pungiglione sporco del loro sangue e per una sciocchezza del genere,il torrente circolatorio di un essere sano si ammala.

Il punto è che non ho fatto il vaccino e il pensiero si accanisce contro di me come una ferita appestata in fiamme che quasi si tosta tutta intorno.
Sto vivendo una notte africana con i ragni sul letto, pezzi di legno che mi si sgretolano addosso e la possibilità di una malattia infettiva pericolosa quanto la tubercolosi. Vedo passare un geco. Forse mi camminerà addosso anche lui.

Il punto è che in Africa la luce sul comodino devi tenere spenta. Spegnere anche un po’ l’immaginazione.
Le zampe nere, questa mattina, stanno ancora al loro posto. Il geco è sparito. Le termiti stanno zitte. Nessuna puntura letale di zanzara sul mio corpo.
Mio fratello si sposa. L’Africa è clemente.

So che ha chiesto a Michele di organizzare tutto con i Masai, quei nomadi vestiti di rosso con tutte quelle collane colorate intorno al collo e i bracciali che coprono gli avambracci. Ridono tanto e saltano altissimo. Cantano e si difendono con i bastoni.

Mio fratello riporta il piano: Michele ci aspetta davanti alla spiaggia, insieme ai Masai. Qualcuno di loro ci porta con una barca a remi su un atollo che s’intravede appena. Là, ci aspettano gli altri Masai per fare la cerimonia di nozze. L’itero atollo sarà nostro. La mia Lei non sa niente, diremo che andiamo a vedere le stelle marine. Ho già dato i soldi a Michele per pagare la barca. Mi ha detto che li portava ai Masai.Mi raccomando prendi l’anello, fa a me.

Gli restituisco uno sguardo partecipe.

Scendiamo per fare colazione, racconto dei miei incubi a occhi aperti, ridono tutti. Ho l’anello della futura sposa nella mia borsa da spiaggia dentro una scatolina di pelle blu.
Attraversiamo il residence camminando per un viale circondato da frangipane e flametree e gigli. Canticchiamo una canzone che si sente un po’ dappertutto e dice che ovunque tu vada che sia Londra o che siano gli Stati Uniti, che sia New York o Chicago, da nessuna parte è come l’Africa. Niente è come casa.

Raggiungiamo la spiaggia, Michele non c’è.
Ci sediamo sulla sabbia qualche minuto. Michele non arriva.
Passano venti minuti, mezzora. Mio fratello cammina sulla riva scompigliato. Guarda oltre il mare e un po’ le punte dei piedi.

Lo raggiungo e gli dico che secondo me il buon Michele non verrà più. “Il bastardo mi ha fottuto i soldi e non si è presentato”, fa lui.
“Eh sì. Il bastardo ti ha fottuto”. Unisco le labbra per non ridere.
Vuole ancora sposarsi.

Fermiamo un Masai che passa, gli diciamo che abbiamo bisogno di una barca a remi perché su un atollo ci aspetta un gruppo di altri Masai per celebrare le nozze.
Non ci sono barche disponibili.
Mio fratello vuole ancora sposarsi.

Ci incamminiamo a piedi, il futuro sposo dice che non è distante arrivare all’atollo e forse, a piedi, è ancora più bello. Mi guarda come per dire ti prego, non rompere.
Sudo freddo. Mi sembra distante l’atollo e il sole picchia.

Mi copro il viso di crema, è così bianca che riflette i raggi del sole che prima si riflettono sul mare e mi sembra che tutti questi raggi siano spade laser. Immergo il cappellino in acqua e lo tengo così, zuppo, sulla testa. Mi metto in coda dietro di lui, dietro la futura sposa, davanti alle mie amiche che ridono di me, più bianca della sabbia, più del cielo che anche lui è più bianco che azzurro. Fa caldo.

A metà strada, mi volto e guardo le capanne sulla spiaggia di Watamu, sono così piccole che starebbero in una mano. L’atollo è ancora troppo distante. Bevo dell’acqua per paura di disidratarmi. Dico che l’atollo mi sembra un po’ distante, mio fratello mi dice di non pensarci e guardare le stelle marine. Sono blu, metà grigie e metà rosse, metà verdi e metà gialle. Colori pastello e colori caliginosi.

Mi prende l’ansia tra una stella e l’altra. È quasi mezzogiorno e l’aria è sempre più calda. Nel pomeriggio si alza la marea e gli atolli spariscono, lo so. Riusciamo a sposare questi due e tornare indietro senza crepare annegati?
Continuo a coprirmi di crema e vado sott’acqua, nei pochi centimetri di mare caldo, per bagnarmi la testa.

Dietro di me, le capanne di Watamu sono sempre più piccole. Adesso, in una mano, ce ne stanno almeno tre. L’atollo è un po’ più vicino, ma sempre distante.
Odio Michele.Piango.
Mio fratello ancora mi parla delle stelle marine, io grido di lasciarmi stare. Bagno un pareo e me lo metto addosso, è bianco anche lui. L’Africa è tutta bianca.
Quando i piedi toccano l’atollo, mi accascio a terra.Ne inizia un altro show.

Masai sono dei piloni di un rosso scarlatto messi a ferro di cavallo. Hanno in mano il fimbo, sembrano guerrieri buoni.
La luce del sole riflette così forte che disorienta gli occhi.
Prendo dalla borsa la scatola, la passo a mio fratello come se gli facessi la grazia di un trapianto di rene.

La Lei quasi di Lui, capisce che le stelle marine non c’entravano nulla. Mio fratello s’inginocchia in terra e solleva le braccia verso di lei.
Piangiamo tutti. I Masai accompagnano il rito della vestizione con un canto, forte come una preghiera. Saltano. Saltano insieme, saltano a turno. Si scontrano fra loro milioni di perline colorate, s’infilzano sulla sabbia le punte dei bastoni, in coro chiedono a Dio di venire. Fanno versi ancestrali. Antichi.
Danzano, abiti rossi di un rosso mai visto. Percuotono la sabbia una tribù di piedi pesanti e insieme leggeri.

Sull’atollo siamo salvi.

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