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Le persone, soltanto le persone

Arriva in libreria il nuovo libro di Christian Raimo, Le persone, soltanto le persone, pubblicato da minimum fax. Pubblichiamo l’incipit da “Ceto medio”, uno dei racconti che compongono la raccolta. (Fonte immagine)

Ceto medio

«Mio padre era un sindacalista, sarà per questo che eravamo abituati a parlare così a casa».

La festa era al quinto piano di un palazzo residenziale – un grande, grandissimo appartamento con un terrazzo che era stato trasformato in un giardino pensile coperto e che ora le luci delle fiaccole appese lungo tutto il muro, alternate ai vasi di buganvillea, trasfiguravano a loro volta in una caverna: ombre filiformi dappertutto, profumo di cera che si scioglie, vapore invisibile che usciva dai funghi caricati a butano e giungeva all’altezza della pancia. Entrambi erano arrivati controvoglia, invitati da amici che, più che una serata alcolica, cercavano qualcuno a cui dimostrare la propria sfacciataggine spacciandola per carisma e poi recitargli il proprio rosario di lamentele generazionali tra un pezzo di parmigiano e un rotolino di bresaola e robiola. Si erano ritrovati vicino alla balaustra, e avevano cominciato a sfidarsi ironicamente su chi soffriva di più le vertigini. Poi – erano passati venti minuti – nessuno dei due si era allontanato.

«Mio padre era un sindacalista, sarà per questo che eravamo abituati a parlare così a casa» era una frase che poteva uscirgli, anzi che pronunciava sempre, quando si accalorava a discutere di politica, anche adesso che questa ragazza con l’accento toscano di cui non aveva capito il nome (Chiara? Claudia?) gli riempiva un gin tonic preparato buttando Schweppes e gin tutto dentro, come una pappa per le bambole. Del resto le penultime parole che aveva detto lui – «Non è solo una questione di No Tav, di Sì Tav, è una questione di come uno pensa il mondo intorno a sé» – a concludere una perorazione contro l’asfalto, per cui aveva voluto tirare in ballo, ora sorseggiando rum e cola, l’insensatezza dell’ammodernamento del Brennero e la realizzazione della Lomellina, avevano lasciato lei muta, apparentemente istupidita, gli occhi marroni sgranati come se fossero stati irrorati di un liquido per misurare la vista. Languida, ma molto più probabilmente spaventata: aveva cambiato discorso, tono e sguardo, tanto che lui aveva dovuto aggiungere la solita scusa del padre sindacalista. Sproloquiava spesso nei consessi sociali, prendendo sorsi da qualunque bicchiere avesse a portata di mano. Lo faceva per un’inconscia utilità: era il modo di osservare con celata attenzione chi gli stava davanti. Come per esempio, adesso, gli era permesso di capire, riguardo a Chiara? Claudia?, non tanto se era bella, ma se lo era a tal punto da desiderare di continuarla a fissare. Chi gli ricordavano queste labbra?

«Senti. Io sono una sviluppista», aveva replicato invece lei, e gli aveva spiegato che non aveva mai creduto all’impegno da anime belle e che nell’ambientalismo ci vedeva solo una versione poco credibile del senso di colpa collettivo dell’essere sufficientemente ricchi da produrre rifiuti in abbondanza. Poi avevano continuato a bere. Lui – aveva pensato Chiara mentre non si diceva di essere brilla – non era un brutto ragazzo, forse un po’ grasso, ma con degli occhi quieti e diretti; e – questo era indubbio – la stava corteggiando in un modo, come definirlo?, molto pensato.

Si erano rivisti il sabato successivo. Si erano dati appuntamento per una mostra («Rothko?» «Rothko») e un cinese («Conosco un posto dove cucinano senza glutammato»), come avviene spesso per questo tipo di persone; e la maniera in cui ognuno aveva cercato di afferrare in modo celere quali fossero le fondamenta della struttura emotiva dell’altro era stato dire: «Bello, eh?» davanti all’ennesima tela multicolore, per sentirsi rispondere di lì a poco: «Bello, sì». «Non hai la sensazione di vivere in un continuo post–Capodanno: lo champagne è stato stappato, ci si è fatti gli auguri, e adesso il conto alla rovescia si è invertito in un calcolo dei minuti che passano, senza avere una fine?»: a cena si erano poste molte domande sinuose e piene di incisi, si erano dati poche risposte, e si erano guardati lungamente negli occhi – entrambi lo sapevano fare – discettando tra una pausa e l’altra di argomenti-ponte: il cibo, le case, la crisi. Tiziano stava traslocando, da Monteverde a piazza Vittorio. Ecco un’informazione sensibile. Per dare la quale lui aveva glissato sull’unico elemento rilevante; questo aveva considerato Chiara, ma, ovviamente, non gli aveva domandato nulla. Lei rispettava i pudori altrui. Tradotto: aveva paura di restarci male. Stava andando a vivere con una donna? Difficile dirlo. Parlando di sé: lei non aveva qualcuno, non era fidanzata: la sua ultima storia era finita a maggio e ora, per capirci, indossava delle calze di lana sotto la gonna al ginocchio. Chissà, insomma, se erano simili oppure opposti.

Mezz’ora dopo essersi salutati, a mezzanotte passata, Chiara era riuscita a trovare un parcheggio a quasi un chilometro da casa, e ancora in macchina aveva spento il motore e aveva guardato il display del telefonino. Nella sordina del cubicolo dell’auto, era rimasta seduta con il parabrezza davanti, ascoltando il flusso delle gomme del traffico che sfioravano le pozzanghere e acceleravano subito dopo. Aveva atteso un cenno qualunque. Una frase come «buonanotte» o «grazie per la bella serata». Era stata dieci minuti buoni nella macchina, per una forma di scaramanzia o di semplice sospensione del tempo, un gesto novecentesco si sarebbe detta (si era formata in un’altra epoca, in cui le emozioni non si bruciavano tanto velocemente). Poi era scesa con un’andatura barcollante – non era brilla, si sentiva piuttosto convalescente – aveva premuto sull’antifurto più volte con stizza, come per assicurarsi che l’auto fosse davvero chiusa, e solo quando infine era andata a letto aveva sentito trillare le due note del Samsung lasciato a ricaricare in salotto. Si era alzata, aveva guardato il telefono e aveva saputo che l’opzione Vodafone Fly era stata rinnovata. Aveva bevuto un paio di bicchieri d’acqua. E s’era rimessa a dormire.

Commenti
47 Commenti a “Le persone, soltanto le persone”
  1. Mattia marasti scrive:

    Non mi convince più di tanto. Non so, mi dà una sensazione di meccanico e plastico. Poi forse rileggendolo cambierò idea.

  2. x scrive:

    Ma vi siete accorti che ha cancellato l’articolo su Moravia? Ahah

  3. la Redazione scrive:

    @x: il pezzo è stato tolto perché il committente (di Raimo) aveva l’esclusiva e ha chiesto di non tenerlo in rete dal momento che il pezzo in questione e altri (di altri autori) sempre su Moravia diventeranno presto un libro.

  4. Marta scrive:

    A me è venuta voglia di leggere tutto il resto. I personaggi di Raimo mi stanno simpatici a pelle.

  5. Paolo Cognetti scrive:

    Ho letto “Ceto medio” giusto stanotte: grande racconto.
    Mi ha ricordato, per diversi motivi (non ultimo il tema dell’adulterio che è un’ossessione in tutto il libro), il Richard Ford di “Infiniti peccati”. Sarei curioso di chiedere a Christian qualcosa su questa terza persona, lui che ha sempre lavorato tanto sulla prima. Avremo l’occasione di parlarne.

  6. christian raimo scrive:

    Paolo ti giuro che ho scritto questo racconto è l’ultimo meditando le cose tue che hai scritto sui racconti, un saggio di James Wood e cercando di capire allo sfinimento come usa la terza persona la Munro

  7. christian raimo scrive:

    Richard Ford è una specie di lettura che faccio ogni volta che rileggo. Lo stato delle cose Il giorno dell’indipendenza e Sportswriter. Infiniti peccati me lo vado a prendere.

  8. Paolo Cognetti scrive:

    quale saggio di James Wood? mi interesserebbe parecchio leggerlo.
    volevo farlo, il nome della Munro a proposito di questa terza persona, ma siamo in un momento in cui non si può proprio dire “questo racconto mi ha ricordato la Munro”, si rischia il reato di lesa maestà…
    prima di infiniti Peccati c’è Rock Spring, naturalmente, ma credo che tu l’abbia letto. e una raccolta di tre racconti intitolata Donne e uomini. viva Richard Ford.

  9. christian raimo scrive:

    Non si possono scrivere racconti oggi senza aver letto e riletto Munro. Sapendo come si fallisce miseramente.

  10. LM scrive:

    Il racconto non mi ha molto convinto (dato che non voglio farmi troppo amico Raimo, non gli spiego il perché). Insomma, potevo anche stare zitto, ma non posso fare a me di domandarmi chi tra Cognetti e Raimo non ha telefono o mail.

  11. alessio scrive:

    Non è un racconto intero, è l’incipit di uno dei racconti e a me ha incuriosito molto. grazie

  12. marco scrive:

    mamma, quanta prosopopea LM: l’arroganza di poter essere utile (ma negargli poi l’utilità) a una persona che non si ama. Va bene che i commenti dei blog sono spesso prove muscolari davanti allo specchio, ma quanta arroganza risuona tra le pareti della propria stanzuccia (o dell’ufficio a cui rubiamo energia elettrica)!

  13. Paolo Cognetti scrive:

    ciao LM, ho sia il telefono che la mail di Christian.
    se scrivo qua le mie impressioni però c’è un motivo, ed è l’idea di alimentare il confronto in questo posto.
    sto leggendo autonomamente il libro, che presenterò la settimana prossima a Milano: minima et moralia potrebbe aiutarmi (se le persone come te formulassero ragionamenti utili) a preparare una buona presentazione.
    per il resto non faccio complimenti gratuiti, vedi il commento all’incipit del romanzo di Pacifico – un amico a cui non risparmio le critiche se credo che siano fondate.

  14. LM scrive:

    Cognetti c’è un equivoco. Il farmi troppo amico Raimo non era affatto riferito a te e alla tua onestà intellettuale, che nessuno mette in dubbio, ma era scherzosamente riferito a Raimo stesso, che una volta ebbe a scrivermi che se uno gli fa critiche fondate lui gli aumenta l’amicizia (e fa bene!). Per il resto fate come volete, ma non vi offendete troppo se a un estraneo tutto sommato benevolo come me può sembrare marketing (il volgo, da me aborrito, in questi casi usa la feroce espressione spompinamento reciproco).

  15. marco scrive:

    LM: devi avere poca esperienza o essere molto giovane per pensare che il marketing sia questo. Oppure (molto più probabilmente) essere un fanatico del Movimento5Stelle che vede complotti ovunque. I posti come questo servono a far conoscere libri potenzialmente interessanti. Poi uno legge l’incipit, sfoglia le pagine e se gli piace se lo prende. A me (leggendo questo blog) spesso mi è capitato di scoprire film/libri/gruppi teatrali, e ne sono grato.

    Non mi sembri affatto un estraneo. O forse sì, quegli estranei che non potendo lanciare sassi lanciano sassolini dai cavalcavia. Davvero, dove tu vedi marketing e spompinamenti, io vedo solo un inspiegabile (tuo) risentimento.

    Due scrittori che su un blog parlano del racconto di uno dei due che è piaciuto all’altro. Esattamente come, qualche giorno fa, uno di quei due scrittori diceva che non gli era piaciuto l’incipit di un altro libro. Dov’è lo scandalo? Oh, certo, scandalo è parola troppo grande per chi vuole giocare (un gioco abbastanza infame, in verità) al ribasso. Dov’è lo “scandaletto di questi mediocrissimi scrittorucoli del cazzo che fanno comunella”? Ecco, visto così, LM, il mondo ti è molto più digeribile. Salutami Grillo e Casaleggio. Io dico solo che quelli come te rendono il mondo circostante (quello in cui vivo io ora, con i registi e gli scrittori e i cantanti vivi ora) un mondo molto più asfissiante. Ovviamente tu non sei un troll, ma uno dei commentatori più intelligenti (lo dico senza ironia, penso davvero tu sia intelligente e sensibile), e questo è ancora più grave se la disposizione d’animo più istintiva è la malevolenza standard.

    Sono comportamenti plebei addosso a una vesta in origine aristocratica. In due parole: è la melma che sale di livello.

    Scusa LM, non volevo prenderti come bersaglio, ma il tuo esempio mi pare perfetto proprio perché sei meglio di tanti altri.

  16. Lalo Cura scrive:

    questa è memorabile, da tramandare ai poster(i): lm sarebbe un fanatico del movimento 5 stelle!!!
    ah ah ah ah ah ah ah….

    lc

  17. Lalo Cura scrive:

    i.t.
    @ raimo

    perché inseguire la munro fino allo sfinimento cercando di capire come usa la terza persona? quello fa parte del suo stile, è inscindibile da quello che è come scrittrice
    i maestri, se tali, non chiedono affatto di essere imitati, ma attraversati per cercare di capire l’estensione della nostra (non della loro) voce

    lc

  18. marco scrive:

    @ Lalo Cura: ma tu (posso usare il tu?) scrivi letteratura? Passo sopra il modo con cui mi hai deriso se rispondi sinceramente a questa domanda.

  19. anna scrive:

    Chiedo scusa se pongo domande banali da lettore pedante, ma è il tipo di dettagli che, specie se posti all’inizio, mi impedisce di raffigurarmi la scena, mi dà un senso di non volontario artificio e mina la serenità della mia lettura: ma perché le ombre sono filiformi? e la bungavillea non dovrebbe essere più o meno spoglia in inverno, o comunque non abbastanza ricca da poter fare l’effetto di una caverna? Mi scuso di nuovo, e aggiungo che il racconto ha incuriosito anche me.

  20. Lalo Cura scrive:

    @ marco

    – non ho deriso (e non derido) nessuno: la risata mi veniva dal tuo accostamento al mov. 5 stalle: è quanto di più improbabile possa esistere (stando almeno ai commenti di lm che ho sempre letto in rete)

    – a proposito di derisione: prova a vedere quello che hai scritto su lm: lo conosci, per caso? ha solo scritto che il racconto di raimo è misero: non si può?

    – non scrivo di letteratura, sono un lettore (di lunga lena)

    – il tu va benissimo

    lc

  21. Lalo Cura scrive:

    “il tuo accostamento di lm al…”

    lc

  22. marco scrive:

    @lc criticare va benissimo. (Anche se quella dei messaggini dei blog non è critica, ma istinti appena raffreddati da una tastiera). Il modo in cui lo si fa, rivela tuttavia spesso il critico più che il criticato. E il riferimento di LM al marketing, allo spompinamento reciproco ecc. mi pareva degno dei post adolescenti del m5s. O comunque figlio di quell’accostamento alla vita. Magari, una vera critica. Ma quella non è critica, è risentimento e istinto ormonale plebeo scatarrato in rete.

  23. LM scrive:

    Io che il racconto di Raimo è misero non l’ho scritto.

  24. Lalo Cura scrive:

    @ lm

    sì, hai ragione, è stata un’interpretazione mia (sbagliata) di quello che hai scritto

    @ marco

    cos’è più riprovevole, secondo te: usare un’immagine “volgare” (spompinamento in pubblico) o parlare di gioco al ribasso “infame” per definire una critica, per quanto sarcastica possa essere?

    i sassi, e anche i sassolini, lanciati da un cavalcavia possono uccidere: se io dico che un libro fa cagare, sto ferendo/ammazzando qualcuno?

    vedi un po’ tu, forse è il caso di controllare meglio le metafore che si utilizzano – a meno di non appartenere alla schiera becera di chi chiama “ammazzatina” l’omicidio di un ragazzo e “ammazzatine” le stragi di migliaia di civili palestinesi

    buona giornata

    lc

  25. marco scrive:

    Lalo Cura: vedi che ti fai riprendere persino da quelli per cui fai il tifo?

    Le metafore quello sono. Un modo per parlare o scrivere in modo non letterale. Se ti sei dato questo nome (Lalo Cura) e non hai manco capito cos’è una metafora, di che vogliamo parlare?

    Così come hai accettato umilmente di aver dato un’interpretazione sbagliata di quello che scriveva LM potresti fare lo stesso con me, anche se ti sto antipatico. Ma è questo sforzo che per te mi sembra impossibile – dare ragione a qualcuno e torto a un’altro sulla base non di uno schieramento, ma del logos o della semplice ragione. Ti rendi conto quanto questo sia monolitico e antiletterario? E allora perché la letteratura, se non sei neanche capace di elevarti in un modo tutto sommato semplice?

    Se devi continuare a dire cose così scontate, intellettualmente povere e al di sotto (credo) della tua intelligenza, potresti non rispondermi? Io ho purtroppo la debolezza di andare di tanto in tanto a controllare questi messaggi (così come andare su un porno e farmi una sega, insomma), una debolezza che non riesco sempre a vincere, e così perderei del tempo e te ne farei perdere ancora.

    Un consiglio: porta un minimo di letteratura nella tua vita. Così sembra che leggi solo per darti un tono, senza che nulla passi. Te lo immagini un personaggio letterario da te amato che risponde sui blog come fai tu? Onestamente, tra te e te, a livello di foro interiore, te lo immagini davvero? Se no, prendi atto del fallimento e ricomincia. Non sei mica morto, porca miseria.

  26. marco scrive:

    perdonate i refusi
    da “un” coll’apostro in giù…

  27. Lalo Cura scrive:

    fatti vedere, ma da uno che sia bravo davvero

    lc

    p.s.

    cura è il mio cognome, giuggiola; lalo è il diminutivo di fernando… tu come ti chiami?

  28. marco scrive:

    Sì, d’accordo, hai ragione tu. Sei contento adesso?

    Se tu pensi che “fatti vedere” possa essere usato in termini dispregiativi in un contesto in cui si parla di letteratura, arte, cinema ecc., significa quel che significa.

    “Sei matto, fatti vedere”. Il senso è quello. Come se avere qualcosa che non va (un cattivo rapporto col proprio io, col mondo circostante magari, o problemi relazionali) significhi essere peggiori di te. Tu pensi veramente una cosa del genere?

    Hai ragione tu, sono matto e esaurito. Ma se tu pensi che dopo Foucault, Artaud e Kafka questo possa essere un insulto (anche a essere matti esauriti mediocri come me, e non geni come loro), ripeto, mi chiedo cosa possa avere a che fare uno come te anche lontanamente con le lettere e le avventure del pensiero.

    Lalo Cura è anche il nome di un personaggio letterario piuttosto noto. Pensavo ti chiamassi così per quello. Come se uno si firmasse Nathan Zuckerman, insomma, o Gregor Samsa. Che sono i nomi di due altri personaggi letterari.

    Grazie di cuore, dico davvero. Sono realmente sollevato dopo questo scambio.

  29. Lalo Cura scrive:

    grazie a te
    ciao

    lc

  30. Lalo Cura scrive:

    @ raimo

    ieri ho ordinato il libro, vado a ritiralo domani pomeriggio
    nei prossimi giorni ti dirò

    voglio solo ricordarti che mi devi già 16, 80 eurini (il peso della grazia, comprato col venti per cento di sconto): vedi di non aggiungerci anche questi altri 14, 00…

    lc

  31. bato scrive:

    Dopo un paio d’ore spese a seguire vari economisti -a dir poco narcisi e altamente fidelizzanti- su tw e alcuni post critici sulla nuova legge regionale toscana su fb, la pupilla mi casca sulla cartella rss “libri & lett”. Ovviamente scelgo la sottocartella minima&moralia. Apro e noto il titolo “Le persone, soltanto le persone”, il resto non faceva per me. Poi, vabbé, ti trovo il racconto – piacevole-, il cicici dei commenti. Insomma il titolo era forte, una specie di premio per una giornata noiosa.

  32. SoloUnaTraccia scrive:

    @Anna

    è letteratura, non un rapporto poliziesco/giornalistico sul luogo di un crimine, quindi capita che i dettagli diano allo scritto le sfumature cercate dall’autore. Se suonano bene al suo orecchio e al tuo no, è perchè avete gusti e suscettibilità differenti (senza dare giudizi di merito: sia i gusti che le suscettibilità sono soggettivi).

    Ho fatto l’esempio del rapporto poliziesco perchè teoricamente dovrebbe essere l’esempio supremo di oggettività, precisione e ricchezza di dettaglio; spesso, redatto da un carabiniere, offende involontariamente le orecchie, ma siccome la sua funzione non è indurre suggestioni, va tutto bene.

    Io, presempio, sopraffatto dalle tue osservazioni, il brano in questione ho evitato accuratamente di leggerlo, pensa un po’.

  33. anna scrive:

    @SoloUnaTraccia

    “Creare una suggestione”, il punto è proprio quello (al di là del racconto di Raimo, che mi perdonerà per una riflessione di carattere generale).
    Quanto sono importanti, al fine di creare una suggestione, l’attendibilità e la precisione di una descrizione d’ambiente?
    (nell’ambito del realismo ovviamente, se c’è gente che vomita coniglietti il discorso è diverso).
    Per me moltissimo, arriverei a dire che è una delle chiavi che mi consente di abbandonare le resistenze e entrare nel racconto, ossia di sottoscrivere quel patto implicito che di fatto chi legge sottoscrive sempre con chi scrive e che gli consente di assumere il narrato come vero.
    Come -parlando di Flaubert- scrive acutamente Flannery O’Connor in un delizioso librino (curato proprio da Raimo, se ben ricordo), i materiali della narrativa sono umili e si direbbe che la cura immediata dello scrittore è infilare pantofole di pezza agli scrivani.
    Ma più in generale, io non saprei citare nessun racconto che abbia veramente amato prescindendo dai suoi luoghi o dai suoi oggetti: non potrei immaginare in altro luogo che non sia quella stazioncina con quella tenda di bambù la conversazione tra Jig e il suo compagno, né credo che le vicende di Pozdnysev avrebbero avuto tanta forza se raccontate in un posto diverso da quel vagone. Credo addirittura che non sarei stata così convinta dell’inevitabilità della decisione di Seymour senza i novantasette agenti (sic!) pubblicitari che costringono la ragazza del 507 (ri-sic!) ad aspettare da mezzogiorno fin quasi alle due e mezzo per telefonare alla mamma, né che il bacio tra quella donna glabra e un ragazzino mi avrebbe commosso tanto se non fosse stato preceduto dal giro estenuante tra quegli orribili, dettagliatissimi, cortiletti. E no, non credo che questi particolari siano lo “sfondo” del racconto, per me -da modesto lettore- sono “il” racconto.
    Poi è vero che un rapporto di polizia non è letteratura, ma siamo così sicuri che la “letteratura” non debba avere in sé anche del rapporto di polizia? :-)

  34. speedypizza scrive:

    ovviamente senza quell’accenno al mercato immobiliare romano il racconto non poteva reggere. ora che leggiamo da MONTEVERDE a QUARTIERE DOVE SI CONDENSANO I GRANDI TEMI DELLA NUOVA CLASSE MEDIA ROMANA allora sì che cogliamo in un lampo tutta una profondità inattesa e bruciante del personaggio e del contesto sociale in cui si muove. ovviamente raimo si distingue perché ci si mette dentro, accetta un certo grado di partecipazione al mondo che descrive, perché il suo pacchetto social è completo e prevede quindi lo stratagemma dell’autoironia. che è solo un modo per sentirsi dire ma no non è vero che sei grassa. il protagonista della storia prima ci appare scemo quale in effetti è, ma no proprio quando ce ne siamo fatti una ragione l’autore un po’ si pente e interviene a salvarlo, perché non può lasciare che quanto di lui vi ha incistato subisca una simile sorte. ovviamente è dotato di noia-gambardella per le feste cui comunque va, tutte, e se spara le cazzatone una via l’altra è solo PER SONDARE IL TERRENO, VERIFICARE LA TENUTA DELL’ALTRO DA SE’ E DEL DISCORSO DOMINANTE. e ovviamente rimorchiare sfruttando gli ashtag giusti. quindi a un certo punto questo personaggio maschile ci viene descritto come GRASSOCCIO (così cominciamo a pensare quanto di raimo ci sia in raimo, anvedi che onesto però, nun se dice fuori da questi fattacci), e pagando questa semplice tassa autoironica l’autore ci dice OK ACCETTO L’ADIPE, e però sotto la ciccia cosa ci vuole far passare di contrabbando, l’intelligenza e infine l’accostamento della sua persona di autore raimo con una figura FIGA. la parte su quell’incorreggibile protagonista che si scola i bicchieri a caso nelle feste per poter ottundere la propria intelligenza mai altrimenti doma e sopportare questo assedio sociale, ovviamente, non è per niente ironica ma lavora solo ad introdurre la figaggine del personaggio perché l’alcol fa sempre effetto, che lo leggi o che lo bevi, strizzi l’occhio pure se ci vedi doppio. infatti poi anche se il focus si sposta apparentemente sulla ragazzetta, tutto quello che ci dice il racconto è che raimo è figo perché a fine serata manco je manda un sms uno mentre quella si strugge prima nel parcheggio (scema, forte di un immaginario novecentesco scemo che denuncia – non lei, ma chi la osserva dall’alto e però non la degna di uno squillo – per cui merita di essere punita e infatti) e poi nel lettino.

  35. Christian Raimo scrive:

    Intervengo sulle cose che mi sembrano ragionate, e ringrazio gli interlocutori.
    Questo è un inizio di racconto.
    Che vuole avere come voci narranti quattro voci diverse: i tre protagonisti – la terza comparirà appena dopo questa scena – e un narratore onnisciente e commentatore.
    La mimesi realistica, iperdettagliata, fin dall’inizio nella mia testa oscilla tra l’immedesimazione e l’ironia: questi personaggi sono intelligenti, acuti, o stupidi, conformisti. È un tipo di sguardo che sa usare divinamente Richard Yates. Il lettore, almeno io lettore, non capisco se il narratore stia totalmente dalla parte dei personaggi e delle loro miserie, oppure si diverta a mettere in luce quel conformismo.
    Qui, fin dal titolo, c’è una dichiarazione d’intento. Cos’è rimasto di questo cosiddetto Ceto medio. Quanto assomigliamo a chi vorremmo tenere lontano? Quanto c’è di scontato in quello che ci sembra così originale?
    Queste domande però si possono leggere al contrario: quanta meraviglia c’è nella normalità?
    Sta al lettore decidere come inclinare lo sguardo.
    Ma questo appunto è solo l’inizio di un racconto. E le cose che dico magari sono solo nella mia capoccia.

  36. senior scrive:

    ragazzi scusate loff target. vivo 1 momento di difficoltà economica molto seria……… questa makedetta crsi….. se qualcuno può aiutarmi con la vendita della mia vespa pk125 sarei molto contento….. è del 1987 ottime condizione paga poca assicurazione. tel 0817435561 ore pasti astenersi perditempo. grazie

  37. lara scrive:

    Se un grande scrittore si capisce perché attira i pazzi, allora Raimo lo è. Rileggo i commenti, e sono i commenti di pazzi scatenati assoluti. Lo dico in senso buono.

  38. ibanezforever scrive:

    ciao senior, mi interessa quella cosa del motorino, perche sinceramente a roma c’è un traffico abbastanza infernale!! volevo solo qualche dettaglio in più perche spesso si dice in ottime condizioni poi magari ha delle magagne…

  39. lara scrive:

    Se un grande scrittore si capisce perché attira lara, allora Raimo lo è. Rileggo i commenti, e non tutti devo dire sono i commenti di lara, ma alcuni sì (ne ho contati due, includendo questo). Lo dico in senso buono.

  40. audiTTveloce scrive:

    ciao senior, devo dire che anche io sono intrigato dalla tua offerta in fatto di motorini (vespa paperinik 125). e però ancora non ho ricevuto indicazioni precise da Masneri in proposito, e prima di perfezionare l’acquisto, o anche solo imbastire la trattativa, preferisco consultare il catalogo minimum fax 2014/15: non vorrei poi essere tacciato di ceto medio che si appropria dei gadget griffati povertà.

  41. senior scrive:

    allora innanzi tutto vi ringrazio per l’aiuto………. sapevo che questo sito era sociale…… poi vi voglio dire che il traffico di roma lo conosco bene!….. lo conosciuto anche grazie ai autori minimum fucks….. proprio grazie a quei libri che parlano sempre della capitale italiana e dei loro protagonisti……. cmq la vespa e’ veramente bella, se volete posso mandare le foto in pvt…..

  42. pasquale dita scrive:

    ho visto la vespa di senior………………. è bellissima!! affrettatevi!

  43. RobySan scrive:

    Ho chiesto consiglio a mia moglie: compriamo la Vespa di senior, in previsione delle prossime vacanze romane (più understatement di così!).

  44. lara scrive:

    Se un grande scrittore si capisce perché attira persone che vivono momenti di difficoltà economica che vendono una vespa pk 125, allora Raimo cos’è? Lo chiedo in senso lato.

  45. Lalo Cura scrive:

    @ raimo

    letto: il tuo debito rimane fermo a 16, 80 euro

    lc

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Leggi commenti...
  1. […] – Le persone, soltanto le persone, Christian Raimo (Minimum Fax): scrittore e traduttore, per dire due sue attività, Raimo non è invece nuovo alla narrativa. Con questo nuovo titolo, appena uscito, abbiamo da lui nuovi racconti. Di che si parla? Di quello che ci capita o può capitarci tutti i giorni semplicemente. Di sensazioni, degli eventi e di cosa ci succede dentro durante questi eventi. Su minima&moralia un estratto. […]



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