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A ciascuno la sua croce. Dio è donna e si chiama Petrunya, il film manifesto di Teona Strugar Mitevska

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Comincia così, con un piatto e un sandwich che la mano di una madre infila sotto le coperte. Avvolta dentro un bozzolo letto c’è la figlia trentaduenne che è ora che si svegli. Ha studiato, è laureata, non ha un lavoro, lo cerca, ma la città non sembra accorgersi di lei. È una donna, non è più giovanissima. È grassa.

Il film di Teona Strugar Mitevska non lascia scampo, non cede a retoriche vittimistiche, non denuncia, non impreca. Racconta il risveglio di una donna che agisce come un animale. È quello che dice lei, ripensandosi, un animale. Niente coraggio, niente consapevolezza, niente politica. Il suo gesto è istintivo. Mentre si celebra una cerimonia religiosa un prete getta nel fiume una piccola croce. La caccia alla croce è riservata agli uomini.

Ma lei è lì, dopo avere subito l’ultima delle umiliazioni, un colloquio di lavoro con l’ennesimo stronzo che non solo ci prova ma le dice pure che così, vale a dire, così grassa com’è, non ce la farebbe neanche a scoparla, vale a dire, figurati a darle un lavoro. Come se non bastasse l’umiliazione di averci provato. L’episodio è cruciale e precede, non a caso, il pretesto narrativo del film. La lotta per quella croce, la sfida tra soli uomini abituati a conquistarsi il loro trofeo, e quella di una donna che strappa il patto millenario della tradizione e si infila, si intromette, sovverte.

Vale a dire: partecipa, finalmente. Petrunia, è lì, nello stesso fiume, nel medesimo flusso della storia. E agisce. Non sa ancora perché. E in questo sta la grandezza del film. Non occorre essere femminista per agire. Il fatto stesso di essere stata esclusa per tutta la storia dall’esserci, non è sufficiente? Per dire, qualunque donna può sentire lo stesso istinto, la stessa voglia, lo stesso desiderio. Anzi, dovrebbe. Partecipare alla sfida, alla lotta, dell’esserci.

Poi, certo, il pretesto della croce non è neutro. Dietro c’è la Chiesa, lo Stato, istituzioni millenarie. Petrunia viene arrestata. Perché? Perché qualcosa si è rotto, Petrunia lo ha rotto. Petrunia non ha niente da dimostrare, non ha agito per ribaltare un sistema.

Eppure, è una minaccia. Il branco, quegli uomini abituati a gareggiare tra loro, a sentirsi forti e capaci di sfidarsi tra loro, ha subito un attacco da chi di solito viene considerata una vittima – le parole usate sono le solite: cagna, puttana, troia. Cagna, come ti sei permessa? Petrunia viene arrestata da una autorità che la trattiene senza ragione. Non ha fatto niente di illegale. Niente per cui essere interrogata, essere incriminata. Nemmeno il prete con tutta la sua Chiesa secolare la accusa. In fondo, che ha fatto di male? Ha vinto lei, no? La Chiesa ama i perdenti, si sa, ma non è che non prediliga i vincitori. L’unica colpa? È pur sempre una donna. E sarebbe meglio stesse lì a riprodurre, ad avere cura, a sedurre, a confortare, a piangere, a stare zitta. Petrunia, purtroppo, si mette in mezzo, mette in campo il suo corpo, il suo desiderio. E vince. La polizia, lo Stato, non può accusarla, ma può proteggerla. Da chi? Da quel branco di uomini che la vuole morta. La protezione è tutto ciò che un sistema sa opporre alla violenza quando non sa garantire un diritto, naturalmente.

Comunque, quel branco non perdona la perdita di un privilegio. E la famiglia? Altra istituzione. C’è la madre che la vorrebbe a suo modo bella, seduttiva ma senza toglierle il primato, soggiogata, alla fine, al suo giudizio, a quella serie di codici che rinchiudono le donne in canoni ristretti a età e magrezza, e c’è un padre che la vorrebbe occupata, lavorativa, insomma indipendente – quasi quasi pare meno paternalista della madre, anche se, niente di nuovo, è abbastanza assente. Ultima e non per importanza, la televisione. I media si accorgono di lei, di lei che muta non sa e non vuole alimentare una narrazione che nel migliore dei casi sarebbe manipolata, banalizzata, strumentalizzata. Una giornalista che non riesce a intervistarla, a darla in bocca alla stampa, fa suo il caso. Quel silenzio le dà la forza di reagire al suo di oppressore, a una gerarchia che la vuole lì senza potere di decidere, di dire al mondo di quella ingiustizia che la riguarda, che riguarda tutte.

Ecco, qui sta lo scarto meraviglioso di questo racconto. Petrunia serve come soggetto in sé, la sua azione assume valenze politiche prima ancora che se ne renda conto. Viene vista dalla società prima che lei stessa si veda. Petrunia non sa di avere rotto un meccanismo ben oleato, di avere interrotto una narrazione. Solo a un certo punto capisce di essere stata capace di emancipazione. Lo capisce stando lì rinchiusa, testarda, a volere la sua vittoria. Ripresa mentre si stende su un tavolo – il piano orizzontale da cui è partita, quel letto che la teneva lì, inchiodata, mentre ora sembra solo divertirla – opposto a un sistema verticale, gerarchico che non può farle niente, che può solo guardarla, interrogarla interrogando la Storia (stupende le riprese dei volti maschili di cui spesso non vediamo gli occhi, il viso, se non riflessi).

E allora prende coscienza, la sua croce a quel punto la può anche lasciare lì, nelle mani della Chiesa, della Polizia, dello Stato, delle tradizioni, della cultura, di qualunque educazione patriarcale abbia bisogno di un pretesto, di un simbolo, di una fede, di una croce (sic) per affermarsi. Lei è libera. Di essere quello che è, di non dovere essere niente di più, di non dovere sfidare nessun maschio in gara, di non dovere sedurre secondo triti canoni di presunta faticosissima bellezza. Non solo, il patriarcato ha vinto nelle istituzioni, ma non negli individui, sembra dirci Mitevska, che dà voce a uomini che intervistati dichiarano la pochezza e la banalità dell’accaduto, che puntano il dito sui problemi veri, la mancanza di lavoro, la disparità delle opportunità.

Ecco, altra grande intuizione del film, non sono gli uomini in sé a dover essere imputati ma quel perfettissimo sistema di potere che hanno edificato, imposto, quel potente e persistente sistema che è il patriarcato di cui si sono innamorati e che proprio non riescono a tradire, che continuano a incarnare, violento così com’è, oppressivo fino all’orrore di stupri e omicidi di cui ancora faticano a dare conto, o al ridicolo di certe reazioni impaurite o goliardiche con cui ancora si legittimano, si assolvono. Alla fine Petrunia, liberata, libera, si aggira con un busto di manichino tra le braccia.

Quello di una donna perfetta che non esiste se non nell’immaginario, vale a dire, nella volontà di controllo di un sistema che sta perdendo di credibilità ogni giorno che passa.

Caterina Serra, scrittrice e sceneggiatrice. Ha vinto nel 2006 il premio Paola Biocca per il reportage letterario con “Chiusa in una stanza sempre aperta”, da cui ha avuto origine il romanzo-reportage Tilt (Einaudi, 2008). Il suo secondo libro “Padreterno” è uscito nel 2015 sempre per Einaudi.
È sceneggiatrice di film documentari come “Napoli Piazza Municipio” (Bruno Oliviero, Premio per il miglior film documentario al Festival del Cinema di Torino, 2008), di “Parla con lui” (Elisabetta Francia, 2010) e
autrice del soggetto e della sceneggiatura di “Piccola Patria” (Alessandro Rossetto, Venezia ’70 sezione Orizzonti, 2013). Con lo stesso regista ha lavorato al film in uscita “Effetto domino” tratto dal romanzo
di Romolo Bugaro, Einaudi.
Collabora all’ideazione di Immemoria con il coreografo e ballerino Francesco Ventriglia, Teatro alla Scala, Milano, maggio 2010. È autrice di Displacement – New Town No Town, (fotografie di Giovanni Cocco), un progetto di scrittura e fotografia, esposto al MACRO di Roma nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia 2015 (Quodlibet 2015), e in esposizione al Centre de la Photographie di Ginevra nel 2020. Scrive regolarmente per il settimanale “L’Espresso” e collabora come autrice con “La Repubblica” e con la rivista online “Minima&Moralia”.
Sta scrivendo il suo terzo romanzo.
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