Ciechi di fronte al risveglio arabo

In Medio Oriente i dittatori hanno praticato un’operazione di infantilizzazione del popolo, tirato su a suon di giornali finti, con il minimo indispensabile per vivere. Ce lo racconta Robert Fisk, giornalista e corrispondente, intervistato da Giuliano Battiston per Il manifesto.

di Giuliano Battiston

Quando aveva solo dodici anni, vedendo «Il prigioniero di Amsterdam», un film di Alfred Hitchcock, Robert Fisk decise di diventare giornalista. A cinquant’anni circa da quell’episodio, oggi è considerato il più autorevole corrispondente dal Medio Oriente. Perché si è sempre tenuto alla larga da quello che considera il pericolo peggiore per il giornalismo, «il rapporto osmotico e parassitario con il potere», e perché non ha mai smesso di leggere i fatti più recenti con uno sguardo da storico, come dimostra negli articoli che pubblica per il giornale inglese The Independent, e soprattutto nei suoi libri. Abbiamo incontrato Robert Fisk a Roma, prima della lezione che ha tenuto per il Corso «Informazione tra guerra e pace», organizzato dalla sezione Internazionale della Fondazione Basso.

Come giudica le rivolte arabe che hanno infiammato Nord Africa e Medio Oriente. Segnano un vero spartiacque storico o sono destinate a cambiamenti effimeri?
Piuttosto che «rivolte», preferisco definire gli avvenimenti recenti come un «risveglio arabo», adottando il titolo di un libro dello studioso George Antonius, che racconta il periodo delle rivolte arabe sotto Lawrence d’Arabia, negli anni Venti del Novecento. Quel libro include la documentazione delle promesse fatte dagli inglesi agli arabi, così come gli accordi stipulati segretamente tra inglesi e francesi per spartirsi il mondo arabo in mandati ed evitare la nascita di Stati arabi indipendenti. Considero gli eventi degli ultimi mesi come l’avvenimento più straordinario dagli anni Venti del Novecento, che avrà effetti duraturi. La parola «rivolta» non mi piace: può spiegare quel che è accaduto in Tunisia ed Egitto, non definire la guerra tribale in Yemen e Libia, né la potenziale guerra religiosa e settaria in Siria. In ogni caso, il risveglio nasce dal rifiuto del popolo di essere impaurito.

Già alcuni anni fa, in uno dei suoi articoli scriveva che nella regione c’era una novità: i cittadini, dai palestinesi ai siriani, non avevano più paura del potere, e quando non si ha più paura le cose sono destinate a cambiare…
All’epoca avevo percepito la novità, non le potenzialità. Le rivolte arabe non nascono oggi: la prima è quella libanese del 2005, quando migliaia di cittadini hanno condannato l’uccisione dell’ex primo ministro Rafiq Hariri, chiedendo l’uscita dal paese dei soldati siriani. Il secondo risveglio è quello iraniano, quando nel 2009 sono stati contestati i risultati delle elezioni presidenziali. Le radici del risveglio arabo vanno ricondotte dunque agli anni scorsi, ai tanti movimenti di scrittori, intellettuali e lavoratori che reclamavano diritti. E che si dicevano stufi di vivere in una situazione che definirei di perenne infantilismo, o, meglio, di infantilizzazione. In tutti i paesi della regione, a eccezione del Libano, i dittatori hanno praticato una deliberata operazione di infantilizzazione del popolo: trattavano i cittadini come bambini, scolaretti che venivano tirati su a suon di giornali finti, con il minimo indispensabile per vivere. Chi usciva da «scuola», lo faceva a suo rischio, finendo direttamente nelle prigioni, per essere torturato ed eventualmente ucciso. Di fronte a una gioventù con un crescente livello di alfabetizzazione, il gioco non ha più retto: i cittadini resi infantili hanno capito chi erano i veri bambini: i dittatori di turno, chiusi nel «mare di silenzio» in cui vivono i despoti. Una delle cose più tragiche è la reazione simile dei dittatori. Tutti pensano di essere i proprietari del paese, come se appartenga alla loro famiglia, lo pensava Mubarak come Assad. E tutti, anche per questo, accusano «interessi e mani straniere» dietro le quinte.

C’è stato un generale rimando al pericolo islamista (anche da parte delle cancellerie occidentali), anche se gli studiosi più avvertiti hanno subito definito le rivolte come post-islamiste. Lei cosa ne pensa?
Tutti hanno agitato lo spauracchio islamista. O addirittura quello di al Qaeda. La cosa curiosa è che la minaccia di al Qaeda veniva paventata proprio quando al Qaeda dimostrava di essere finita. La parabola di al Qaeda si è esaurita anni fa: ha promesso agli abitanti della regione che li avrebbe liberati dai dittatori e dall’occupazione americana, e ha fallito completamente, perché è stata la popolazione che ha rovesciato i regimi. Sono stato in Tunisia, Egitto, Barhein, a Tripoli, e non ho visto brandire un solo vessillo islamico, tanto meno qaedista. L’ipotesi islamista non regge, e non hanno retto e non reggeranno le aperture dei dittatori. Appena si apre uno spiraglio al popolo, il popolo pretende sempre di più. È un fenomeno inarrestabile.

E le cancellerie occidentali? Tartufesche come al solito, frutto della solita schizofrenia tra dichiarazioni di principio e realpolitik?
È la cosa più vergognosa: quando Ben Ali era ancora al suo posto, Hillary Clinton lo ha sostenuto, mentre Barack Obama non diceva niente, e non l’ha fatto neanche quando Ben Ali ha lasciato il paese. Nel caso dell’Egitto, c’è stato silenzio da parte della Casa Bianca, che ha continuato a considerare Mubarak un amico anche quando milioni di persone lo contestavano. Era proprio quello il momento giusto per Obama: avrebbe dovuto alzarsi in piedi e dire: «Il popolo americano crede nella democrazia, siamo con voi, Mubarak vattene!». Non l’ha fatto, ha aspettato. Se lo avesse detto per tempo, le strade del Cairo si sarebbero riempite di bandiere americane, e forse avrebbe pulito i muri insanguinati afghani e iracheni. La realtà è che l’Occidente non vuole veramente la democrazia in Medio Oriente, e ancora non ha capito nulla del risveglio arabo: soltanto alla fine ha compreso che non avrebbe più potuto sostenere gli Stati polizieschi. Non dimentichiamo che la polizia di questi Stati è stata addestrata alla tortura dai consulenti occidentali, gli americani hanno spedito propri «prigionieri» nelle carceri siriane. L’Occidente vuole la democrazia, ma fino a un certo punto. La vera ossessione, è la cosiddetta stabilità. In una recente conferenza stampa, Obama ha ammesso: a volte le aspirazioni ideali americane sono entrate in conflitto con gli interessi americani. Intendeva il petrolio, ma non l’ha detto!

Lei è critico nei confronti del presidente americano, e definisce come patetici e inutili i suoi recenti discorsi sul Medio Oriente, per poi contestare i «collassi linguistici» di Obama sulla questione israelo-palestinese. Dov’è che sbaglia Obama?
Prendiamo il famoso discorso del Cairo di due anni fa. In quell’occasione, ha parlato del trasferimento dei palestinesi nel 1948. Ci rendiamo conto? Trasferimento! Non esilio, pulizia etnica, catastrofe. E poi il discorso con cui ha accettato il premio Nobel per la pace: devo essere realista, ha detto, devo vivere nel mondo, non posso comportarmi come Gandhi e Mandela. Come se Gandhi non avesse dovuto combattere l’impero britannico e Mandela l’apartheid. Nel suo più recente discorso sul cosiddetto conflitto israelo-palestinese, prima ha parlato di «insediamenti», poi, dopo aver sentito Netanyahu che si riferiva a «certi cambiamenti demografici sul terreno» per giustificare l’occupazione illegale di terra palestinese, ha usato la stessa frase, allineandosi in pieno. È semplicemente un uomo e un politico debole, che aspira al secondo mandato. Non si rende conto di essere diventato irrilevante. Netanyahu invece continua a rivendicare l’alleanza con gli Stati Uniti, ma coltiva un incubo: se c’è stato un risveglio nei paesi arabi, ce ne potrà essere uno anche tra i palestinesi. Cosa farà Israele se centinaia di migliaia di persone dovessero decidere di tornare nella loro terra dai paesi confinanti? Quando la popolazione di Gaza deciderà di manifestare? Gli occidentali continuano ad adottare nei confronti degli arabi quell’atteggiamento colonialista che avevano gli inglesi con gli indiani. Senza rendersi conto che gli arabi non hanno più paura: sanno che non hanno bisogno di nessuna lezione. E di avere potere.

Un’ultima domanda sulla Libia, dove pare sia scattata proprio quella combinazione tra «sogni ideologici e pistole fumanti» che lei ha sempre criticato. Come se ne esce?
Pochi giorni fa, a Istanbul ho comprato una nuova biografia di Ataturk, che prima di diventare il padre della patria turca era un soldato ottomano. Gli ottomani lo mandarono in Libia per addestrare una tribù senussita contro gli italiani, la stessa tribù che oggi viene sostenuta dalla Nato. Qualche settimana dopo il suo arrivo, scrisse una lettera a un suo amico ufficiale in Bosnia, dicendo che quell’operazione era inutile: «addestriamo i senussiti, sono buoni combattenti, ma vogliono essere pagati, e noi lo facciamo. Il guaio è che tirano la guerra per le lunghe, per avere sempre più soldi». Qualcuno dovrebbe mandare a Sarkozy, Cameron e Obama una copia di quella lettera.

IL PERSONAGGIO
Nato nel 1946 a Maidstone, nel Kent, dal 1971 al 1975 Robert Fisk è stato corrispondente da Belfast per il quotidiano inglese The Times, e nel 1976 si è trasferito nel Medio Oriente dove, prima per il Times e poi per The Independent, ha seguito i maggiori avvenimenti della regione: dalla rivoluzione iraniana all’ingresso delle truppe sovietiche in Afghanistan, dalla guerra civile libanese al conflitto tra Iran e Iraq, dalla prima guerra del Golfo all’occupazione americana dell’Iraq, per finire con il recente “risveglio arabo”, concedendosi una “parentesi” solo per seguire il conflitto in Bosnia-Erzegovina. Insignito di numerosi riconoscimenti, tra cui lo United Nations Press Award e per due volte l’Amnesty International Uk Press Award, Robert Fisk è l’unico giornalista occidentale ad aver intervistato Osama bin Laden, per tre volte, prima in Sudan nel 1994 e poi in Afghanistan. È autore di diversi libri, in cui combina il “passo” del giornalista alla profondità dello storico: In Times of War: Ireland, Ulster and the Price of Neutrality (1983), The Point of No Return: The Strike wich Broke the British to Ulster (1975), The Age of Warriors: Selected Writings (2008). In italiano, si possono leggere invece Il martirio di una nazione: il Libano in guerra e Cronache mediorientali, entrambi pubblicati dal Saggiatore, oltre che Notizie dal fronte (Fandango 2003).

Commenti
Un commento a “Ciechi di fronte al risveglio arabo”
  1. mazingazeta scrive:

    Forse sarò paradossale ma da molti anni sono scettico verso gli americani o inglesi che ci vengono a spiegare il mediterraneo e le sue poliedricità. Magari Fisk è un’eccezione però il Mediterraneo io lo sento come un intero luogo che si respira dentro prima di essere guardato e compreso, se grazie al suo lavoro Fisk se ne è innamorato allora le sue valutazioni acquisiscono più rilevanza.

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