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I cieli, il gioco sublime di Sandra Newman

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, che ringraziamo.

I cieli si regge su un felice paradosso: cos’è la trama di una storia se un cortocircuito spazio-temporale ne fa accelerare l’entropia? Una trama che ha alla base la teoria del caos è ancora trama?

Il congegno narrativo da cui parte il romanzo è il viaggio nel tempo: si va indietro, si agisce nel passato, si cambia il presente. La macchina del tempo, qui, è più calda del solito: Kate viaggia in sogno, e va sempre alla fine del Cinquecento. Non viaggia nel senso classico della fantascienza: lì, “La persona” in cui si incarnavaprovava paure, rancori e dispiaceri, ma anche questi erano una terra incantata di sensazioni, come una serie di colori brillanti”.

Kate abita Emilia. Kate appartiene all’alta società newyorkese sofisticata di inizio ventunesimo secolo e sogna di essere Emilia, una giovane che occupa una posizione precaria nella scala sociale inglese della fine del Cinquecento. Risvegliandosi sente sempre “una sorta di importanza particolare, sublime – come se il sogno … custodisse la chiave della salvezza del mondo”. Prova a dirlo al suo ragazzo, Ben, lo rassicura: “Sapeva che non aveva nessun impatto sulla realtà. Non era realmente andata nel passato – ovviamente. E tuttavia le cose erano cambiate, come se fosse tutto vero, come se avesse viaggiato fino al sedicesimo secolo e fatto qualcosa lì che aveva alterato la storia”.

Al ragazzo Kate non dice che nei sogni sta frequentando William Shakespeare. Sembra la trama di una commedia romantica anni Novanta, e infatti nasce, come racconta Newman nelle interviste, da un gioco fatto col marito: inventarsi possibili bestseller – una ragazza viaggia nel tempo e incontra William Shakespeare, artista sfortunato. Ma la mente stravagante di Sandra Newman trasforma la premessa in un incubo: ogni volta che si risveglia nel presente, Kate lo trova cambiato. Più fa amicizia con Shakespeare, più il ventunesimo secolo si fa buio.

Come se non bastasse, gli amici pensano che sia schizofrenica: vogliono che prenda le medicine, che si ricoveri, che smette di inventarsi passati. Una volta, al risveglio Kate chiede di suo fratello, ma stavolta non è mai esistito. Gli amici la vogliono tutelare, aiutare: “Non è proprio accaduto. Ciò che succede nella tua memoria non è affidabile”. L’autrice, tecnicamente, non sceglie né la tesi del viaggio nel tempo né quella della schizofrenia, ma il suo cuore è per la prima.

Durante una presentazione torinese, Newman ha detto che secondo lei anche la trama è stile e forma. I Cieli fa un gioco sublime, degno di Borges: il suo stile “ragiona” su come descriviamo il presente, e arriva a descrivere, con pennellate sottili, tanti presenti leggermente diversi, secondo le modifiche impresse sulla Storia dai sogni di Kate-Emilia. Il libro si apre con un presente che potrebbe sembrare normale ma è invece praticamente un’utopia, dove l’Afghanistan è noto “per essere il paese delle mele”, e l’America ha una presidente ambientalista che sfila per Broadway in un “pazzesco abito da sera rosso”; e procede, risveglio dopo risveglio, verso un presente più simile al “vero”, in cui crollano le torri gemelle. Quando arriviamo alla descrizione del crollo lo viviamo come fosse il parto malato di una scrittrice di fantascienza: “Poi arrivò la veterinaria e le mise cinque punti. Il marito della veterinaria era venuto con lei e aveva portato un trolley pieno di armi d’epoca, «nel caso scoppi qualcosa».

Tutti, eccetto Martin, presero sedativi per animali domestici. Tutti, incluso Martin, sedettero con un’arma sulle ginocchia…” Poi “fecero un giro attorno al laghetto a Central Park, attenti a come respiravano, commentando su un possibile immaginario sapore di fumo…” New York era “una città aliena su un pianeta già morto da secoli dove gli umani non avevano più aria da respirare”.

Newman riesce a partire da un’utopia – un presente alternativo –, a modificarla fino a farla diventare il nostro presente e a mostrarci questo presente come spaventoso. Come non bastasse, quando si arriva alla fine della trama, ci si guarda indietro ed è crollata. Non si leggono libri del genere tutti i giorni.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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