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Cielito lindo

Questo articolo è uscito nel novembre scorso su Orwell

di Giuseppe Sansonna

Negli anni settanta, in Italia, i cantautori assurgono a maitres a penser, fari ideologici pop, immediati e riconoscibili. Armati di contenuti o meri slogan, fieramente contrapposti alla stucchevolezza sanremese. A volte implacabili, nell’appesantire giri di do con didascalie pretenziose. Dalla ridondanza un po’ funerea, come tante ballate di Francesco Guccini. Arrivato oggi all’album d’addio, dopo quasi mezzo secolo di carriera.
Con il riflusso e i suoi scoli postumi, l’eventuale carica eversiva delle loro canzoni è tramontata definitivamente. Spesso neutralizzata dall’equivoco dei replicanti. Fabrizio De Andrè, ad esempio, rimuore nel terrificante omaggio dance di Gabry Ponte. Nel decennale della morte di Giorgio Gaber, sua figlia ha congegnato un discutibile cd celebrativo. Dando in pasto brani paterni a gente del calibro di J-Ax, Emma Marrone, Negramaro e Laura Pausini. Sembra una definitiva rimozione, truccata da omaggio. Prima c’erano state le cover colte ma un po’ piatte di Neri Marcorè e Andrea Scanzi. Poi si era aggiunto il maudit da operetta di Morgan. Fino all’oltraggio definitivo di Gianluigi Paragone. L’ex direttore della Padania e di Libero ha recentemente festeggiato l’agonia dei suoi padrini politici, esibendo orecchino e chitarra elettrica. Cantando in diretta, in apertura del suo talk show politico, repertori da festa dell’Unità. In scaletta anche la gaberiana “Mi fa male il mondo”. Gaber era forse troppo intriso di dottrine da comunicare, ma almeno aveva un’ironia nera, una fisicità e una voce perturbanti, da Achab alla deriva. Dettagli che mancano del tutto ai suoi epigoni.
L’unico cantautore che resiste alle mistificazioni è Enzo Jannacci. Un curioso enigma, irriproducibile, senza eredi né antenati. Uno che nella stessa vita ha imparato a suonare il piano con la sinistra da Bud Powell e ad affondare il bisturi con la destra da Christian Barnaard. Per incidere cuori e canzoni, per salvare vite senza averne l’aria. Lucido e folle come un paradosso, vive il proprio intimo sessantotto diventando famosissimo con “Vengo anch’io, no tu no”. Conquista il primo posto nella hit parade e irrompe nel paludato bianco e nero della Rai, come un punk ante litteram. Pettinato bene, inamidato e incravattato come un impiegato. Eppure sempre irregolare, febbrile nel suo tip tap da marionetta. Gli occhialoni enormi, in montatura d’osso, ne sfumano lo sguardo, sospendendolo tra pazzia e malinconia. Nella sua voce stridente, nel suo stonare calibrato, c’è la disperata vitalità del marginale. Sfugge ai cinismi speculari e opposti del sentimentalismo e dell’eccesso ideologico. Non c’entra quasi nulla nemmeno coi suoi amici, Giorgio Gaber e Dario Fo. Li considera suoi maestri, ma forse non sa che li ha già liquidati. Il rivoluzionario da Nobel, coautore di “Vengo anch’io” , gli propose di inserire nel testo espliciti riferimenti politici. Versi in cui il protagonista della canzone vorrebbe farsi arruolare nel Congo di Mobutu per “sparare contro i negri col mitragliatore, ogni testa danno un soldo per la civiltà” o a fare il minatore in Belgio, per morire come a Marcinelle. Per fortuna intervenne la censura, a impedire la presunta nobilitazione del testo. Sottraendolo all’equivoco storico e lasciando intatta la sua vera forza, che rende la canzone viva ancora oggi. Come scrive Gianfranco Manfredi in “Quelli che cantano dentro i dischi”, edito da Coniglio Editore, Jannacci coglie “l’astrazione concreta del disadattato cronico”, inadeguato alla realtà condivisa. Il suo è un emarginato metastorico. Vorrebbe inserirsi, essere parte di una collettività, ma viene escluso sadicamente. Anche perché isolare qualcuno, meglio se debole e inadeguato, è il collante più solido dei consessi umani, soprattutto in Italia. Ma questa intuizione non diventa messaggio testuale: Jannacci la vive sul suo corpo, nella propria sgangherata irrequietezza. Buca il video e i juke box, conquistando un vertiginoso successo commerciale. Gli amici lo chiamano Schizzo, perché quando parla e canta le parole gli si affollano in bocca, si accavallano in un linguaggio sincopato. Espressivo, anche quando sembra svicolare dal senso compiuto. Riassunto nel capolavoro Giovanni telegrafista, traduzione di una poesia del brasiliano Cassiano Ricardo. Un sintesi perfetta della poetica di Jannacci. “Ellittico da buon telegrafista / tagliando fiori, preposizioni / per accorciare le parole, per essere più breve / nella necessità, nella necessità. / Per le sue mani passò mondo che lo rese urgente / crittografico, rapido, cifrato”.
E’ la vicenda di un solitario alienato, incapace di trovare le parole per esprimere il dolore di un amore perduto, raccontata senza nemmeno una goccia di retorica. Jannacci non si è mai lasciato inquadrare, né dal pubblico né dalle scaffalature critiche, rimanendo un corpo indefinibile, spiazzante. Se ne accorse l’entomologo Ferreri, altro freak milanese. Lo inglobò nel suo cinema fisiologico, affidandogli, ne “L’udienza” il ruolo di un ufficiale in congedo, kafkianamente perso in una cupa Roma papalina. Deciso a parlare al Pontefice per motivi che non vuole confessare, gli sputa ignorati messaggi con la cerbottana. Incapperà nella ferocia gesuitica di Tognazzi. Questurino del Vaticano, lo terrà a debita distanza dal Papa, lasciandolo morire di polmonite sul sagrato di San Pietro.
Sul palcoscenico Jannacci rimarrà sempre distante dal teatro-canzone gaberiano, dai suoi testi iperletterari, nati dal saccheggio di tanto Celine. Eppure la vera incarnazione del Bardamu sgangherato e sgusciante, capace di arruolarsi in guerra mentre sta delirando al tavolino di un bar, è proprio Jannacci. Nei suoi brani più felici è stato il medium patafisico di una mala milanese minuta, di un sottoproletariato di emigranti e clochard incontrato nelle mille albe tirate con Beppe Viola, il gemello giornalista. Insieme hanno rielaborato un argot milanese, orecchiato a San Siro, all’Ippodromo, nei bar, nei tram e nelle fabbriche di Lambrate. Vera linfa, sul palco del Derby, di un cabaret permanente. Lontanissimo dai polli da batteria anemici di Zelig, da quelle risate che sembrano registrate anche dal vivo, dai tormentoni triti, dallo sberleffo innocuo del potere di turno. Molto distante anche dall’italiano aziendale con degradazione anglofona, arrogante e ingolfato negli intercalari da yuppies. Ovvero quello riassunto con ironia da Guido Nicheli, cumenda di tante vacanze di natale vanziniane. Assurto a novello Bembo, nei lessici spaventosamente simili delle Fornero e dalle Minetti. La lingua di Jannacci, invece, è un residuo della Milano antecedente allo spot dell’Amaro Ramazzotti. Un periodo in cui Pozzetto scriveva con Jannacci la ”canzone intelligente” e, forse, non andava ancora in vacanza con Don Verzè.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
9 Commenti a “Cielito lindo”
  1. Gloria Gaetano scrive:

    E aggiungi che ha cantato sempre gli ‘umili’,umiliati e offesi, oggi chiamati perdenti. Che ha difeso idee forti.Ricordate Vincenzina davanti alla fabbrica.? E,quelli, che… una dormita e tutto passa. Così è oggi questa gente confusa, dalle passioni tristi, di pennivendoli al servizio del mercato e del capitale.Sì anche oggi, una dormita e tutto passa, tanto c’è sempre qualcuno che salva le banche e la finanza….

  2. Eva scrive:

    Ecco, tutto qui

  3. bell’articolo, al solito. oggi, Pasqua, se ne va un altro “tipo strano”: all’opposto, eppure simile nella capacità di raccontare certe zone nascoste e solitarie. sarei curioso di leggere un pezzo di Raimo sul Califfo.

  4. Gloria Gaetano scrive:

    Il Manifesto lo giudica geniale e lo paragona a Charlot. Moni Ovadia ne parla con entusiasmo,mettendo in rilievo la predilezione di Enzo per i poveri cristi, i reietti..Vincenzina davanti alla fabbrica ha fatto da colonna sonora a un film di Monicelli..Di fronte a una personalità del genere,che esercitava anche bene la professione medica, che c’entra il maschilista ‘Califfo’? Anche a me piacerebbe un articolo di Christian Raimo, ma non su questo cantante….

  5. C’entra nella misura in cui la povera gente può essere anche gente che piace poco, ma è sempre povera gente. A Roma ad esempio ne hanno parlato tanto Pasolini e Siti, in altre città, altri. È quasi sempre la povera gente che scrive sui muri “viva la figa”, anche se è meno nobile parlarne al manifesto.

  6. Alberto scrive:

    Non c’é peggior ignorante di colui che crede di essere colto..

  7. Enrica Morandi scrive:

    D’accordissimo con Alberto. Estensore, riascoltati Guccini, non credo tu lo abbia compreso.

  8. mauro scrive:

    ..raimo..chi è costui..ah certo, fra questa accozzaglia di argomenti messi assieme senza un evidente filo che possa legarli, si qualifica da solo: “il classico disadattato cronico”..”..che cosa posso dirvi?..andate e fate. Tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un bertoncelli o un raimo a sparare ca@@ate..

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