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Cime tempestose tradotto da Monica Pareschi: la nuova vita di un classico

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Da poco più di un mese è possibile rileggere Cime tempestose di Emily Brontë nella nuova traduzione che Einaudi ha affidato a Monica Pareschi (che peraltro scrive, oltre a tradurre), sulla scia, forse, dell’idea sottesa alla loro stessa collana “Scrittori tradotti da scrittori”, chiusa nel 2000, in cui a cimentarsi erano Pavese, Natalia Ginzburg, Eco, Palazzeschi e tanti altri notissimi.

Ce lo ripetiamo di continuo: quello che rende un classico tale è il fatto di essere immortale, di parlare a lettori di epoche diverse, e a uno stesso lettore nel corso della vita, permettendogli di cogliere ogni volta punti di vista, se non quasi fatti veri e propri, nuovi. È come se il libro fosse in grado di adattarsi, o contenesse, inespressi, germi di futuro.

In questo senso la traduzione, poi, dà la possibilità di mettere in luce certi aspetti su altri, perché, come racconta la traduttrice Monica Pareschi con cui abbiamo avuto modo di chiacchierare in merito alla sua ultima fatica, “tradurre non è altro che interpretare e in qualche modo scrivere ex novo”, tanto che in inglese alle volte non si fa poi troppa distinzione e si indica genericamente chi scrive professionalmente come writer. E se è vero che i classici sono immortali, è altrettanto vero che le traduzioni invecchiano (abbastanza di recente Feltrinelli ha fatto ritradurre Il dottor Zivago, Neri Pozza sta uscendo con una nuova traduzione di Via col vento, ecc.) proprio perché riportano un immaginario legato al periodo storico in cui sono state fatte.

Rileggendo Wuthering Heights (che in Italia è uscito con diversi titoli: La tempestosa, La voce nella tempesta e il più noto Cime tempestose) nella nuova traduzione di Monica Pareschi è impossibile non notare le differenze con, ad esempio, la celeberrima di Enrico Piceni del 1926 (Piceni fu editor di Mondadori, oltre che traduttore e critico d’arte, a lui si deve l’invenzione della parola “giallo” per indicare i romanzi polizieschi col mistero, che tirò fuori dal cappello proprio per la casa editrice in cui lavorava quando questa cominciò a vendere quel genere di romanzi in edicola: i gialli Mondadori).

L’impressione che si ha è proprio quella di trovare, nel testo di Pareschi, una vicinanza maggiore alla sensibilità di oggi: meno fronzoli e contrasti più diretti.

La traduttrice ha infatti notato, dice, e forse inconsciamente sottolineato, elementi intrinseci di instabilità e di disarmonia (lei parla di vera e propria violenza) in quello che è stato considerato per decenni un romanzo d’amore da far leggere alle giovani in una sorta di educazione sentimentale – l’amore impossibile è nell’immaginario collettivo quello di Romeo e Giulietta ma anche quello di Catherine e Heathcliff – che oggi però è fuori tempo.

Va ricordato peraltro che quando uscì, postumo, nel 1847 – l’autrice celata dietro lo pseudonimo maschile di Ellis Bell (molte scrittrici vittoriane pubblicavano mascherate da scrittori) – non ebbe una grande accoglienza proprio perché venne ritenuto scandaloso, violento, confuso, persino improbabile, e fu rivalutato solo un decennio dopo.

Pareschi sulla duplice natura di Cime tempestose, della quale però si ha sempre avuta la tendenza a far prevalere gli aspetti romantici rispetto a quelli più cupi, ha le idee abbastanza chiare: “La tradizione cinematografica ha edulcorato il testo originario suggerendo un immaginario quasi esclusivamente romantico-sentimentale, ma questa è una lettura popolare. Il film del 1939 di Wyler, il più famoso, che anche chi non ha letto il libro ha visto, mette in luce la parte quasi accettabile del romanzo, che in realtà contiene moltissimi non detti”.

La traduttrice si riferisce in particolare al fatto che, a ben vedere, non sappiamo di che colore abbia la pelle Heathcliff: la Brontë lo definisce gipsy, e il padre di Catherine, nella storia, lo va a prendere al porto di Liverpool che all’epoca era il porto principale per la tratta degli schiavi provenienti dall’Africa e diretti nelle Americhe; al fatto che da lettori non abbiamo idea se l’amore tra Catherine e Heathcliff sia stato consumato carnalmente cosicché Cathy, la figlia di lei e di Linton, potrebbe essere addirittura figlia di Heathcliff, gettando una luce ancora più fosca su quel che accade nella seconda metà del romanzo.

Infine c’è la violenza vera e propria, non solo nelle vicende (Heathcliff picchia la moglie Isabella, provocandole in un’occasione persino una ferita sul collo; costringe con urla e minacce il figlio malato a fingere di star bene benché sia praticamente in punto di morte, a corteggiare la cugina e a sposarla permettendo così al padre di ereditare tutto), ma anche nel linguaggio tout court. Pareschi fa l’esempio del servo Joseph, che nell’originale parla un dialetto dello Yorkshire molto connotato con tratti aspri e grotteschi: “Ho dovuto ricreare una lingua, perché chiaramente non potevo ricorrere a un dialetto italiano – dice – e ne è venuto fuori un modo di esprimersi stravolto e violento. Quando se la prende con Cathy o Isabella ho deciso persino che desse del tu, lui che è un servo, a donne di rango superiore, per riuscire a restituire il livello esacerbato di aggressività”.

E nell’insieme del romanzo, anche in riferimento alla storia d’amore tra i protagonisti, Pareschi chiosa: “Si tratta sì di un libro sulla passione amorosa, ma che non augureresti al tuo peggior nemico! L’amore è visto come una cosa infernale, sebbene di fatto sia quel sentimento assoluto che tutti vagheggiamo. Quello raccontato da Emily Brontë è l’amore impossibile; di contro la sorella Charlotte, una scrittrice all’epoca molto ben inserita nel mondo culturale, in Jane Eyre racconta l’amore praticabile”.

Per essere un romanzo vittoriano, infatti, Cime tempestose ne sovverte quasi completamente i canoni, anticipando gli stilemi del romanzo sperimentale novecentesco, e forse per questo, ipotizza la traduttrice, non è stato compreso dai lettori e dai critici coevi. Si tratta infatti, anche strutturalmente, di un romanzo complesso: privo di un io narrante coerente (a parlare è Mr Lockwood, che poi cede il passo alla governante Nelly, che a sua volta dà voce a Catherine, a Isabella, a Cathy, oppure legge delle lettere, il tutto in una sorta di matrioska), chiede al lettore lo sforzo, tutto contemporaneo, di colmare alcune lacune della narrazione (i “non detti” cui si faceva riferimento sopra), mescola i generi – ha tratti gotici (c’è il fantasma di Catherine che aleggia) con anche elementi necrofili (Heathcliff apre la bara dell’amata) e tratti tipici del romanzo realistico –, insomma si presenta come un pastiche che paradossalmente può essere meglio apprezzato quasi un secolo dopo. Anche il finale poi, non è un vero e proprio happy ending come quello dei romanzi coevi, perché non c’è quell’evoluzione dei personaggi che lo permette: il mondo che appare agli occhi del lettore è pietrificato e immutabile, e non c’è spazio per la redenzione.

“Se infatti – dice Monica Pareschi – in Jane Eyre i personaggi maturano e così le relazioni tra di loro, in una sorta di educazione che porta al lieto fine, in Wuthering Heights tutto resta così com’è. L’affetto morboso tra Heathcliff e Catherine non evolve, non si spezza, resiste capriccioso e caparbio; i personaggi si spostano in un orizzonte concluso tra una tenuta e l’altra dirimpetto, incapaci di andare oltre e persino i nomi dei membri della prima e della seconda generazione sono gli stessi, a dimostrare che ossessivamente nulla cambia”.

E forse proprio rendendosi conto di non soddisfare l’aspettativa dei lettori del suo tempo, l’autrice ha scelto di raccontare ben due storie d’amore, cercando nella seconda, che vede protagonisti i figli, il tanto agognato lieto fine. Peccato però che il lettore paia quasi non crederci e tenere a mente solo la storia straziante di Catherine e Heathcliff, di cui quella di Cathy e Linton (e Hareton) non è che una pallida appendice che nemmeno nelle riduzioni cinematografiche viene sempre contemplata.

Valentina Berengo. Veneziana, è ingegnere e dottore di ricerca in Ingegneria geotecnica. Redattrice alla Padova University Press, scrive di narrativa per diverse testate tra cui minima&moralia, Il Foglio, Il Bo Live, è cofondatrice del progetto editoriale “Personal Book Shopper – dimmi chi sei e ti dirò cosa leggere” e ideatrice della rassegna letteraria “L’anima colta dell’ingegnere”. Nel 2016 pubblica il suo libro d’esordio “L’incanto dentro”.
Commenti
Un commento a “Cime tempestose tradotto da Monica Pareschi: la nuova vita di un classico”
  1. Cinzia scrive:

    “Cime tempestose” non uscì postumo.

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