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Million Dollar Baby & The Homesman. Quello che si impara dal cinema di Clint Eastwood e Tommy Lee Jones

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«Io sto bene solo quando mi alleno. Voglio un allenatore. Non voglio elemosina né favori. Se sono troppo vecchia allora non mi resta niente», dice Hilary “Maggie Fitzgerald” Swank per convincere Clint Eastwood, l’allenatore Frankie Dunn di Million Dollar Baby, a prenderla sotto la sua ala per farla diventare un pugile professionista.  E poi continua: «Se mi allenerà, diventerò una campionessa».

In una palestra scalcinata di Los Angeles, Frankie accetta per la prima volta nella sua carriera di allenare una ragazza. Maggie Fitzgerald ha 32 anni e una storia difficile: il fratello è in galera, la sorella truffa la previdenza sociale, il padre è morto, la madre è obesa e ostile. Frankie, d’altro canto, è ormai anziano e solo, rassegnato a una vita senza affetti. Il percorso che Frankie e Maggie compiranno insieme in Million Dollar Baby restituirà a entrambi la ragione di esistere.

«So cavalcare, so gestire un gruppo e so sparare. Lo sapete tutti. So cucinare e posso occuparmi di queste donne meglio di chiunque altro». Questa è la dichiarazione che Hilary “Mary Bee Cuddy” Swank rivolge alla sua comunità in The Homesman per persuaderla ad affidarle il compito di scortare tre donne malate di mente oltre la frontiera,  in Iowa, dove Altha Carter (Meryl Streep) potrà dare loro le cure psicologiche e assistenziali di cui hanno bisogno. E aggiunge: «Non ho una famiglia e dei figli come dovrebbe essere, perché vivo insolitamente sola».

Siamo nel Nebraska di metà Ottocento e Mary Bee Cuddy a trentuno anni non ha ancora trovato marito. Partirà con George Briggs (Tommy Lee Jones), un ex soldato senza dimora che accetterà di unirsi alla spedizione per avere salva la vita. Il viaggio che Mary Bee e George compiranno insieme per condurre le donne cambierà per sempre le loro vite. Tanto Mary Bee quanto George impareranno, facendo attenzione l’uno agli insegnamenti dell’altro, cosa significa essere un “homesman”.

Da una parte un dramma a sfondo sportivo, dall’altra un western. Non vi è una corrispondenza diretta tra Million Dollar Baby, il pluripremiato film di Clint Eastwood del 2004, e il poco visto eppure bellissimo The Homesman diretto da Tommy Lee Jones del 2014, ma esistono dei punti di contatto. Il primo, evidente: la presenza di Hilary Swank. Il secondo ha a che fare con il modo e il tono del narrare.

Il cinema di Clint Eastwood è un cinema classico, formalmente rigoroso e trasparente. Tutto l’apparato tecnico, la lavorazione delle immagini, è silenziato: messo al servizio della storia e dei personaggi che racconta. È un cinema molto spesso incentrato sul dramma del singolo che diventa rappresentativo di una condizione universale.

Pensiamo, limitandoci alla sua produzione degli anni Zero, all’elaborazione della perdita di un figlio in Mystic River, al dilemma dell’eutanasia in Million Dollar Baby, al mistero e all’ossessione per la scomparsa in Changeling, al superamento del razzismo in Gran Torino.

È un cinema umanista, incentrato su storie che ruotano attorno a scelte difficili, a situazioni moralmente complesse e a decisioni quasi sempre più grandi dei personaggi che racconta. È un cinema che si interroga sull’etica ed esplora i valori fondamentali: la vita, quindi l’amore, e la morte. Eastwood (si) domanda da sempre ciò che viene esplicitato nel suo ultimo film, Sully, e cioè: quanto incide il «fattore umano»?

Il cinema di Tommy Lee Jones ha le stesse caratteristiche, ripercorre i sentieri  tracciati da Eastwood. Quelli di un’America che guarda se stessa attraverso la lente di un privato “assoluto”, rimesso davanti agli occhi dello spettatore in tutta la sua cristallina esemplarità.

Ecco allora che la narrazione filmica, sia in MDB di Eastwood sia in TH di Jones, diventa spunto per una riflessione più ampia, chiama a sé i diritti civili, la libertà individuale, e la loro trasfigurazione nella società contemporanea.

Million Dollar Baby è tanto la storia di un riscatto sociale, quello di una ragazza bastonata dalla vita che cerca la sua occasione sul ring, quanto il racconto di un percorso di crescita esistenziale, di un padre (Frankie, Clint Eastwood) e di una figlia (Maggie, Hilary Swank), padre e figlia che non condividono un legame di sangue ma è come se lo avessero.

The Homesman è la storia di un viaggio travagliato di un uomo e di una donna per condurre tre donne malate di mente da chi può curarle, ma anche il racconto di un percorso di rieducazione di un uomo (George, Tommy Lee Jones) e di una donna (Mary Bee, Hilary Swank) che scoprono l’uguaglianza della loro condizione, all’interno di una società, il West, che ha forgiato se stessa sulla divaricazione di genere.

Mary Bee e George condividono lo stesso punto di vista: l’homesman del titolo (il capo famiglia, l’accompagnatore affidabile) appartiene e compete a entrambi.

Questa uguaglianza tra i sessi diventa possibile anche in virtù dell’elaborazione che Jones fa del genere western. In questo The Homesman è un film libero dai canoni e in controtendenza.

«La boxe è qualcosa di innaturale, perché si fa sempre tutto al contrario. Quando vuoi spostarti a sinistra non fai un passo a sinistra, spingi sull’alluce destro. Per spostarti a destra usi l’alluce sinistro. Invece di allontanarti dal dolore, come farebbe qualsiasi persona sana, gli vai incontro. Tutto nella boxe funziona al contrario».

La definizione che l’ex pugile Eddie “Scrap-Iron” Dupris (Morgan Freeman) dà del pugilato può essere traslata al film di Jones, in un modo semplice: The Homesman è un western innaturale, perché si fa tutto al contrario.

Intanto, la protagonista è una ragazza e non un cowboy. Non ci sono i banditi, non c’è uno sceriffo, non vi è la caccia tra uomini di legge e fuorilegge. Sono molti i motivi tipici del genere assenti nel film di Jones. Anche in presenza di sequenze che attingono a piena mani al patrimonio del genere – prendiamo per esempio lo scontro con gli indiani o il “duello” tra George e il personaggio interpretato da Tim Blake Nelson – l’elaborazione che se ne fa è insolita, rarefatta, asciugata dell’epica e molto lontana dalla dimensione eroica a cui il genere ci ha abituati.

Del western Jones conserva lo sguardo: gli orizzonti immensi, i tagli di luce, il ritmo dilatato e le proporzioni classiche tra paesaggio e figura umana.  La messa in scena è però indirizzata al cuore dei personaggi, al tratteggio della finitezza umana, al conflitto interiore e sociale dei protagonisti. La violenza stessa pare il più delle volte circoscritta al rapporto interpersonale: come se l’alterazione comportamentale fosse prima di tutto un fatto privato.

La frontiera, altro motivo imprescindibile, subisce un ribaltamento. Nel western classico ci si sposta verso Ovest. È là che si cerca fortuna, si ottengono delle opportunità, si costruisce una Nazione. La chiesa verso cui George e Mary Bee sono diretti si trova invece a Est. Dal Nebraska si procede verso l’Iowa, non si punta ai territori solitamente designati al progresso, ma si torna “indietro” (e qui riecheggiano le parole di Morgan Freeman: «Invece di allontanarti dal dolore, come farebbe qualsiasi persona sana, gli vai incontro»). Inoltre, in questo viaggio verso est, svaniscono tanto il sogno americano, quanto la consueta rincorsa a una conquista territoriale. Il confine da oltrepassare ha coordinate inedite: quelle tracciate dall’alterità. La legittimazione della follia delle tre donne è la vera frontiera da affrontare.

Dunque, si torna indietro (nello spazio e nel tempo) per guardare agli errori commessi, per ridefinire i ruoli all’interno della società, e per (ri)collocare “la disfunzione” all’interno del sistema sociale che l’ha generata. L’intento di Jones è chiaro: tornare indietro e l’unico modo per andare avanti. In altre parole, potrà essere Patria quando, risalendo la corrente, accetteremo l’anormalità che noi stessi abbiamo prodotto. Homesman, neologismo inglese di cui non esiste un equivalente italiano, può essere reso come “reimpatriatore”.

Per concludere, sia Million Dollar Baby sia The Homesman si servono di un testo di superficie per costruire un racconto profondo, nel passaggio tra i due livelli narrativi, si evidenzia il dilemma etico.

In Million Dollar Baby, Eastwood imbocca il racconto sportivo, si serve di un Rocky al femminile per raccontare un rapporto padre figlia, rapporto che raggiungerà il climax con il trauma dell’indicente di Maggie. In The Homesman, Jones si avvale del western, declinato anche qui al femminile, per raccontare la coincidenza dei generi. Coincidenza che non può trovare ragion d’essere se non attraverso un cambiamento di mentalità, ossia attraverso la sovrapposizione dell’al di qua (la normalità) e l’al di là (la follia).

Protagonista di entrambi i film, Hilary Swank, nata in Nebraska, come Mary Bee e come il transessuale Brandon Teena di Boys Don’t Cry, ruolo che le è valso il Premio Oscar nel 2000. Swank ha origini umili, ha trascorso l’infanzia in una roulotte in mezzo a un parcheggio nella provincia americana del nord ovest. I suoi ruoli migliori si assomigliano tutti: sono personalità accese da un’urgenza destinata a deflagrare nella trasformazione del corpo, nella risposta fisica. Il corpo della Swank lotta per quei valori di dignità e rispetto che la vita proditoria e ingiusta ha negato, questo accade nei film più significativi della sua carriera: The Homesman, Million Dollar Baby (per cui ha vinto il secondo Oscar) e Boys Don’t Cry. Attraverso questi personaggi, l’attrice ha creato uno modello femminile inedito.

Il corpo di Mary Bee, ragazza-mandriano, è un corpo connaturato a parare i colpi bassi dalla vita, resistente, puro e combattivo, allacciato ancora una volta alle delicate fibre di un’anima in lotta per un’autoaffermazione che non può passare inascoltata. Mary Bee è l’evoluzione definitiva di un archetipo. In virtù di questo, il corpo di Swank si posiziona ben oltre il femminismo, è un corpo (pre)disposto a oltrepassare un confine in nome di un’urgenza morale e questo fa di lei l’attrice perfetta per Eastwood e per Jones, registi, in MDB e TH anche attori, impegnati nella stessa direzione.

Eastwood e Jones raccontano l’America – limiti ed estensioni, storia ed errori. Sono pronti a mettere in discussione il proprio paese, ad aggiornare il proprio cinema per raccontarne le pieghe e le fratture culturali. Arrugginiti e cinici, burberi, eppure quanto mai sensibili all’insegnamento che può ancora riservare la vita: proprio come il George di The Homesman e il Frankie di Million Dollar Baby.

Ecco allora che gli Space Cowboys  Eastwood e Jones – citare il film che li ha visti recitare fianco a fianco è d’obbligo – sembrano ormai poter guardare gli Stati Uniti da una posizione privilegiata, quella di chi ha molto vissuto e può fermarsi, riflettere, e forse insegnare qualcosa di significativo agli altri. Sappiamo che l’America Non è un paese per vecchi, neanche più la terra in cui si avverano i sogni, ma ai nostri occhi, grazie a Clint Eastwood e a Tommy Lee Jones, non cesserà mai di mostrarsi Paese di grandi padri.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
Commenti
4 Commenti a “Million Dollar Baby & The Homesman. Quello che si impara dal cinema di Clint Eastwood e Tommy Lee Jones”
  1. Valeria Paganini Milelli scrive:

    Complimenti ad Antonia Conti per questo interessante parallelo critico che rivela la sua grande capacità di analisi e di scrittura. Capacità che meritano di raggiungere un pubblico di lettori sempre più ampio.

  2. Marcello carbone scrive:

    Interessante articolo che approfondisce alcuni aspetti della regia che ovviamente al comune spettatore non riescono facili catturare.

  3. Osservatore Romano scrive:

    Insomma, quello che si impara dal cinema di Eastwood e Lee Jones è che Hillary Swank fa sempre la stessa parte. Uao.

    E, con tutto il dovuto rispetto, “grandi padri” de che?
    Non sarebbe più corretto “saggi”?

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