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Il cinema è mito: un estratto

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Pubblichiamo un estratto dal libro di Marcello Garofalo Il cinema è mito, in uscita per minimum fax, che ringraziamo.

di Marcello Garofalo

Il 14 giugno 1982 iniziano a Roma le riprese di quello che sarà, in un cammino ancora irto di ostacoli, il film col quale Leone intende affermare al massimo il senso della sua esperienza artistica e professionale. L’organizzatore generale del film è Mario Cotone.

La sua testimonianza offre un quadro molto preciso non solo dei metodi di lavorazione del regista, ma anche una serie di informazioni e di curiosità sull’intera lavorazione del film e sulla personalità di Leone: «Il venerdì prima di iniziare il film, nell’ufficio di Cinecittà, Sergio era seduto con un tabellone enorme con tutte fotografie, grandi come cartoline, di cinesi alle sue spalle.

La prima scena che abbiamo girato è stata infatti quella del teatro cinese. I cinesi delle fotografie dovevano rappresentare la folla tra il teatro delle ombre e la fumeria d’oppio. Lui mi chiama, io mi siedo davanti a lui e lui mi fa: “Aoh, cominciamolo bene ’sto film! ’A Mario guarda io non le faccio le passeggiate: io quando faccio un film, faccio un film co ’a effe maiuscola: qui se devono rompe er culo tutti!” Io gli dico: “Guarda Sergio che io ho dato e non è che mi stia risparmiando…”; “Sì, sì, ’a Mario, però qui er film non se fa solo co’ ambienti, co’ attori, co’ ’a troupe: i film si fanno co’ ’e facce, co’ ’e facce, ce vonno ’e facce!” Poi si volta e mi indica il pannello con le fotografie: “Questi chi sò?”; io: “Come chi sò? Sono i cinesi che hanno scelto i tuoi aiuto registi” – tra l’altro questo non era nemmeno un ruolo nel quale io dovevo essere molto coinvolto: io do all’aiuto regista l’autorizzazione a fare dei provini, al capogruppo a fare le ricerche, ma non entro nel merito per dire se quelle scelte sono le facce giuste o meno…

– Quindi ribadisco: “Guarda che quelle sono le facce che hanno scelto i tuoi registi in venti giorni di ricerca, a Roma, dintorni, Milano, Torino, Firenze e Bologna!” E lui: “’A Mario, allora forse non hai capito: io co’ questi non giro: questi sò camerieri, nun sò cinesi, questi sò filippini, nun sò cinesi!” Ora, non per difendere l’operato dei suoi collaboratori, ma tra quelle facce ce n’erano moltissime di belle e utilizzabili. “E allora?”; “E allora fai te: se voi girà trovatemi i cinesi di Chinatown a Parigi, a Londra, falli venì dall’America, se no cambia programma perché io co’ sti cinesi…”; “Ho capito”.

Mi sono alzato, sono andato a Parigi e il sabato notte sono rientrato in treno a Roma con settanta cinesi presi a Chinatown, vecchi, vecchietti, giovani: siamo arrivati domenica mattina; li ho alloggiati tutti nelle pensioni intorno alla stazione: lunedì mattina i cinesi erano a Cinecittà. Lui li ha guardati: “Hai visto quali sò i cinesi?” Non mi ha detto né grazie né bravo: io non l’ho mai sentito dire bravo. Il complimento più grosso che mi ha fatto è stato dopo il film: mi ha chiamato e mi ha detto: “Senti un po’, ma mo’ che fai?”; io gli ho detto che mi avevano proposto di entrare in produzione per un film da realizzare in Cina e lui: “’A Ma’, tu fai bene er lavoro tuo, lascia stà ’a produzione: sò due cose diverse”.

«Quello che tu facevi bene era normale! Era quando tu non facevi quello che voleva lui che diventavi subito un imbecille! Io lo sottolineo con tutti: Sergio era un uomo difficile, ma se acquistavi la sua fiducia, era poi straordinario; oddio lui si divertiva anche a farti soffrire, ma le sue frecciate di cattiveria facevano parte della sua indole.»

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