pinkf

Cinque cose da scoprire su ‘The Dark Side of the Moon’

pinkf

Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Il primo marzo del 1973 esce sul mercato americano, ad opera della Capitol Records, quello che si rivelerà uno dei dischi più venduti, celebrati e discussi della storia del rock. Su The Dark Side of the Moon si è detto e scritto di tutto: l’album più famoso dei Pink Floyd, quello più furbo, quello più maturo. Un lavoro non altezza delle sperimentazioni all’epoca di Syd Barrett, un’opera magniloquente che segna una vetta irraggiungibile nel percorso della band.

Un disco di canzoni, alcune molto belle, altre forse meno ispirate, ma con un suono che è stato capace di elevarsi a marchio di fabbrica. Il disco migliore dei Pink Floyd. Di sicuro non quello migliore. Oggi vogliamo fuggire lo spettro di questa Babele della critica musicale, per raccontarvi cinque fatti, alcuni noti altri meno, alcuni pertinenti altri meno, che inquadrano il mondo che ruota attorno a questa pietra miliare della musica leggera.

1) Ticket To Ride

Un esperimento da provare in cuffia. Alla fine del brano Eclipse, che chiude l’intero album, provate ad ascoltare con attenzione il canale audio di destra, possibilmente abbassando al massimo l’equalizzazione dei bassi sul vostro stereo. Il pezzo in questione termina su una pulsazione reiterata, un battito cardiaco, con la voce dell’usciere degli studi di Abbey Road a scandire le parole: “There is no dark side in the moon, really. Matter of fact it’s all dark. The only thing that makes it look alight is the sun”.  A un certo punto si comincia a percepire una sinfonia orchestrale sulle note di Ticket to ride dei Beatles.

La melodia proviene da una versione riarrangiata del brano dei baronetti e sono state fatte svariate congetture per spiegarne la presenza; la stavano forse suonando in quel momento agli Abbey Road Studios ed è rientrata in qualche canale di registrazione? Si tratta di una “sporcatura” dovuta all’utilizzo di un nastro usato? Tutto quello che sappiamo è che difficilmente potrebbe essere un semplice errore: i Pink Floyd erano dei perfezionisti e ancora di più Alan Parsons, tecnico del suono di Dark Side of the Moon.

2) Basi aliene

Se non siete assidui frequentatori delle teorie sugli alieni largamente diffuse in rete, forse ve ne sarà sfuggita una, molto in voga tra gli ufologi, che ha a che fare con la Dark Side of the Moon. Mentre I Pink Floyd potevano solo immaginarsi cosa albergasse nella metà oscura della luna, dando forma alle proprie suggestioni sotto forma di suono, Milton William Cooper, ex ufficiale dei servizi segreti dell’US AIR FORCE, ha dichiarato sotto giuramento nel 1989 che il governo degli Stati Uniti è a conoscenza di “avamposti alieni” sulla superficie oscura del nostro satellite.

“Ci sono basi aliene”, ha dichiarato Milton Cooper, “avvistate dagli astronauti delle missioni Apollo. Ci sono anche delle fotografie che testimoniano questo fatto e raffigurano grandi astronavi e macchinari extraterrestri utilizzati forse per l’estrazione mineraria”. Purtroppo non c’è più modo di interrogare sul tema l’ex ufficiale, rimasto ucciso, pare, in un raid delle forze di Polizia nella sua casa in Arizona, in seguito a una denuncia per evasione fiscale.

3) Tempo

Gli Abbey Road Studios hanno rappresentato per l’evoluzione del rock una sorta di magico laboratorio sperimentale, dove, tra gli anni ’60 e i ’70, Beatles e Pink Floyd si cimentavano in produzioni oramai slegate dal concetto di riproducibilità live del suono. Lo studio di registrazione assumeva quasi il valore di uno strumento musicale a se stante: molto di ciò che veniva registrato al suo interno era irriproducibile altrove e questa possibilità stimolava la fantasia dei musicisti.

The Dark Side of the Moon, con le sue tecniche di registrazione all’avanguardia per l’epoca, non faceva eccezione, anche se spesso molte delle invenzioni di produzione non sottostavano a rigide regole di fonia ma si basavano sull’estro del momento. In questo senso il celeberrimo incipit del brano Time, caratterizzato dalle sovraincisioni del ticchettio di orologi e dal trillo di sveglie, raccontato con le parole di Alan Parsons, sembra più frutto dell’inventiva di un vecchio alchimista che non di un fonico: “Ho effettuato quelle registrazioni stereofoniche in un vecchio negozio di orologi che si trovava proprio accanto allo studio. Ce n’erano tantissimi. Ho chiesto gentilmente al proprietario di fermarli tutti e li ho registrati uno a uno, per poi sincronizzarli pazientemente sul multitraccia.”

4) Mondi paralleli

Se le ipotesi che la fisica teorica va formulando da qualche decennio a questa parte hanno un fondo di verità, allora potrebbe esistere un mondo parallelo, uno degli infiniti percorsi limitrofi a quello che stiamo vivendo, nel quale The Dark Side of the Moon non è un marchio riconducibile ai Pink Floyd. E forse il mondo di cui stiamo fantasticando ha per un attimo incontrato il nostro: spieghiamoci meglio. Fino al 1972 il titolo del disco dei Pink Floyd non aveva nulla a che fare con il lato oscuro della luna; infatti la band di Roger Waters aveva scelto di utilizzare Eclypse come nome del lavoro. Questa decisione era dovuta al fatto che un’altra band li aveva preceduti: i Machine Head, che nel 1972 diedero alle stampe il loro Dark Side of the Moon.

Purtroppo per loro, quello in cui viviamo si è rivelato il mondo parallelo sbagliato e, visto il veloce fallimento dell’album in questione, i Floyd poterono tranquillamente appropriarsi del titolo, che resero celeberrimo in tutto il mondo. Ma ora chiudete gli occhi e ascoltate questo brano, immaginando,per un attimo, che abbia scalato le classifiche di tutto il mondo e che non esistano i Pink Floyd…

5) Gospel + chitarra

Questa storia probabilmente la conoscete già tutti. The Great Gig in the Sky è un brano scritto da Richard Wright, nel quale dominano i vocalizzi di una strepitosa voce femminile, che tessono un trama sonora divenuta ormai un archetipo rock. La cantante in questione venne convocata da Alan Parsons agli Abbey Road Studios il 21 Gennaio 1973; si chiamava Claire Torry, una turnista vocale molto dotata, all’epoca quasi ventiseienne.

Claire riferì che la band, a lei sconosciuta, sembrava terribilmente annoiata dalla lavorazione del disco e che gli fu data la vaga istruzione di improvvisare vocalmente su di un brano strumentale. In quel momento scattarono in lei due intuizioni geniali che resero la performance leggendaria: “Mi venne detto di non cantare parole: allora pensai di replicare con la voce una chitarra e a un certo punto mi sentii una Gospel Mama”. La Torry fu liquidata con 30 sterline per 3 ore di lavoro. Nel 2005 gli vennero riconosciuti i diritti autoriali sul pezzo, fino a quel momento firmato, sicuramente a torto, a solo nome Richard Wright.

Nato a Roma nel 1977. Ha scritto per il supplemento di Repubblica Musica! Rock & Altro, è autore di brani musicali e suona nei Carpacho! e nei MiceCars. Si occupa di cultura sul sito de l’Unità.
Commenti
3 Commenti a “Cinque cose da scoprire su ‘The Dark Side of the Moon’”
  1. Andrea scrive:

    Articolo simpatico. Una precisazione: è impossibile che, nel 1973, i Beatles stessero provando negli Abbey road studios: il loro ultimo album “Let it be” è del 1970: dopo la sua pubblicazione il gruppo si sciolse.

  2. Marco scrive:

    Non sono i Machine Head ma i Medicine Head ad aver pubblicato Dark Side of the Moon nel ’72 😉

  3. Maurizio scrive:

    Il brano “dark side of the moon” dei Medicine Head ha una forte somiglianza con “the thin ice” di Roger Waters pubblicata su “the wall”. Viene il sospetto che Roger abbia tratto ispirazione dal “dark side” meno fortunato che avrà sicuramente ascoltato almeno per curiosità…

Aggiungi un commento