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Terrore e perdita. “Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene” di Pascal Manoukian

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di Simone Tribuzio

(immagine: disegno di copertina di Guido Scarabottolo)

“Come definireste complessivamente la vostra vita? Felice, molto felice, infelice o molto infelice?”

Da questa domanda parte Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene (in Italia edito da 66thand2nd nella traduzione di Francesca Bononi): secondo romanzo di Pascal Manoukian, scrittore (autore del premiato Derive) e reporter; per venti anni corrispondente nei territori devastati dalla guerra (Libano, Iraq e Guatemala per citarne alcuni).

Un interrogativo, quello di cui sopra, che Charlotte vede proiettato su uno schermo durante una conferenza. E quindi? Be’, tutto sommato lei è una che può ritenersi felice: ha un lavoro che le piace, vive in una grande città, Parigi, è sposata con l’uomo della sua vita: Karim. E proprio da lui aspetta un bambino.

Qualche passo indietro però le fa tornare alla mente le cruente (quanto vivide) immagini di guerra che pochi servizi televisivi trasmettono dal Medio Oriente, un’area che viene puntualmente ignorata da buona parte dell’opinione pubblica; la stessa che si stringe addolorata attorno ai corpi delle vittime colpite dagli attentati in terra d’occidente; e che infine si accoda agli hashtag di cordoglio per riempire un vuoto pneumatico.

“Tonight, I’m gonna have myself a real good time
I feel alive and the world I’ll turn it inside out, yeah
And floating around in ecstasy
So don’t stop me now don’t stop me
‘Cause I’m having a good time, having a good time”

Karim è un montatore video, figlio di una coppia di algerini musulmani.

Ha seguito la fede fino all’età di diciassette anni, ora a stento si riconosce come musulmano ma per nulla praticante. Attualmente è in cerca di un imam che possa dare la benedizione al futuro nascituro, ma viene subito messo alle strette dalla guida spirituale perché vuole indirizzarlo a una religione, che possibilmente non ostacoli la vita a Karim e ai piaceri di cui ogni uomo occidentale gode oggi e a pieno titolo; come il bere e qualsiasi altra tentazione si annidi in ogni angolo.
“Perché in Francia il vizio è dappertutto”, come sostiene fermamente l’imam.

Charlotte è invece figlia di armeni cristiani.

Rimirandosi allo specchio, lo sguardo cade sul pancione in dolce attesa di un bel bambino: di un prossimo cittadino parigino che farà parte della società di domani.

E stando davanti allo specchio si prova la gonna che ha acquistato da poco, pronta per essere sfoggiata – e con aria bonaria per fare un po’ la fanatica – in quella che sarà una serata all’insegna del divertimento con le sue migliori amiche: Mathilde e Aurélie.

Un momento di svago che avrà luogo al locale dello Zébu blanc.

Karim e Charlotte si sono dati il primo bacio sotto le note di Don’t stop me now dei Queen: per loro un manifesto assoluto di libertà.

Il giovane Aurélien ha il muro della cameretta incrostrato di sogni infranti: i poster dei suoi miti calcistici sono da tempo scoloriti, così come quello della sua meta da sogno: le coste dell’Australia da surf.

Vive in casa con sua madre, per la quale riserva ogni giorno solo pochi scambi di battute e risposte monosillabe a domande come “oggi che fai, figlio mio?”, oppure “tornerai per ora di pranzo?”, e infine “a che ora torni?”

Non avrà tempo di chiederglielo più perché sta preparando un attentato e con l’aiuto di alcuni suoi complici. Sempre e solo in nome di Allah e contro chi odia l’Islam!

Aurélien e compagni agiranno per colpire il locale – con tutti i suoi avventori – dello Zébu blanc: ragazzi e ragazzi che volevano trascorrere una notte come un’altra tra un drink e una risata, tra una pacca sulla spalla e una confidenza in intimità.

Tra quelle ragazze c’era Charlotte in compagnia delle sue amiche.

A perdere la vita è anche il bambino che Karim e Charlotte aspettavano e che avrebbero amato e cresciuto da bravi genitori. E si scopre intanto che Aurélien è stato compagno di classe di Karim.

Da qui il romanzo precipita in un vortice di un dolore cieco che tramortisce Karim (e chi legge): un marito inconsolabile che vivrà in primo luogo un dramma personale in un contesto ancora più grande di lui; nella stessa Francia dove aleggiano i fantasmi del Bataclan e della strage avvenuta nella redazione di Charlie Hebdo. E che trova una feroce e triste attualità con gli ultimi aggiornamenti della strage al mercatino natalizio di Strasburgo.

Karim farà visita dai suoceri, ma la scena in cui non perde la sua ferma compostezza sarà davanti alla madre del carnefice, lei non sarà rimproverata di nulla; è sconvolta tanto quanto lui.

Come può un ragazzo come Aurélien (o Cherif Chekatt) affidarsi alle spire del male e compiere un atto simile?

Una domanda a cui Karim cercherà (invano, va detto) di trovare più di una risposta entrando in contatto con una cellula terroristica, e tra le tante che stanno bombardando Aleppo e dintorni.

Karim attraverserà Belgio e Turchia per raggiungere la Siria, dove lo attende un combattente dello Stato Islamico conosciuto in una chat segreta: in un covo virtuale che coltiva il culto di una religione dell’Islam piegata a una visione distorta del mondo e della fede stessa. Le sure del Corano diventano per loro dei codici etici ad personam, giustificando così le loro nefandezze e una visione arretrata che hanno del mondo.

In terra siriana Karim vedrà ragazzini mendicare, altri ancora imbracciare kalashnikov; lo stesso strumento di morte che ha fatto fuoco su sua moglie (e sul bimbo che portava in grembo).

Non mancano qui donne combattenti, uomini con cui stringere affari sinistri, arrivando al mandante della strage kamikaze consumata allo Zébu blanc.

Il linguaggio del romanzo, più didascalico che altro, è l’ultimo amplificatore, dopo quello del reportage di guerra, di un giornalista che vuole rendere concreta e realistica l’attività dello Stato Islamico, a chi magari – a suo malgrado – si informa solitamente con i telegiornali generalisti; quindi privi di quello senza uno strumento utile – magari super partes – per comprenderne le realtà geopolitiche con tutte le sue vicende. Sensibilizzando – si spera – chi non considera un conflitto come tale anche quello fuori dal confine europeo, quasi come se non lo guardasse affatto.

L’autore armeno si sofferma su un’altra questione: quanto l’assenza di desiderio spinge le persone a compiere stragi innenarabili come quella del romanzo, e come tante altre nella realtà raccontata dai giornali?

E in primo luogo ci ricorda che la connessione attraverso il desiderio muove le persone a volersi bene, a stringersi legami e anche tra culture diverse, ma soprattutto a raggiungere la propria ambizione massima: perché i desideri sono stretti nella mano destra ci appartengono, e sempre.

Nello stesso anno di pubblicazione dell’acclamato Exit West, altro grande testo che riflette qui il fenomeno dell’immigrazione con registro narrativo potente (e imparentato con il realismo magico), arriva un romanzo in cui il lettore potrà calarsi in prima persona nelle pagine intrise di crudo realismo, sangue e nel dramma interiore (e personale) di Karim; ma che sappiamo bene riguardare tutti noi.

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