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Cities at war. Intervista a Saskia Sassen

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Questa intervista è uscita sull’Espresso, che ringraziamo.

Per Saskia Sassen, docente di Sociologia alla Columbia University di New York, tra le più autorevoli intellettuali del nostro tempo, il virus è un segnale d’allerta che ci costringe a confrontarci con la vulnerabilità delle città globali, con i limiti della nostra conoscenza e con le conseguenze di quell’economia predatoria ed estrattiva che crea veri e propri «buchi nel tessuto della biosfera». Ma è proprio a partire da bisogni e vulnerabilità comuni, e proprio a partire dalle città – i luoghi più colpiti dalla pandemia ma anche quelli che ospitano un «terzo spazio» tra ciò che è urbano e ciò che fa parte della biosfera – che possiamo ripensare il rapporto con il mondo.

Perché le città, scrive Saskia Sassen nel suo ultimo libro curato insieme a Mary Kaldor – Cities at War. Global insecurity and Urban Resistance (Columbia University Press) – sono sia «luoghi di violenza, distruzione e divisione sia luoghi di resistenza e nuove opportunità politiche».

In Cities at War scrivete che le città «possono promuovere allo stesso tempo comunità inclusive, cosmopolite e multiculturali quanto vecchi e nuovi razzismi» e divisioni. La pandemia sembra aver alimentato sia il mutualismo sia le paure “identitarie” del contagio. Sul lungo termine produrrà maggiore frammentazione e chiusure o quell’«urbanismo tattico» che, spiegate nel libro, rende le città aperte?

Preferisco non azzardare letture definitive. Potrebbe andare in entrambi i modi. La mia speranza è che le nuove generazioni reagiscano in modo diverso da quelle che le hanno precedute. Che siano più aperte, curiose, più inclini a esplorare nuove opzioni, e che allo stesso tempo risulti loro più facile abbandonare anche le soluzioni e i paradigmi adottati in passato. Ho la forte impressione che si tratti di un’opzione molto più praticabile oggi di quanto non fosse anche nel recente passato. E che le condizioni negative generate dalla pandemia stiano creando spazi per nuove ricerche e nuovi interrogativi, prima negletti o derubricati come secondari. Le nuove generazioni cresceranno per esempio con la consapevolezza che non dobbiamo abusare di madre natura e che dobbiamo mettere fine all’estrattivismo esasperato.

Ritiene che la diffusione del virus nelle città sia legata a quella che lei definisce come «l’embricazione», l’innesto delle città nell’economia globale? Il virus mostra la vulnerabilità delle infrastrutture e dei network transnazionali ospitati dalle città?

Il virus come vettore che rende visibile la vulnerabilità delle infrastrutture della città è un’immagine che mi piace e mi convince molto. Direi di più: abbiamo bisogno di simili segnali di allerta. Siamo arrivati a coltivare certezze eccessive sulle nostre condizioni e capacità, abbiamo pensato di poter comprendere tutto ciò che succede, di saper gestire ogni situazione. Ma il virus mostra la nostra vulnerabilità, ed è un invito a comprendere i nostri limiti, a farci i conti. Possiamo anche disporre di bombe e aerei supersonici, ma siamo ancora incapaci di fermare un virus. La lezione è evidente, in particolare per le città.

Il virus porta in superficie tendenze sotterranee, altrimenti invisibili o quasi: quei processi predatori, basati sull’estrattivismo, che secondo lei caratterizzano l’attuale fase del capitalismo globale, passato da una logica “keynesiana” e inclusiva a una di segno opposto. Il virus può essere letto come una manifestazione di quella logica dell’espulsione di cui parla nel suo omonimo libro?

Trovo molto interessante l’idea dell’ingresso in un’epoca in cui ciò che era invisibile diventa visibile. Con Espulsioni (il Mulino 2018, ndr) d’altronde provavo a dimostrare come il mondo “sotterraneo” si stia in qualche modo facendo presente, non necessariamente visibile nel senso fisico del termine, ma presente. La differenza è importante, anche se difficile da cogliere perché la nostra cultura non prevede spazio per un’opzione simile: non riusciamo a concepire una forma di potere che non possiamo vedere, sentire, annusare e che pure cresce, aumenta e si fa presente in modi a cui non siamo abituati. Grazie ai nostri dispositivi tecnici possiamo però creare una sorta di traccia visuale di questa presenza silente, anche se non familiare. Di fronte alla quale noi esseri umani cominciamo a sentirci inquieti, turbati, perché ci appare nuova, anche se non lo è per madre natura.

Nel libro Espulsioni lei mostra come, al di là delle diverse formazioni geopolitiche ed economiche, a livello globale «segmenti della biosfera vengono espulsi dallo spazio vitale, diventando terra morta e acqua morta», veri e propri «buchi nel tessuto della biosfera». Questa condizione sistemica di distruzione ed espulsione, che va dalla stratosfera alle profondità oceaniche, cosa ci dice del nostro rapporto con la biosfera?

Sono contenta che sollevi la questione, estremamente importante. In Espulsioni ho cercato di entrare nel profondo nella nostra condizione corrente, misurando la distruzione della terra e dell’acqua, l’alterazione, lo stravolgimento e l’attacco ai danni dell’atmosfera, tutto ciò che è stato distrutto o indebolito nella biosfera, valutando la scala di tale distruzione. Se ci pensiamo bene, è sbalorditiva. In altri saggi interpreto l’aria e l’acqua come attori principali della storia umana, notando con quale facilità ce ne siamo dimenticati. Nelle antiche culture, gli dei includevano l’acqua, la terra, l’aria. Nella nostra si tratta di oggetti semplicemente utili, da sfruttare. Non li consideriamo neanche come risorse importanti da proteggere e di cui potrebbe esserci scarsità.

In alcuni saggi recenti ha parlato della necessità non tanto di «tornare alla natura», obiettivo irrealistico, ma di «tornare a delegare alla natura» alcune funzioni che le abbiamo sottratto. Sostiene poi che sia possibile farlo proprio nelle città: cosa intende?

La letteratura ambientalista di matrice critica sottolinea spesso la rottura tra le città e la biosfera causata dalle nostre distruzioni ambientali, l’idea che le città prendano dalla biosfera più di quanto essa possa rigenerare. Non lo nego, ma ritengo che assemblando in modo opportuno alcune capacità della biosfera e alcune capacità umane e urbane, lavorando sugli interstizi tra i due domìni, le rotture possano diventare ponti. Credo infatti che nelle città ci sia, e che sia possibile aumentare, uno spazio per così dire “terzo”, che non è né pienamente urbano né pienamente della biosfera, e che questo spazio possa diventare una zona di lavoro ibrida per sperimentare diversi tipi di conoscenza, dalla biologia all’ingegneria, dalla scienza dei materiali all’architettura aperta. Le città hanno proprietà multiscalari, socio-ecologiche: occorre tornare a delegare alla biosfera quel che riesce a fare bene, così da andare oltre i due approcci dominanti al cambiamento climatico, quello della mitigazione e dell’adattamento, insufficienti ad affrontare il nostro rapporto distruttivo con la biosfera. Come farlo? Anche in modo semplice, con le innovazioni biotecnologiche, per esempio attraverso l’uso di un ampio spettro di batteri, alghe e funghi per l’edilizia o per l’assorbimento dell’anidride carbonica. Al fondo, c’è l’idea che la biosfera possa essere un nostro partner attivo.

Torniamo alla pandemia. Per comprendere le patologie del capitalismo globale lei ha adottato la categoria di espulsione, anziché quella più comune di disuguaglianza. Oggi la pandemia rivela e radicalizza forme preesistenti di disuguaglianza economica e sociale, ma sembra produrre nuove forme di espulsione, soprattutto tra i più vulnerabili…

La ringrazio per aver sottolineato lo sforzo compiuto nell’abbandonare l’idea della disuguaglianza come condizione fondamentale del capitalismo globale, in favore di una categoria per così dire ancora più brutale. L’espulsione può assumere forme molto diverse e rimanda anche agli effetti della pandemia. Ho scritto tanto a proposito di attori molto visibili e potenti, così come delle loro capacità di distruggere, ma quel che lei suggerisce è una condizione molto differente e interessante: un virus invisibile e silente, che ha agito e funzionato come una sorta di attore trasversale, muovendosi attraverso le regioni e le culture, e che produce nuove disuguaglianze e forse, nel lungo termine, nuove espulsioni.

La pandemia mostra la necessità della cooperazione internazionale per beni comuni come la salute globale, i vaccini, la protezione ambientale, la gestione dei conflitti. Ma gli esempi di cooperazione diplomatica hanno avuto vita breve, mentre si moltiplicano esempi di segno contrario. La pandemia rafforzerà le chiusure nazionalistiche o la cooperazione transnazionale?

Riconosco tre grandi traiettorie: la prima rimanda ai protocolli esistenti per la collaborazione tra Paesi. È una traiettoria che in alcuni casi ha fatto la differenza, anche se in ambiti limitati, senza alterare né modificare i vettori in gioco – il virus, gli esseri umani, gli umani contagiati. Una seconda traiettoria ha a che fare con i protocolli specifici messi in campo nell’attuale sistema internazionale quando una condizione molto grave – un virus, una guerra, una competizione economica – diventa visibile, cresce, moltiplicando i suoi effetti. Questa traiettoria si è dimostrata confusa, in parte a causa della comprensione molto mutevole del virus. La terza traiettoria è quella del virus stesso. Silente, invisibile, mobile, ha navigato il mondo e i nostri diversi tentativi di “confinarlo”, indebolendo o neutralizzando le tante opzioni che noi umani abbiamo sviluppato finora per combattere chi ci attacca. Più che all’alternativa tra nazionalismo e cooperazione guarderei dunque all’intreccio tra queste diverse traiettorie.

A proposito di traiettorie: è d’accordo con quanti sostengono, come l’economista Nouriel Roubini, che «la pandemia stia accelerando le tendenze già esistenti verso la balcanizzazione e la frammentazione»?

Posso capire questo tipo di letture, ma altrettanto facilmente potremmo portare argomenti opposti. Certo, c’è stata una forma di balcanizzazione, ma questa balcanizzazione è il risultato di interessi spesso di lunga durata di importanti attori economici, tra quelli che volevano le economie aperte così come tra quelli che cercavano forme di protezionismo. Anche tra chi voleva le economie aperte, l’interesse non era per l’apertura di per sé, ma per l’ottenimento di accordi più vantaggiosi o vendite più facili. La realtà è che le nostre economie moderne non sono mai divenute completamente globali e non sono mai state completamente nazionali. Si è trattato spesso di una combinazione tra le due cose, una combinazione modificata nel corso del tempo e che cambierà di nuovo a causa della pandemia.

Lei da anni contesta l’idea che gli Stati-nazione siano semplici vittime della globalizzazione. Anzi, sostiene che, se guidati da interessi diversi, potrebbero mobilitare il loro «muscolo internazionalista» non per i profitti della corporation, ma per diritti umani, ambiente, giustizia sociale. La pandemia è un’opportunità reale per riorientare diversamente il muscolo internazionalista degli Stati, oppure pensarlo è illusorio?

Credo ci sia un’opportunità reale di riorientare l’attuale modello e modalità della globalizzazione, attraverso gli Stati-nazione. Ma se analizziamo l’ampio spettro di condizioni sul campo non mi pare che ciò stia avvenendo. Forse accade solo in casi minori, come per esempio con la richiesta di maschere in molte parti del mondo. C’è stata una sorta di preoccupazione ampia e condivisa che ha attraversato barriere geografiche e differenze politiche. Una semplice mascherina ha avuto il potere di farci condividere qualcosa di comune, forgiando nuove connessioni. Ogni corpo ha bisogno di una maschera: ciò ci aiuta a vedere ognuno di noi come membro della stessa tribù, la tribù umana. Quel che mi colpisce in questo periodo non è tanto la costruzione di nuove barriere tra i Paesi, ma il fatto che abbiamo dovuto riconoscere tutto ciò che condividevamo, i nostri bisogni condivisi. Le mascherine sono l’oggetto simbolico di cui ognuno di noi – giovane, vecchio, di qualunque appartenenza politica e provenienza geografica – ha bisogno.

Giornalista e ricercatore freelance, direttore dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera22, collabora con quotidiani e riviste tra cui l’Espresso, il manifesto, Gli asini, il Venerdì di Repubblica, oltre che con Radio3 e l’Ispi. Docente di “Tecniche di reportage” alla Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso, è coordinatore scientifico di Collettiva.org e dal 2010 al 2018 ha curato il programma del Salone dell’editoria sociale.

Con Giulio Marcon ha curato “La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare” (minimum fax 2018). Per le edizioni dell’asino ha pubblicato “Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda” (2017) e due libri-intervista: “Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione” (2009) e “Per un’altra globalizzazione” (2010). Dal 2008 si dedica all’Afghanistan con viaggi, ricerche, saggi.

Commenti
Un commento a “Cities at war. Intervista a Saskia Sassen”
  1. sergio falcone scrive:

    La pandemia non cambierà nulla. Gli esseri umani continueranno con la loro assoluta cecità e con l’egoismo.

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