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Città distrutte, le biografie infedeli di Davide Orecchio

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“Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”

Leggere (per la seconda volta) Città distrutte di Davide Orecchio, appena ripubblicato da Il Saggiatore, con postfazione di Goffredo Fofi (il libro uscì per la prima volta nel 2011 per Gaffi), illumina con la certificazione del senno di poi anche la lettura dei due romanzi successivi: Stati di grazia (Il Saggiatore 2014); Mio padre la rivoluzione (minimum fax, 2017).

Quando lessi le sei biografie infedeli contenute nel libro, per la prima volta, ne fui profondamente colpito, non sapevo nulla di Davide Orecchio. Rimasi affascinato dalla prosa chiara ma non banale, dal ritmo, dalla bravura nella gestione dei tempi verbali e dei tempi, nel senso di date, nel senso di andare e venire, nel senso di raccontare una vita con delle verità storiche ma reinventandola, nel senso di mischiarla ad altre. I sei personaggi, o le sei persone se preferite, che fossero esistiti o meno, rendevano comprensibile la storia vera accaduta in un dato luogo, in un dato momento. E il luogo poteva essere l’Argentina, e il luogo poteva essere la Sicilia, e il luogo poteva essere l’Unione Sovietica, e il luogo poteva essere Roma, e il luogo poteva essere il Molise. E il tempo poteva essere quello della dittatura di Videla, e il tempo poteva essere quello del fascismo, e il tempo poteva essere quello del sindacato e del PCI. Il tempo e il luogo potevano essere lo spazio della poesia e del cinema; e ancora del compiuto e dell’irrisolto.

[…] le si forma una ruga che le attraversa verticalmente la guancia e come una punizione appare solo quando ride, occupa il tempo tra gli agrumi del padre e immergendosi in bagni caldi, a causa di una psoriasi deve tagliare i capelli, indossa camicie a maniche lunghe e biancheria intima di cotone, ha molto tempo per leggere e s’appassiona all’opera di Mario Benedetti[…].

Non scrissi nulla del libro allora, ma pensai con la speranza del senno di prima chissà cosa e come avrebbe scritto Orecchio, chissà quando. Ora anche la speranza ha la sua giusta certificazione, perché Davide Orecchio ha scritto tre libri in cui la letteratura si nutre della storia, la usa come concime, ne prende possesso, ci va a braccetto a prendere un gelato, a togliere la polvere.

Pensate a un volume d’archivio, pensate a quel librone gigantesco tirato giù da uno scaffale, pensate a qualcuno che lo porti davanti a una finestra e che alla luce nuova del sole lo sfogli, ci annoti a matita qualcosa, aggiunga un nome, una vita e da quel nome, da quella vita che non c’era, ma che ora c’è, racconti quello che invece c’è stato. A quel punto un torturatore mai vissuto o vissuto con altra faccia potrà mostrare per mano dello scrittore l’orrore della tortura e del sopruso.

È questo il senso profondo della scrittura di Davide Orecchio. C’è un lavoro mostruoso di ricerca e di documentazione che compie lo scrittore romano, e riconosciamo la pazienza dello storico, la precisione dell’archivista, la curiosità dello studioso e del giornalista; tutto questo fuso a un talento per la prosa per il quale provo ammirazione e non riesco a trovare paragoni, e nemmeno ho voglia di cercarli.

Il tempo non esiste se non per misurare. Al di fuori di noi c’è solo spazio. Maturare, crescere, cambiare: cosa c’entrano le lancette? Decomporsi e morire, non c’è calendario che lo spieghi.

Se il tempo non esiste, esiste però la sospensione di queste sei storie, una dimensione in cui fantasia e cronologia possono stare insieme, così come l’orrore e la grazia, è di questo che è fatta la vita, è così che si è accumulata la storia, anno per anno, secolo per secolo. Troveremo qui Éster Terracina a Buenos Aires negli anni della dittatura, donna coraggiosa e ribelle, donna che lotta e che sa amare, donna dal passo a cui molti non potranno mai ambire, la vedremo in carcere, torturata, preda e rifugio del suo torturatore, donna capace d’amore e capace di salvare. Incontreremo Eschilo Licursi, il cui percorso è raccontato per intralci, ma ne vediamo le debolezze ma anche le capacità politiche, le sconfitte e le rinunce, vedremo il fascismo e la guerra, vedremo la solitudine, vedremo i contadini e la campagna, vedremo quello che è stato del socialismo e quello che non è stato.

“È famoso. Questo lo porterà a Roma, dove non fece nulla se non morire. Il più tragico degli atti mancati, la morte invece del compimento”.

E poi ci si parerà davanti un regista straordinario che non si compie che non può compiersi, che sarà inconcludente ma geniale, forse perché troppo conclusa è la terra da cui viene, compiuta nel bene e nel male la sua saga familiare e sarà “un cosmonauta che non può rientrare alla base”; Mosca non lo vuole, Roma e il cinema non sanno che farsene. Arriverà l’incredibile storia di Pietro Migliorisi, poeta, fascista, comunista, padre senza figlio, marito senza moglie. Un uomo che insegue per tutta la vita i suoi tormenti.

“Veniva fuori il poeta, quello che avrebbe voluto riempire l’uomo per intero ma non ci riuscì”.

E più avanti Betta Rauch, e la sua vita destinata a correre, a immaginare, ad amare, a trovare e a perdere, ma a scrivere pure, a determinare e a essere allontanata e ad allontanare. Così come fa la vita, così come vuole la storia. E Kauder infine e il sogno di lasciare libri che gli sopravivranno, accadrà? Non accadrà? Ci saranno intanto viaggi, lettere  e qualcosa che somiglia a una vita.

Ognuna di queste biografie ha in fondo una nota di Orecchio, che spiega se necessario ma che aggiunge bellezza. Quello che sorprende da sempre di Davide Orecchio è il vortice in cui tutto si compie a un ritmo che accompagna come un miraggio, come davanti a un panorama che abbiamo conosciuto ma che ci pare cambiato, che ci sembra più bello. L’incanto della letteratura rende più sopportabile la storia? Direi di no, ma di certo la rende più comprensibile facendo lumi tra i sentimenti che a volte sfuggono agli archivi.

Gianni Montieri ha pubblicato: Avremo cura (Zona, 2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono rintracciabili nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) della rivista monografica Argo e sui principali siti letterari italiani e nel numero 19 della rivista Versodove. Sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). Scrive di calcio su Il Napolista e di letteratura su Huffington Post. Collabora con, tra le altre, Rivista Undici, Doppiozero e Minima&moralia. È redattore della rivista bilingue THE FLR ed è nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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  1. […] Quando lessi le sei biografie infedeli contenute nel libro, per la prima volta, ne fui profondamente colpito, non sapevo nulla di Davide Orecchio. Rimasi affascinato dalla prosa chiara ma non banale, dal ritmo, dalla bravura nella gestione dei tempi verbali e dei tempi, nel senso di date, nel senso di andare e venire, nel senso di raccontare una vita con delle verità storiche ma reinventandola, nel senso di mischiarla ad altre. I sei personaggi, o le sei persone se preferite, che fossero esistiti o meno, rendevano comprensibile la storia vera accaduta in un dato luogo, in un dato momento. E il luogo poteva essere l’Argentina, e il luogo poteva essere la Sicilia, e il luogo poteva essere l’Unione Sovietica, e il luogo poteva essere Roma, e il luogo poteva essere il Molise. E il tempo poteva essere quello della dittatura di Videla, e il tempo poteva essere quello del fascismo, e il tempo poteva essere quello del sindacato e del PCI. Il tempo e il luogo potevano essere lo spazio della poesia e del cinema; e ancora del compiuto e dell’irrisolto. [continua a leggere su minima&moralia] […]



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