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Città sommersa, Marta Barone e il ragazzo che corre nella notte

di Elettra Bernacchini

Città sommersa (Bompiani) è un libro arrivato in ritardo. Pur avendo recuperato tempo con la meritata candidatura al Premio Strega, è un peccato non averlo potuto leggere prima, magari all’ultimo anno di scuola superiore.

Marta Barone, l’autrice, è nata nel 1987 e si è fatta strada attraverso l’entità astratta della perpetua crisi socio-economica lavorando nel mondo editoriale sotto varie forme, come traduttrice, scrittrice di libri per ragazzi e ora anche di romanzi. Marta Barone è anche una ragazza che, forse, con quest’opera ha conquistato parte della sua funzione all’interno di una società in cui tutti quelli e tutte quelle della generazione a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 facilmente si ritrovano a pensare di essere FUORI LUOGO OVUNQUE. Si è guadagnata questo posto raccontando la storia più banale e più difficile di tutte, quella di un padre, un uomo che ha costruito, vissuto, forse anche distrutto e poi certamente subito il ’68 e gli Anni di piombo: la storia di Leonardo Barone, suo padre, la persona con la quale ha faticato ad avere un rapporto mentre era in vita, l’oggetto letterario che si è fatto distrattamente ma anche prepotentemente strada tra i tentativi di lei di guardare altrove, di concentrarsi su altro, sulla sua nuova vita a Milano o su una prima idea di romanzo mai davvero catturata.

Città sommersa è bilanciato sotto tutti i punti di vista. La prima Kitež, Lacuna e Conchiglia sono le tre grandi sezioni in cui ci viene presentata la narrazione, ognuna delle quali esplora un’attitudine dell’io che racconta, il corrispettivo dell’autrice sulla pagina, nei confronti degli argomenti della sua storia. Bisogna parlare al plurale perché anche se la prima, dichiarata, città sommersa (Kitež, appunto) che si cerca di riportare a galla è la vita e la persona di Leonardo Barone prima che la figlia lo conoscesse, continuando a leggere capiamo che ci sono molte altre città che lottano per venire alla luce. Ci sono letteralmente Torino e Roma nella loro materialità urbanistica e contraddittoria degli anni ’60 e ’70, oppure, simbolicamente, le vicende note eppure ancora misconosciute della lotta politica militante di Servire il Popolo, fino, più semplicemente, alla nuova prospettiva che l’io narrante assume, mano a mano, nei confronti del padre, di sé stesso e della Storia, quella con la “S” maiuscola perché condivisa da tutti noi. Il linguaggio preciso, colto al punto giusto, ci guida da un binario all’altro del percorso, è in grado di passare dal racconto di azioni concitate del passato storico di Barone, marcate per quanto possibile dall’anno e la via in cui sono accadute, alle riflessioni contemporanee e intime dell’io in prima persona, senza che lo scarto risulti spaesante, anzi, anticipazioni e rimandi aggiungono corpo a tutto il racconto.

In fondo all’oggetto-libro, dopo i RINGRAZIAMENTI, c’è un breve elenco di titoli che hanno aiutato Marta a districarsi tra lo storicamente accaduto e il sentito intimamente. Non è certamente un caso se vi troviamo, tra gli altri, “Lettere a nessuno” di Moresco (Mondadori, 2018) che racconta il suo punto di vista fortemente schierato e la travagliata gestazione di “Gli esordi” (1998), o Albertino Bonvicini in “Fate la storia senza di me” (add, 2011) protagonista della sua storia personale a partire dall’internamento nell’orfanotrofio-manicomio di Giorgio Coda e i fatti dell’Angelo Azzurro di Torino. Scorrendo questa lista, a fine lettura, capiamo che il lavoro dell’autrice non è solo estro creativo, è anche documentazione e ricerca intellettuale su opere che sono sia precorritrici sia complementari di Città sommersa: la sfida, per chi scrive e per chi leggere, sta nel giostrarsi tra la ricostruzione storico-fattuale oggettiva e l’approccio soggettivo nei confronti di tale ricostruzione.

Città sommersa è un libro onesto. Nelle prime pagine chi scrive dichiara senza mezzi termini che la storia ha due inizi: il primo è quando la protagonista è nata, il secondo è quando la protagonista, a 26 anni, scopre per caso la memoria difensiva di un processo in cui il padre era rimasto coinvolto, così L.B. diviene il secondo protagonista ufficiale e il resto si dispiega da sé. I due inizi, in un certo senso, sono sia dentro che fuori dal libro, nella vita reale e nella vita letteraria delle persone e dei personaggi raccontati: Marta ha scoperto le carte processuali che l’hanno poi portata a scrivere la storia, Leonardo ha vissuto i fatti di via Artisti 13 a Torino che lo hanno reso il ragazzo che corre nella notte, oggetto della storia. Esiste probabilmente un terzo inizio, che dipende da noi che leggiamo e siamo trasportati indietro fino agli anni ’70, poi avanti fino agli anni 2000 e alla fine dentro la nostra stessa testa di oggi.

A noi il libro di Marta Barone regala la possibilità di capire, dall’interno, qualcosa in più sulla generazione di ventenni e trentenni abbandonati in balìa della tragicomica attualità e insieme, anche perché l’uno è diretta conseguenza dell’altro, di scoprire un nuovo sguardo, spoglio di retorica, su uno dei periodi storici più glissato o mal interpretato di sempre. Vengono in mente, diversissimi tra loro, “Una questione privata” di Fenoglio (1963) e “Leggenda privata” di Mari (2017), l’incontro tra intimo e storico e la costruzione-ricostruzione di un’autobiografia mostruosa. A prescindere dal fatto che questi titoli abbiano effettivamente un filo rosso comune o meno, letterariamente portano con sé tutti e tre le stesse domande: dove sta la differenza tra privato e pubblico? E quella tra storia minuscola e Storia maiuscola?

Per tutti questi motivi Città sommersa andrebbe letto a scuola: alla fine dei conti è un bellissimo diario, privato e pubblico al tempo stesso, scritto da qualcuno che nel tentativo di parlare di altro finisce per parlare comunque di sé, aprendo in questo mondo un piccolo varco anche per tutti coloro che, senza, farebbero molta più fatica ad entrare. Se non è buona letteratura questa, non so cos’altro lo sia.

 

Commenti
2 Commenti a “Città sommersa, Marta Barone e il ragazzo che corre nella notte”
  1. Luigi Mazziotta scrive:

    Marta Barone con le sue istantanee scritte, appunti, attraverso ricordi personali, racconti, dialoghi, descrive, con sguardo retrospettivo, in modo intimo e collettivo allo stesso tempo la solitudine e il travaglio del padre L.B, Leonardo Barone durante gli anni oscuri del terrorismo dal ‘70 all’80.
    La sua capacità di svolgere questa investigazione è straordinaria per l’intensità, perché non c’è parola che non riesca a impadronirsi del lettore. Nulla in queste pagine è sprecato, ogni frase è precisa, premessa di quella successiva. Ogni pagina innesca l’emotività, allo stesso tempo mantenendosi asciuttissima.
    Un racconto pieno di punti interrogativi, di domande, di contrapposizioni; ma anche di parole e silenzi cocenti e della capacità straordinaria di riappropriarsi di una figura ignorata, di un uomo chiuso nel ripiegamento di frammenti come spazi bianchi.
    L’autrice con bravura scrive su cosa significa smarrirsi e poi ritrovarsi, raccontando l’umanità vissuta fino in fondo di un padre che fa parte dei movimenti operai nella conturbante Torino degli anni ‘70 nell’incomprensione di un figlio che non conosce quel passato, sopperendo alla mancanza di dettagli, indovinando una vita nei suoi interstizi segreti, utilizzando il dolore e il rimpianto di una mancata partecipazione per inventare, lì dove il racconto altrui viene meno, l’identità di un personaggio sconosciuto.
    Un libro attraversato da «un senso di separatezza segreta>>, in cui resiste centrale il tentativo di dare volto a certi personaggi misteriosi che talvolta abitano la nostra vita, e di cui scopriamo la complessità solo in un tempo a posteriori.
    Marta Barone scrive un racconto nel tentativo di (rin)tracciare l’identità del padre, nel momento in cui è già scomparso; ma la natura della sua «storia evanescente e imprecisa» diventa indagine nel momento in cui riemerge una memoria difensiva che svela il suo presunto coinvolgimento in certe agitazioni ad opera dei brigatisti di Prima Linea. E proprio quella memoria segna il punto d’accesso al libro, e diventa lo strumento con cui interrogare il passato per decifrare la storia perduta di LB a dispetto di ogni forma di resistenza e negazione di chi scrive.

  2. MGColombo scrive:

    ” Come sarebbe andata se non avessimo sprecato tutti quegli anni “.
    Marta Barone

    Può essere che anche Leo Hollis oggi si sia ricreduto su quanto espresso con tanta convinzione ed entusiasmo in Cities are Good for You: the genius of the metropolis (ed.Bloomsbury 2013), ove sosteneva la tesi, già allora con alterni toni contestata dai più, che le grandi città, proprio in quanto regine di caos, congestione, diseguaglianze e ingiustizie sociali, siano il posto migliore dove vivere.

    In netta emozionale controtendenza Marta Barone nel suo libro Città Sommersa, elegge Milano ad inquietante set attivo della vicenda narrata, suggerendo una dimensione alienante, di suoni stridenti e stranianti, di metafisico oscuro vuoto, nell’ambito della quale il motto graffittato sui muri Fuori luogo ovunque diventa per la protagonista l’insistente mantra/monito della Città, già evocata dal nonno come città di streghe e oggetto di malinconici interrogativi da parte del padre ( perchè mi hai respinto? Perchè non son riuscito ad appartenerti?).

    E’ in questo spazio urbano, colto, con bella scrittura fortemente evocativa e dark, nella sua inquietante nudità materica e percepito estraneo e indecifrabile come una cattedrale vuota in cui ogni passo aveva un’eco sproporzionata, che, tassello dopo tassello si ricostruisce la vita di L.B. uomo/ padre/ marito /compagno/ leader/ medico spaventosamente libero, spaventosamente innocente, eppure condannato per partecipazione a banda armata.Il ritrovamento casuale da parte della Scrittrice, ormai non più rabbiosa adolescente, di alcuni documenti dimenticati, relativi alla vicenda giudiziaria paterna, i contatti con i superstiti testimoni dell’epoca, la riflessione sulle caratteristiche temperamentali del genitore, brevi ricordi personali, riflessioni sull’estetica del perdente, che caratterizzava la complessa figura paterna, portano oltre l’ottica del riscatto personale e diventano occasione di ripensamento di un’intera epoca privata e pubblica.

    Ed è lungo le strade di Milano, ma anche di Torino, Napoli, Roma nella febbrile Italia degli scioperi, dei licenziamenti, degli attentati dei 70 che Marta Barone tenta puntigliosamente e dolorosamente di ricostruire i pensieri di quel padre bizzarro, con un talento per la gioia ( gli piacevano tutti, tutti erano da salvare), immischiato suo malgrado in una vicenda di sangue per il pressapochismo giudiziario, affidato a testimonianze contraddittorie e memorie inaffidabili e lacunose.

    La ricostruzione dell’identità paterna la porta, oltre i ricordi personali, a ripercorrere il complesso mondo delle formazioni armate di quegli anni, colte nella violenta escalation competitiva che le travolse e che, con dettagli strategici raccapriccianti e surreali pratiche gestionali, le assimilarono a bande malavitose.

    Leonardo Barone, rampante e ammaliante intellettuale, nè organico nè pifferaio, entusiasta e sentimentale, sembra evocare l’impegno pittoresco e fuori dal coro di Cosimo di Rondò, che, nel prendere le distanze, rifugiandosi sugli alberi, trova la giusta dimensione per condividere con la comunità il suo sapere, capace di cogliere le difficoltà della vita quotidiana, senza smettere di esercitare diritto di critica anche verso la propria parte, di cui pure porta il peso.

    Così, a proposito del ruolo dell’intellettuale, nel segno della leggerezza, raccomandava Calvino, inascoltato nelle surriscaldate parossistiche assemblee sessantottine.

    La conclusione del libro, nel grandioso scenario di Stromboli, riporta ad una immagine, che, pur parzialmente pacificata tra la personalità contrastante nel privato e nel pubblico di L.B. e l’implacabile figlia, deve fare i conti con il mistero dell’esistenza, o, come molto meglio, in originalità e profondità di pensiero, fil rouge di tutto il libro, dice Marta Barone, con la malinconia della vastità.
    https://www.criticipercaso.it/2020/06/11/citta-sommersa-marta-barone-ed-bompiani/

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