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Cittadino Mark Zuckerberg

Si è molto parlato del nuovo film di David Fincher (già regista di Seven e Fight Club) che racconta la genesi di Facebook, la piattaforma sociale sul web che ha conquistato, in appena sei anni, 500 milioni di utenti. The social network è un avvincente Quarto potere d’oggi perché racconta senza pudore l’ascesa al successo di un imprenditore e l’affermarsi sociale e economico di un’impresa, con tutto il corollario di battaglie nei tribunali contro gli amici/nemici. Da questo punto di vista il film vale come esempio del rinnovato self made man capitalista, colui che per emergere riesce a mettere in fila tutti, o, più prosaicamente, il son-of-a-bitch che si fa da solo non esitando a fregare amici e nemici indistintamente. Ma se per il cittadino Kane di Orson Wells l’oggetto del desiderio, l’atto mancato, era Rosebud, lo slittino simulacro dell’infanzia e della felicità perdute, per il cittadino Mark Zuckerberg, il più giovane billionario del mondo, tutto ha inizio con una ragazza che lo molla non perché è un nerd, ma soltanto uno stronzo. Il ferito Zuckerberg si vendica costruendo, la sera stessa della delusione sentimentale-sociale, un sito che raggruppa tutte le foto delle studentesse degli albi di fine anno di Harvard – quelli che vengono chiamati volgarmente i “libri di facce” cioè i facebooks – grazie a un algoritmo geniale prestatogli dal suo compagno di stanza. La vendetta telematica, che si chiamava “facemash”, registra un tale successo di visite che in una sola notte fa andare in crash i server dell’università che ogni anno sforna i genietti informatici. Zuckerberg si rende allora conto di avere per le mani un’intuizione pronta a esplodere e la sviluppa, la evolve, la perfeziona fino a che il social network non diventa una realtà mondiale e un’azienda da milioni di dollari. Il tutto grazie all’apporto di alcuni fratelli maggiori, tra i quali Sean Parker uno degli inventori di Napster, il programma che ha mutato radicalmente, in peggio e in maniera irreversibile, l’industria della musica tramite lo scambio gratuito di file musicali in rete.

“Dobbiamo ficcarci in testa che essere fighi è diventato un bisogno primario” – ha detto il ricercatore sociale Andrea Rampini, che per caso ha la stessa età di Zuckerberg – e questo è il nocciolo della questione del successo di Facebook: un’illusione di esclusività, il narcisismo pervasivo, la dipendenza dal gossip, il desiderio di costruirsi un’autorappresentazione fasulla sono insieme strumenti di controllo e obbiettivi su cui ha puntato il network sociale, potenziandoli. Non essendo un film generazionale, The social network è già un documento storico su una rivoluzione sociale accaduta e che sta ancora avvenendo: “Prima la gente viveva in campagna, poi si è trasferita in città e ora la stiamo portando a vivere su internet” dice trionfante Sean Parker, a un certo punto del racconto, descrivendo perfettamente la mutazione antropologica e sociale che ci sta riguardando.
Facebook è una grande illusione che ha rivoluzionato il nostro modo di comunicare, di rapportarci agli altri con la promessa dell’esclusività, della popolarità e dell’essere fighi. In cambio di questi bisogni primari, stiamo barattando – o l’abbiamo già fatto – il nostro tempo prezioso, le nostre intelligenze potenziali e i collegamenti che ne possono nascere. Oltre a essere un mezzo strepitoso di comunicazione e un bacino di conoscenze, internet può essere soprattutto uno strumento per il pensiero critico e un luogo dove autorganizzarsi. Facebook è riuscito a depotenziare queste capacità, diventando l’antidoto e il contrario stesso del web, essendo il principale alleato di tutte le polizie del mondo (Cia in testa) attraverso la violazione della privacy, mettendo le catene, insomma, alla libera circolazione degli individui su internet. Un esempio a riprova, tra gli altri, è la quantità di mash up sulle bacheche di chi ha un profilo facebook: questa pratica consiste semplicemente nel copiare, incollare e condividere immagini, video, canzoni, cioè prodotti di consumo pre-esistenti, per creare una selezione di gusti commerciali, o peggio per circondarsi di una coltre di cultura trash demenziale e pop senza senso e, sempre più, distraente. Ogni volta che qualcuno clicca sul bottone blu “mi piace” è come se votasse per Bush, come se affermasse un desiderio conformistico, per paradosso, travestito da libera scelta e indipendenza. Se Facebook è il nuovo oppio dei popoli, allora Mark Zuckerberg è il più importante corruttore del nostro tempo, capo di un vero e proprio disegno dall’alto per disinnescare un mezzo sulla carta incontrollabile come il www.

Nicola Villa (1984) è redattore della rivista Gli asini di educazione e intervento sociale. Ha curato con Giulio Vannucci I libri da leggere a vent’anni. Una bibliografia selettiva (Edizioni dell’Asino 2010). Ufficio stampa delle Edizioni dell’Asino. Collabora con i mensili Lo straniero e L’indice.
Commenti
13 Commenti a “Cittadino Mark Zuckerberg”
  1. stefano scrive:

    ma come si fa a scrivere certe cose?

  2. dusper77 scrive:

    Incredibile… giuro che MAI avrei detto che il film di Fincher sulla nascita di facebook è veramente un bellissimo film, uno dei 3 migliori del 2010. E lo si può tranquillamente guardare stando da entrambe le parti della barricata, sia se pensate che facebook sia la boiata del secolo, sia se passate la giornata su facebook ininterrottamente con i vostri contatti

  3. elisabetta scrive:

    quindi se io adesso, per questo articolo pubblicato su facebook, clicco su mi piace, voto Bush? Ottima analisi, forse un po’ esasperata. Per esempio, le note, quando non sono anch’esse un mero copia e incolla, possono essere manifestazioni di pensiero critico. E’ anche vero che i link che girano sono sempre gli stessi, rimbalzano da un utente all’altro, e quelli più “votati” ripropongono pezzi di programmi TV di successo (dalla De Filippi, passando per “Vieni via con me” fino ad Annozero). Poi, magari, ognuno ci mette del suo. In ogni caso, credo che Facebook non possa che essere un’esperienza a termine.

  4. Ale scrive:

    “Napster, il programma che ha mutato radicalmente, in peggio e in maniera irreversibile, l’industria della musica tramite lo scambio gratuito di file musicali in rete.”

    Perché “in peggio”?
    (Scusate l’OT)

  5. Luca scrive:

    Certe affermazioni magari andrebbero argomentate meglio, tipo quella su Napster, sennò potrebbero pure sembrare provocazioncine. E poi che c’entra Bush, che brutto modo di semplificare! Comunque, a parte questo, è una riflessione assai interssante.

  6. Gabriele D. L. scrive:

    Per me Facebook è un grosso calderone in cui pian piano – in base ai propri gusti – ognuno sceglie e soprattutto scopre quello che gli e più affine: persone, gruppi, pagine, link ecc.
    E’ sempre un calderone si dirà, ma a me ha dato l’opportunità di conoscere persone e “argomenti” che probabilmente non avrei mai incontrato stando in un paesino sperduto (detto anche, In Culo Ai Lupi). Poi l’approfondimento è un’altra cosa: Facebook (ma non solo, chiaro) mi da input, il resto lo approfondisco in altre sedi. Per trovare l’idiozia e il conformismo non serve iscriversi a Facebook; magari fosse così facile rinchiuderla in uno spazio etereo e dall’accesso voluto!

    Ah, dimenticavo. E’ stato grazie a Facebook che ho scoperto questo blog; quasi quasi mando un mail di ringraziamento a Bush.

  7. Massimo scrive:

    Ciao, a tutti, daccordissimo sul paralleo tra Zuckember e Kane su cui avevo a suo tempo scritto anche io qui http://www.atlantidezine.it/the-social-network-fincher-facebook-fil.html

    Sarei meno precipitoso invece a buttarla giù sulla demonizzazione di Facebook che è invece semplicemnte uno strumento di organizzazione e visualizzazione di contenuti mirabilmente strutturato: un contenitore progettato in modo davvero esemplare.

    Se poi venga riempito di contenuti di bassisimo livello con una ridondanza assurda credo che la responsabilità non possa essere attribuita a Zuckerberg, così come Zuckerberg non può essere responsabile del fatto che “essere fighi è diventato un bisogno primario”, malattia di cui, mi permetto di dire, forse sono affetti anche l’autore di questo articolo e lo stesso ricercatore Andrea Rampini da cui proviene questa citazione. Ne è riprova il fatto che milioni di utenti facciano di facebook un utilizzo moderato e tranquillo e che facebook stesso veicoli anche contenuti di buona qualità.

    Sul discorso della privacy ho sempre pensato che se uno pubblica della roba poi deve fare i conti con il fatto che l’ha resa pubblica; se poi Facebook si rivende i dati personali alla CIA questo è un altro paio di maniche e sarebbe una cosa gravissima di cui mi piacerebbe sapere di più.

  8. Massimo scrive:

    Ah dimenticavo, scusami ma, rimanendo al cinema, Erica, la ragazza che molla Mark a inizio film, non può essere la Rosebud di Zuckerberg.

    Come spesso succede a Kane è solo un trofeo che non è riuscito a conquistare, mentre Rosebud è invece il simbolo di qualcosa di perduto per sempre dentro se stesso: l’infanzia, l’innocenza, la purezza. Cose che il personaggio del film di Sorkin e Fincher deve aver perso molto prima degli eventi narrati. E dico il personaggio, che non è il vero Zuckerberg al quale invece pare non importi nulla di questa tale Erica.

  9. stefano t scrive:

    Mah…è la prima volta che rimango deluso da un vostro articolo. Molto superficiale.

  10. mario esposito scrive:

    Da anti-capitalista non avrei mai immaginato di bollare un pezzo come boiata vetero-comunista.

    L’appiattimento dei gusti sul trash è un fenomeno conosciuto e studiato dai tempi di Marconi, internet o facebook non sono intrinsecamente bene o male: la gente lo è e; dove ce n’è tanta è ovvio che si verifichino le punte più estreme.

  11. stefano ciavatta scrive:

    d’istinto ho scritto il primo commento. ci ritorno su con una cosa. non è un link pubblicitario a una mia pagina. è una riflessione da addetto ai lavori su facebook e la rete. Smontare la seconda parte dell’articolo sarebbe una perdita di tempo. scelgo tra i deliri l’idea che facebook blocchi la rete. è una grande bugia. e vi spiego perchè. Casomai sono gli utenti di qualsiasi appartenenza a qualsiasi network che non utilizzano la rete.

    Prima stavo su Myspace. mondi diversi ma simili, parole poche, molti suoni e tante immagini: cercavi la musica e trovavi locali che con il passaparola dei flyer sarebbero diventati club. Cercavi indie e trovavi elettronica, curiosavi tra tattoo, fetish, bizarre e scoprivi le regine del burlesque quando da noi la fantasia non andava oltre i cesti di intimissimi. Potevi scriverti con il boss dell’etichetta indipendente americana, intervistare un real superhero, mettere su la tua musica e ricevere complimenti dall’olanda e dalla polonia e finire sulla top 20 degli amici della Anticon. E così via: le radio con i podcast, i fotografi e le loro gallery. La piattaforma reggeva a stento il peso e si cercavano i tutorial online per ottenere il massimo col massimo carico.

    A parte i fumetti stranieri o per esempio le piccole case editrici francesi per bambini, su Myspace mancava l’editoria. poi con Facebook è arrivato a galleggiare sui socialnetwork anche il mondo fatto di carta e parole. Un po’ di inerzia, molta diffidenza e idee classiche: la presentazione, l’evento, l’intervento, il dibattito. Come novità i booktrailer sono durati poco, forse difesi con poca convinzione. Poi il nulla.

    Certo un conto è usare un file mp3, un video, un jpg per la condivisione dei propri interessi su piattaforme gratuite, mastodontiche e spesso rigide. Un conto avere a disposizione le parole, specialmente se confezionate altrove. L’ebook e l’iPad consentono un altro tipo di gestione della parola ma sono strumenti personali, sia per l’acquisto sia per la ricerca del materiale.

    Eppure nel mondo di carta che galleggia gratuitamente su questo social network continua a esserci un grande assente: la rete, con le sue news, i suoi simili, la concorrenza, in un termine solo i suoi link. Non il video estemporaneo, non il blog fanzinaro, non l’editoriale indignato del quotidiano nazionale. Ma la rete.

  12. Edoardo Acotto scrive:

    Vorrei leggerlo ma i vostri commenti mi trattengono fortemente…

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