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Clamori d’estate – Il caso Comodin

Pubblichiamo una recensione di Andrea Cirolla sul film «L’estate di Giacomo» di Alessandro Comodin.

L’estate di Giacomo è un film anomalo di cui si parla e si scrive molto in questi giorni. Il suo regista e sceneggiatore, Alessandro Comodin, friulano, classe 1982, ha esordito nel 2008 con Jagdfieber, documentario di diploma all’Insas di Bruxelles «sulla caccia, i suoi rituali, i gesti e i suoi silenzi» (dalla nota sul regista del sito del suo distributore, Tuckerfilm).

Del film si parla molto, cioè è molto recensito e molto premiato: su Variety, Cahiers du cinéma, Rumore, Corriere della Sera, Il Foglio, il Manifesto alcune delle recensioni; tra gli altri premi il Pardo d’oro Cineasti del Presente al Locarno Film Festival 2011, il Grand Prix du Jury and Prix Documentaire Grand Ecran al Belfort International Film Festival 2011, l’Ovidio d’Argento per il miglior film al SulmonaCinema Film Festival 2011 e la Menzione Speciale Giuria Concorso Internazionale al Festival dei Popoli 2011 di Firenze.

Di L’estate di Giacomo ha parlato con convinzione Paolo Mereghetti in una sua videorecensione. Il critico dichiara giusto qualche momento di incertezza e di sbandamento, confonde il fiume Tagliamento con un imprecisato mare, infine decreta il talento del regista, la sua consapevolezza del come si fa cinema, di come si riprendono le persone; altri critici notano altre piccole pecche, a sporcare quello che tuttavia, a conti fatti, sarebbe un piccolo gioiello passato inosservato in Italia l’anno scorso, quando uscì, ma degno e meritorio dell’interesse di rimando che gli si muove intorno quest’anno, dopo il grande successo in Francia. Sarebbe. Lo è? Forse la novità ha scatenato l’entusiasmo, forse la voglia di anticonformismo, forse qualche cosa che ancora mi sfugge: difficile trovare le ragioni di tanto clamore.

L’estate di Giacomo è un film di finzione girato come un documentario; dunque camera a spalla, instabilissima, riprese a inseguimento, ecc. Quello della docu-fiction non è un filone in cui Comodin pare inserirsi, qui ha ragione Mereghetti: «Sarebbe in effetti sbagliato anche catalogare il film nella docu-fiction perché manca un’interazione precisa tra queste due possibilità espressive. Si respira piuttosto una voglia di “circuire” lo spettatore, di depistarlo lungo sentieri tortuosi e sfinenti come quello che Giacomo e Stefania percorrono all’inizio del film, metafora piuttosto evidente di un cinema che sta cercando se stesso e che rischierebbe di “smarrirsi” proprio per colpa di un partito preso troppo rigido e predeterminato» (Corriere del 17 luglio 2012). Ma allargando il genere, parlando soltanto di contaminazioni tra documentario e finzione, possiamo far rientrare nel discorso anche il lavoro del giovane friulano. L’ibridare documentario e finzione è una via fortunata e di tendenza del cinema recente; per fare solo due esempi, i primi che mi vengono alla mente: Entre les murs di Laurent Cantet, Palma d’oro a Cannes nel 2008, e Cosa voglio di più di Silvio Soldini (2010), che non è nemmeno un simil-documentario, come si può dire del bel film francese del 2008, ma si muove in un’estetica documentaristica, se questo pur significa qualcosa, specie nelle prime immagini, nell’appartamento di Anna (Alba Rohrwacher) e Alessio (Giuseppe Battiston). Mi viene da pensare che un approccio di questo tipo possa essere informato da due direttive su tutte: una è la difficoltà di avere finanziamenti sufficienti a produrre film oggigiorno, in Italia, specie se si è giovani, per cui è più facile preferire una camera a spalla – semplificando terribilmente – alle costose strutture di ripresa; l’altra è una questione di gusto e di idee: portare freschezza, realtà e nuovi linguaggi nel cinema di finzione.

La sinossi del film di Comodin dice questo:

Siamo nella campagna friulana. È estate. Giacomo, diciotto anni, rimasto sordo da piccolo, e Stefania, sua amica d’infanzia, sedici anni, vanno al fiume per un picnic. Come in una fiaba incantata, si smarriscono nel bosco per ritrovarsi in un posto paradisiaco, soli e liberi, durante un pomeriggio che sembra durare il tempo di un’estate. Un apprendistato dei sensi: non ci si tocca, eppure si è tutti pelle, respiro e soffio. La sensualità accompagna i giochi da bambini, finché Stefania e Giacomo non sentono che l’avventura, che hanno appena vissuto, non è altro che un ricordo dolceamaro di un tempo perduto.

Una storia d‘amore e d’iniziazione alla vita adulta, dove il presente si mescola al ricordo e il passato risorge con la chiarezza e lo stupore della prima volta. I ricordi non sono solo ciò che ciascuno di noi porta in sé e che improvvisamente ritrova. Sono anche vere e proprie scoperte. Bisogna sapere che noi non vediamo mai le cose una prima volta, ma sempre la seconda. Allora le scopriamo e insieme le ricordiamo.

La sinossi promette, il film non mantiene. L’estate di Giacomo nasce da una bella idea e da una bella situazione rappresentata, ma suscita sentimenti di noia e imbarazzo. Noia per le sequenze interminabili d’una interminabilità funzionale a nulla, non alla trama per esempio, perché è meno che esile, e neanche belle o interessanti di per sé, a compenso di quella trama di cui per scelta si è fatto a meno. L’imbarazzo invece è per l’unico dialogo del film, che si distingue dai monologhi brillanti e divertenti rivolti da Giacomo a Stefania – che risponde perlopiù con monosillabi – lungo quasi tutta la pellicola. Il dialogo coinvolge, finalmente, Giacomo e Stefania, prima che quest’ultima lasci il posto, nel film, a un’altra ragazza, Barbara, ipoacusica come Giacomo. È imbarazzante, il dialogo, perché terribilmente banale; e mi sono interrogato, su questa banalità. Banale volontariamente, perché era necessario ritagliare un dialogo esistenziale ma su personaggi adolescenti d’una adolescenza degli anni Zero? Se anche fosse, la banalità non sarebbe digeribile comunque; figurarsi piacevole, perché c’è un modo di far parlare degli adolescenti pur senza risultare stucchevoli, basti sentire Juno nel film omonimo di Jason Reitman del 2007. Altra opzione: banale perché è banale tout court il dialogo che è stato scritto? Ancora peggio. Per farla breve, il dialogo consiste in una riflessione sulla felicità, fatta da Stefania dopo un pericolo scampato, e si conclude con una massima sintetizzabile così: la felicità sta nelle piccole cose di tutti i giorni, e tu (Giacomo) non sai godertela. E dire che Giacomo è l’elemento che salverebbe il film, e per assurdo proprio perché è felice, esuberante, per niente crucciato dal suo deficit acustico, attivissimo, chiacchierone e geniale in certe sue uscite. Stefania al contrario è silenziosa, un po’ chiusa in se stessa, non per forza triste (non lo si direbbe), ma sicuramente non spicca per felicità e tantomeno delle piccole cose. Altra nota critica è sull’effetto di nausea che provoca la visione del film con le sue immagini così instabili, ma così tanto che paiono mosse oltre il movimento che normalmente può produrre una ripresa a spalla. Sembrerà una notazione stupida, ma anche questo incide ed è parte della ricezione di un film, chi può negarlo; e anche questo si sottopone al giudizio sull’opera. Per dire, The Blair Witch Project: era tutto giocato sul finto amatoriale, eppure non dava maggior noia; ma nemmeno Lars Von Trier in Idioterne, dove le immagini sono forse più mosse che altrove nella sua filmografia, o almeno molto mosse. Insomma, viene il sospetto che per dare ancor meglio l’idea del documentario si sia calcata (troppo) la mano.

Infine, il finale: una chiusura forzata e posticcia, che guasta la coerenza del film fino a quel momento, con un epilogo-confessione recitato fuori campo dalla voce di Barbara: meno banale del dialogo di prima, ma non memorabile; e pure non sarebbe una pecca, e nemmeno attirerebbe tanto l’attenzione, se non fosse l’unico momento ritagliato sulla comunicazione e non sulla mera compresenza dei personaggi, insieme al breve dialogo di Giacomo e Stefania. Lungo i suoi 75 minuti il film si lascia ipnotizzare dai silenzi, dai suoni della natura, dalle frasi rotte di Giacomo, da qualche musica sommessa proveniente dall’iPod di Stefania, da rumori vari e incidentali nell’abbandono dell’estate di campagna friulana… questa ipnosi rende le due manciate di tempo parlato molto dense e attese, le fa suonare forte, come dopo un risveglio, e nell’attesa e nella densità ogni parola, ogni significato pesano più che mai: devono essere sorvegliati, perché è più facile sbagliare e i luoghi comuni, a quel punto, sono un errore grave.

L’entusiasmo che il film di Alessandro Comodin ha suscitato è difficile da comprendere, ma si può indovinare nell’eccentricità della proposta, nelle buone intenzioni, in alcune buone immagini che però non fanno poesia né passano sensualità né tantomeno si impastano d’atmosfere evocative di ricordi, come vorrebbe far credere la sinossi anteponendo le intenzioni ai risultati; oppure ancora nel dialogo della natura e di Giacomo (camminando in un bosco, cercando il Tagliamento, la natura punge i piedi di Giacomo e Giacomo commenta, leopardianamente – come nota Mariarosa Mancuso su Il Foglio –, «Natura di merda!»).

Ciò non basta a fare di L’estate di Giacomo un film riuscito, e nemmeno un buon film; basta però a manifestare la sproporzione di quell’entusiasmo.

Andrea Cirolla è nato a Bergamo nel 1983. Vive a Milano, dove si è laureato in filosofia. Lavora nell’editoria e scrive. Suoi articoli e interviste sono usciti su giornali e riviste, tra cui Corriere della Sera, la Lettura, pagina99 e Nuovi Argomenti.
Commenti
7 Commenti a “Clamori d’estate – Il caso Comodin”
  1. Christian Raimo scrive:

    Sottoscrivo ogni virgola di questa recensione. È incredibile come “L’estate di Giacomo”, un film abbastanza noioso e molto dilettantesco, seppure fatto con chili di buona fede e entusiasmo, abbia ricevuto tutti questi consensi. Perché non si permette ai registi di migliorarsi invece di premiare il loro infantilismo? Sembra proprio che il cinema italiano sia refrattario all’idea di far crescere registi adulti e non di dare operine sperimentali vittime dei mille condizionamenti delle produzioni.
    Pare che o si fanno commediacce oppure opere prime talmente fuori canone da essere “incriticabili” come questa o come “Sette opere di misericordia”, altro film palloso e assurdo successo di critica. Spiace essere critici nei confronti di film pieni di buone intenzioni, ma perché nessuno lo fa? Perché le opere prime dei registi italiani sono una sorta di ghetto?
    Sarebbe bello che i produttori aiutassero dei registi con un talento come Comodin o i fratelli De Serio invece di lasciarli carta bianca e fargli confezionare film d’esordio in cui già fanno la maniera di se stessi.

  2. @___@ scrive:

    ma scusate, da quando la noia personale che si prova è parametro per criticare i film d’autore? forse che i film dei Dardenne non sono noiosi? forse non è noioso un capolavoro come The tree of life? forse non è noioso e imperfetto l’esordio di Truffaut, i 400 colpi?

    il dialogo poi è banale quanto può esserlo una frase detta fra amici. semmai arriva d’improvviso, è il primo momento serio fra i due, e lascia una certa amarezza.

    Poi d’accordo, non è niente di che, ha pochi momenti che spiccano, ma la noia che c’entra?

  3. Andrea scrive:

    Gentile emoticon, se ci fossero criteri oggettivi per giudicare un film non esisterebbe la possibilità di criticarlo, dunque di offrire una visione personale e argomentata, dunque di dissentire da quella e da lì di creare un dibattito che migliori la comprensione del film e della propria percezione del film a chi critica e a chi dissente. Detto questo: la noia personale non è il parametro della mia recensione, tutt’al più lo è la funzione di quella noia, ed è una funzione che dal mio punto di vista manca. Poi la noia non è un sentimento, e poi un elemento da osservare, granitico, sempre uguale a se stesso; c’è noia e noia, gradi di qualità diversi. Nel film di Comodin, prima di tutto la noia mi sembra un risultato non controllato, che sfugge di mano per ingenuità, per inseguire e affermare, in buona fede (questo mi sembra chiaro), la propria idea a tutti i costi, senza metterla in discussione, anche a scapito del film, facendo la «maniera di sé stessi», come giustamente scrive Christian Raimo.
    Quanto al dialogo sono d’accordo: banale quanto può esserlo una frase detta fra amici, per questo una frase detta fra amici è una frase detta fra amici e non il punto apicale di un film.

  4. @___@ scrive:

    beh, ma allora i film dove la noia viene fuori nonostante un maggior controllo dell’autore non dovrebbero essere criticati più duramente?

    per quanto riguarda il dialogo, per me non è così grave che in un film del genere si mantenga il livello delle cose che vengono dette “spontaneamente”. magari avrebbe stonato qualcosa di profondo o di memorabile. è una scena in cui per la prima volta si parlano “profondamente”.

    non so cosa vuol dire fare la maniera di se stessi

  5. Andrea scrive:

    Ripeto che la mia questione non era sulla noia tout court, ma sulla direzione del film, direzione che io non ho trovato, anzi credo di averla intuita, ne ho visto la potenzialità e poi l’ho vista perdersi.
    Il dialogo è quanto di meno spontaneo si potesse mettere in bocca al personaggio, secondo me; e non era necessario qualcosa di spontaneo o profondo, non ha senso pensare a cosa sarebbe stato meglio. Tu dici che avrebbe stonato qualcosa di profondo e subito dopo affermi che per la prima volta, lì, si parlano “profondamente”: c’è qualcosa che non va. Il problema principale è che il dialogo non regge di per sé, né si sintonizza col silenzio che lo circonda e col film nella sua interezza.
    Per la “maniera di se stessi” intendo ciò che dice la mia frase che precedeva l’espressione.

  6. @___@ scrive:

    profondamente nel senso che stanno dicendo qualcosa l’uno dell’altro, rispetto al cazzeggio di giornata, che poi di per sé può non essere così profondo, ma che è quello che il personaggio sente di dire. poi non è così importante, in più ho prima letta la tua recensione e poi visto il film e quindi il dialogo l’ho ascoltato già preparato.

    però sulla noia, annoierò a mia volta, mi pare che tu e christian l’abbiate posta come una delle caratteristiche per criticarlo, poi se mi sono sbagliato pazienza. è un aspetto di cui io non avrei parlato se non per avvertire lo spettatore.

  7. dario borso scrive:

    dopo il livre de chevet
    il film da comodìn …

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