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Class. Il nuovo romanzo di Francesco Pacifico

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Esce in libreria Class, il nuovo romanzo di Francesco Pacifico, edito da Mondadori. minima&moralia, con la quale Pacifico collabora, vi propone in esclusiva un estratto.

La realizzazione personale di un borghese non vale il denaro che costa. Prima sei voluta andare a vivere da sola, Ludovica, e i tuoi hanno liberato una casa che subaffittavano a un amico per darla a te, ventunenne, universitaria in pari, al cinema la sera, in salopette la domenica mattina, con i tuoi lavoretti indefessi – dogsitter, barista, schedatrice, bibliotecaria in facoltà, ripetizioni private: per te hanno cacciato l’amico in subaffitto, separato da dieci anni e padre di tre femmine, con tre mesi di preavviso (non hai mai chiesto che fine avesse fatto), e hai avuto le prime orgogliose bollette del gas e della luce, su cui cercavi sì di risparmiare – mai un bagno nella vasca e computer spento la notte – ma per la società è comunque uno scaldabagno in più, un frigo in più, una lavatrice in più, un televisore in più. L’appartamento era lontano dal centro, al Nuovo Salario; tenevi sempre almeno un fiore in un vaso. L’affitto pagato dai tuoi all’ente proprietario della casa era basso e bloccato – 300 euro – e lo pagavi a loro coi ritardi che volevi, ma comunque ti impuntavi per pagarlo, tu non eri tuo fratello, il bravo noioso ragazzo romano che studia ingegneria gestionale, vive coi suoi e non lavora: eppure, a che servono i lavoretti? Cosa conta il tuo sogno di vivere da sola, di fronte alla fine della rilevanza mondiale dell’Europa e della tua classe sociale?

Potevi almeno rimanere al Nuovo Salario, oltre Villa Ada, verso fuori, verso la diramazione Roma Nord dell’autostrada e le lucciole minorenni della Salaria, con la fatica di andare in centro per l’interminabile Ponte delle Valli. Ma siccome non c’era abbastanza vita, e sei sempre stata certa che da grande avresti lasciato il torpore borghese del quartiere Trieste, i platani le palme e i limoni, le fronde sui cancelli, i garage privati, solo per spostarti verso il centro, hai provato a convincere i tuoi che il Pigneto come investimento ci poteva stare. Loro hanno preso i 350.000 euro liquidi garantiti dalla vendita allo zio paterno di un terzo della casa dei nonni a Borgo Pio e ci hanno comprato un villino al Mandrione, accanto al Pigneto, a cinque minuti da San Giovanni e piazza Vittorio, indovinando le tendenze del mercato immobiliare. Due piani con giardinetto in una via tortuosa molto Roma con affaccio sull’acquedotto romano: proprio lì, a dieci metri dalla tua finestra. L’hanno comprata, «così intanto ci vai tu». Quell’intanto pudico dei genitori amorosi, che è un incanto. E la definizione borgata, sexy e bugiarda per un quartiere così centrale.

Anche al Mandrione, che hai ristrutturato a spese dei tuoi seguendo i lavori degli operai rumeni e albanesi e senegalesi e ciociari con la tua amica Lilla architetta che praticava nello studio di suo zio, la tua realizzazione personale a cosa è servita? A far girare denaro e consumare energia.

Per aiutarti nell’impresa della vita buona e bella hai trovato Lorenzo: alto, sano, spalle su cui vanno a pennello le polo, occhiali da sole a goccia, dottorando in filosofia che si presenta dicendo «sono un filmmaker» e non ha il rigore necessario alla filosofia della scienza né un progetto accademico limpido, ma dispone di una coppia di zii professori alla Sapienza per trovare le borse annuali che tengono in piedi i fortunati fra il dottorato e l’assegno di ricerca.

Avete fatto un matrimonio completo di tutto nonostante foste giovani e aveste premesso «niente cose in grande»: invece poi avete chiesto agli amici di salire in macchina un sabato d’estate (aria condizionata e benzina, moltiplicato per più di cinquanta automobili) per un ricevimento con «frittini» «leggeri» e pesce fresco nella casa in Versilia di altri zii di Lorenzo; e compilato due liste di nozze, una per gli elettrodomestici, una per il resto, mettendoci tutto, ridendo perché mai vi era venuto in mente che un giorno avreste arredato una casa da adulti, da genitori, coi mobili di design e la seconda camera oggi per le apparecchiature cinema e il cambio stagione ma domani per un figlio. Siete andati prima a stare a casa di Lorenzo, nel 2007 (a piazza Bologna, tra un ceto medio irritante e quadrato, tutto buste della spesa e scortesie condominiali), mentre tu facevi su e giù dal Mandrione incalzando gli operai, e nel 2009, già sopraffatti da una voglia nuova – andare a New York per un anno o magari di più, avete vissuto un po’ nella casa nuova ingombra dei doni della lista di nozze, pensandoli, scartandoli, guardandoli, ordinandoli, mentre Lorenzo si assicurava una borsa di perfezionamento per farsi pagare da Roma il soggiorno in America e gli operai davano buca agli appuntamenti per nascondere cavi scoperti e riverniciare. Gli amici in visita alla villetta vi hanno detto: «Be’, almeno ve la godete un po’».

In America ci siete andati nell’autunno del 2010, senza affittare a nessuno la casa del Mandrione, saldando l’aereo e l’affitto grazie a una serie di bonifici di buona volontà dei genitori dell’uno e dell’altra perché avete l’aria di persone serie e tu parlavi di voler figli e del bisogno, perciò, di toglierti questa voglia di America prima di farli. Sei stata accontentata: ti sei sposata a ventisette anni – presto rispetto alla media delle tue simili – hai tempra, non sei svenevole, non sei una gattamorta, hai sempre guadagnato più di Lorenzo anche solo con le mance dei bar e compilando schede e statistiche per società di consulenza, sei una ragazza veramente perbene, lo ami, la bellezza che emanate come coppia ha avuto un ruolo nell’accumulo di bonifici, bisogna aiutarli questi figli. (Ma da quando sei partita, come una magia, tuo padre non ti parla, non ti scrive, non risponde al telefono, e tua madre lo difende, dice che è angosciato per le fatture su cui la sua società di antifurti satellitari paga le tasse anche se non ha incassato i pagamenti e questa tua partenza l’ha stressato, perché hai lasciato la libreria di famiglia rifiutando di capire che quel posto è anche tuo, che magari un giorno ci camperai.) Tramite amici di amici a New York avete preso in affitto una stanza grande in una casa con pavimento di legno graziosamente inclinato e porta di legno marcio con tre serrature, e due coinquilini, un romano e un torinese, che girano documentari, nel quartiere in cui volevi andare a tutti i costi, Williamsburg, proprio quello, proprio dove sognavi, con finestra che dà su una bodega e una piccola lavanderia; a Brooklyn, fermata Bedford, linea L, che porta Downtown Manhattan in pochi minuti subacquei: Williamsburg, o “Willy”, dici tu, dove puoi vivere fra giovani aggiornati e benestanti (e qualche povero arrivato in autobus dall’America rurale, indistinguibile dagli altri, che si industria e si accampa a casa di amici prima di finire i soldi e tornare nel Midwest), e sei andata lì in quel quartiere a fare la vita che sognavi e che al Nuovo Salario non potevi fare perché non avevi sotto casa il negozio di vinili e quello di formaggi e il biciclettaro, la vita che solo al Mandrione stavi cominciando a intravedere, e che però a tuo parere si fa meglio lì: le sale da biliardo o ping pong sbreccolate, i banchi di succo di mela fuori dal parco, la partita ironica a bowling, leggere Virginia Woolf guardando Manhattan dall’East River, la zona frigo del Duane Reade con le birre sotto la scritta “retro brands”, i concerti sulle locandine finto-ciclostilate o vero-ciclostilate, la sfilata di persone originali, il senso di esser lì tra futuri famosi, a veder nascere le mode, a vedere gli artisti di strada che dipingono su una parete di mattoni la pubblicità del Jack Daniel’s perché la pubblicità su cartellone è troppo square

Sono morta un attimo fa, sono di nuovo già sveglia e ti posso vedere. Chi sei? Sei quella a cui abbiamo fatto lo scherzo. No, l’abbiamo fatto a tuo marito. Avevo trentotto anni, il rosso dei capelli sbiadito, la digestione lenta e una pallida piega di pancia sopra i peli pubici ma il seno tondo con solo una ruga. Sono arrivata a New York quando te n’eri già andata. Tuo marito era venuto da solo. Sono morta un attimo fa e continuo a morire e risvegliarmi, non so perché. E ogni volta vedo solo il linguaggio, la vita degli altri, la mia, a parole; verso la fine della storia muoio e dopo ogni morte mi risveglio, così, come adesso, parlando, ma non ho voce – dicendo, mi risveglio dicendo, e dico di qualcuno a cui ho fatto qualcosa di male, e passo con fatica le parole in un colino, una clessidra di parole: quando finisce la capovolgono, e io appena morta mi risveglio, come adesso, ma non ho un corpo, solo un sistema di amministrazione del linguaggio che non mi permette di morire. Quando morirò davvero?

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
Commenti
14 Commenti a “Class. Il nuovo romanzo di Francesco Pacifico”
  1. nico scrive:

    W!!!

  2. Piero scrive:

    L’ultimo paragrafo mi ha proprio sconvolto. Nel senso che non ci ho capito manco un’h

  3. SoloUnaTraccia scrive:

    324 pagine così devono essere un’esperienza. Resta il dubbio fra positiva o negativa.

    Ma non c’era già Piperno a blaterare della middle-class opulento-borghese con le sue giravolte? O mi sono perso qualcosa (di Piperno ho letto qualche recensione e auscultato un paio d’interviste, plus 10 pagine del suo romanzo più venduto.
    Ad ogni modo, monumento a prescindere ai romani ch’emigrano a NY. Mai abbastanza.

  4. Paolo Cognetti scrive:

    ciao Francesco,
    complimenti per il nuovo romanzo e in bocca al lupo.
    ipotizzando che questo frammento sia rappresentativo dell’intero libro (non è detto), ho una domanda: perché il sarcasmo? se questo è il mondo che scegli di raccontare – i romani ricchi pseudo intellettuali, pseudo artisti, figli di papà – perché lo racconti puntando il dito con questo “tu” ironico e giudicante? non è un po’ moralistico, oltre che molto più facile che raccontare quel mondo da dentro?
    mi viene in mente naturalmente Ellis. l’assenza totale di sarcasmo che c’è in “Meno di zero”. nella freddezza, la partecipazione. è una buona storia proprio perché chi la racconta ne è così coinvolto.
    un abbraccio

    ps1: personalmente, il mercato immobiliare romano – in letteratura e su questo sito – mi ha sfracassato le palle. non capite che è soltanto un tormentone tra di voi? a un lettore di Milano, di Palermo, di Parigi, che cosa gli racconta il “villino al Mandrione” messo lì in questo modo, senza alcuna possibilità di coglierne il significato?
    ps2: la linea L da Williamsburg non va a Downtown Manhattan, fa capolinea sulla 42esima. sarà un refuso? prrr! (questa invece è una pernacchia)
    un abbraccio

  5. Paolo Cognetti scrive:

    (volevo dire la 14)
    (e metterci un abbraccio in meno)

  6. Umberto Equo scrive:

    Cognetti, l’articolo non è realmente di Pacifico, anche perché non vi è in effetti alcun articolo, già. E’ solo uno spot, cioè, Cognetti, parli al muro.

  7. Federico scrive:

    Insomma Umberto. Secondo me chi deve leggere, legge.

  8. lorisR scrive:

    …sembra bello, anche la copertina!

    Il sarcasmo, forse, viene utile, in questo caso, per bilanciare tutto l’hip e l’inflazione che Il Pigneto e Billyburg trasudano: vieni ad abitare qui, realizza qui il tuo sogno (porta qui il tuo sogno creativo e i tuoi soldi da classe medio abbiente italiana indebitata …in una città altrettanto indebitata e a corto di creatività).

    Vorrei aspettare di leggere il libro per conoscere la storia di questa voce narrante, ma se l’obiettivo, come sembra essere, è riflettere sui sogni non più rilevanti di questa classe, magari’, il sarcasmo è un buono strumento.

    Forse a me lascia un po’ perplesso questo uso dei luoghi come uno schermo, un setting dove l’italiano che migra per realizzarsi proietta i propri desideri. Se penso a narrazioni come Questo bacio vada al mondo intero o i racconti di Grace Paley, ciò che vede è una conoscenza e un racconto delle relazioni in atto su un luogo, relazioni condominiali, di quartiere, etc. A quel punto New York diventa viva, palpitante, in un modo in cui Billyburg non è mai stata nei passati dieci anni. A me sembra che chi proietta i propri sogni su un luogo, si precluda questo.

    Mi sembra che nell’estratto qui sopra la parte in cui si narra delle relazioni tra famiglia e sposi, sia fatta molto bene, con quell’accenno al silenzio del padre.

    Okei, la smetto. Figo, però, sia detto con sincerità, fa pensare.

  9. sarmizegetusa scrive:

    in bocca al lupo!

  10. Luciano scrive:

    ottimo, lo compro

  11. Giuseppe scrive:

    @Paolo Cognetti ovviamente poi sarà l’autore a rispondere, ma passando oltre l’incipit si scopre che chi usa la seconda persona è un personaggio coinvolto più o meno direttamente nelle vicende che vengono raccontate. questo perlomeno sconta il registro sarcastico di cui si può solo inferire (senza giustificazione) alla stance morale dell’autore.

  12. Carlo (@carloebasta) scrive:

    Com’è che nella letteratura italiana non si trova più un idraulico, un calzolaio , un bottegaio manco a pagarli ? I personaggi son professionisti, magistrati, scrittori, docenti, consulenti. Questi idioti sono così autoreferenziali da fare rabbia. Pretendono di raccontare il mondo e parlano del fumo

  13. GN scrive:

    Non conosco l’autore se non per la bella traduzione di “Belli e Dannati” di Fitzgerald, romanzo zeppo di moralismo ma tra i miei preferiti; con “Class” sono arrivato a metà, e devo confessare la mia delusione per una narrazione che ingrana poco. Apprezzo l’estratto pubblicato qui sopra.

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  1. […] Francesco Pacifico, romano, classe ‘77, è stato ospite di Community nelle rubrica dedicata ai libri. Dopo “Il caso Vittorio” e “Storia della mia purezza”, è al suo terzo romanzo “CLASS. Vite infelici di romani mantenuti a NY”. […]



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