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Elogio dell’imperfezione nel “Club degli uomini” di Leonard Michaels

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Hanno quasi tutti un difetto fisico, una lieve asimmetria, i personaggi del Club degli uomini, il primo romanzo di Leonard Michaels da poco ripubblicato da Einaudi nella traduzione di Katia Bagnoli. Chi è leggermente strabico, chi ha un capezzolo in più, chi indossa calzini di due colori diversi, chi ha una piccola cicatrice vicino all’occhio destro. L’universo descritto dall’autore si compone di anomalie, di eccezioni, come se Michaels avesse timore di abituare il lettore alla normalità, e tentasse piuttosto di restituire nella sua narrazione la vulnerabilità, l’imperfezione, l’irripetibile specificità degli individui.

Sette uomini si sono dati convegno per trascorrere una serata insieme. È la prima seduta di un club per soli maschi. Sono uomini di mezza età, quasi tutti sulla quarantina, stimati professionisti, ciascuno con una storia da raccontare. Alcuni di loro si conoscono già, altri si incontrano per la prima volta. Trascorrono il tempo narrando aneddoti sulla propria vita, mangiando torte, fumando marjuana, azzuffandosi tra loro, rivelandosi inconfessabili segreti, lanciando coltelli contro la porta della cucina.

Raccontano storie come Shahrazad nelle Mille e una notte o come i dieci ragazzi del Decameron,non allo scopo di trasmettere un significato, ma come se il raccontare fosse il solo mezzo che hanno per incantare il tempo e per sconfiggere la morte. A un certo punto il narratore si ritrova con la sensazione sgradevole di aver detto qualcosa di incomprensibile, che gli altri non sono in grado di capire. Ma poi si rende conto che il senso non è importante; l’importante è solamente raccontare: «Non importa, non capisco nemmeno io. Potrei raccontarne altre, di storie senza senso. Mi capita spesso. Comincio a parlare pensando che ci sia un senso e poi non lo trovo. E che cos’è, ad ogni modo, il senso? Le cose succedono. Te ne ricordi. Tutto qui. Se le guardi da una prospettiva più ampia, ti renderai conto che il senso non c’è mai. C’è soltanto la prospettiva».

Le cose succedono. Tutto qui. Tentare di comprenderle si rivela spesso una fatica vana. L’accadere si impone con la sua inafferrabile fluidità sulle forme intirizzite dell’interpretazione. Il senso non è nient’altro che un arbitrio. La storia non si lascia intrappolare nelle rigide pastoie dell’ermeneutica, e continua a scorrere liberamente negli spazi aperti e ingovernabili del divenire.

Mentre le donne si incontrano per discutere di politica, di diritti, di identità, di ingiustizie, agli uomini piace essenzialmente giocare e divertirsi. «Paragonato a un gruppo femminista, un club maschile era un gioco», afferma il narratore. Di fronte alla complessità del sentire femminile, gli uomini hanno pensieri semplici, elementari. Hanno timore di individuare regole che possano strutturare la realtà in modo articolato, e si accontentano di registrare gli accadimenti della loro vita in maniera elementare. Mentre le donne costruiscono menzogne interessanti, agli uomini è sufficiente professare una disarmante sincerità.

Ciascun membro del club racconta una storia. Sono principalmente storie d’amore o di sesso, anche se spesso è difficile cogliere la differenza. Per lo più sono racconti sull’«altra donna», cioè su «quella che non è tua moglie». L’altra donna sfugge a definizioni troppo rigide, non si lascia incasellare in un ruolo definito, e dunque rientra in quella irregolarità che costituisce l’humus nel quale questi uomini si muovono e respirano. Solly Berliner, uno di loro,rimorchia una ragazza nel parcheggio di un motel. È completamente ubriaca, e sulle prime si dimostra ostile, ma accetta di seguirlo fino al bar e poi nella sua stanza. Il mattino dopo, mentre lui la saluta per andarsene, lo bacia con una intensità che l’uomo non si aspetta: «Metto giù le valigie e mi volto. Faccio per dire qualcosa, ma lei mi bacia, infilandomi la lingua in bocca. Come se le piacessi». Dall’ardore imprevisto di questo gesto, Berliner si rende conto che sua moglie non lo bacia nella stessa maniera, e che dunque, probabilmente, non lo ama.

Quando nel club qualcuno parla della moglie, è perché sente che essa è fuoriuscita per qualche istante dal suo ruolo di moglie per trasformarsi lei stessa nell’altra donna. Durante un weekend in montagna, Berliner fa uno scambio di coppia con degli amici.Ma quando sente la moglie gemere nell’altra stanza – non gemere in modo normale, ma gemere con trasporto, «con amore» –prova una folle gelosia, perde improvvisamente la sua erezione e abbandona la casa furioso.

Non appena la moglie esce a cercarlo, l’uomo inizia a picchiarla, finché lei non risponde alle percosse dapprima con le lacrime e poi picchiandolo a sua volta: è allora, nel momento in cui cessa di considerarla come una moglie e la percepisce come una donna indipendente da lui e dunque desiderabile, che Berliner torna a trovarla attraente, gli diventa nuovamente duro e i due incominciano a scopare.

La trama alterna il racconto della serata con le storie narrate dai protagonisti. Lo stile è talvolta essenziale, informale, segue i pensieri semplici dei personaggi del libro. Altre volte è solenne, incede con l’andamento maestoso di una marcia, suggerisce la presenza di un universo nascosto concepito al solo scopo di suscitare meraviglia: «il tavolo intorno al quale eravamo seduti – lungo e roseo durame di una pianta esotica – era stato rubato. Un albero strappato alle giungle scimmiesche. Piallato, scartavetrato, oliato, strofinato fino a che la morte aveva prodotto una patina liscia. Le venature turbinavano come un fiume, per sempre in movimento e per sempre immobili. Estetizzate». La regolarità non esiste allo stato di natura. L’ordine e l’equilibrio sono frutto di un lavoro paziente e rigoroso. Un tavolo levigato e proporzionato, che oggi si trova in un elegante salotto borghese, potrebbe in realtà provenire dal caos, dalla confusione convulsa di una giungla popolata da creature selvatiche.

Al termine della serata, gli amici hanno lasciato il padrone di casa a mettere ordine nel tumulto che si sono lasciati dietro le spalle, e ora si trovano sul pianale di un pickup diretti a San Francisco per andare a fare colazione. Fuori campeggia un’alba pigra, che stenta a debellare il buio galleggiando in una sospensione indolente, faticosa. Gli uomini si abbandonano al vento che li accarezza con benevolenza mentre si trovano a bordo del veicolo scoperto, sentendosi parte dello spettacolo mattutino della rinascita: «La prima luce lambiva la riva e più in là, lungo i banchi fangosi della baia, un lucore cotonoso si addensava contro la resistenza nera del cielo all’alba». La luce dell’aurora indugia sulle cose nel tentativo di restituire un senso all’universo, ma deve lottare contro la resistenza del cielo nero che non si arrende facilmente al regno della limpidezza. Al limitare del giorno, prima che il sole diffonda sul mondo quel chiarore che consente la conoscenza, la notte mantiene per un ultimo istante il segreto sull’asimmetria delle cose, sulla loro irriducibilità a forme conoscibili, sulla loro stupefacente unicità.

Scritto nel 1981, undici anni prima di Sylvia, Il club degli uomini è un’opera più acerba, forse meno riuscita, anche se pienamente godibile. Manca, rispetto a Sylvia, l’aura di tragica fatalità che caratterizzava felicemente quel romanzo. I personaggi sono meno drammatici, più comuni. Se Sylvia è un libro che parla della giovinezza, dell’ardore della giovinezza, della sua sfarzosità, Il club degli uomini descrive quella fase della vita in cui si fanno i conti con le proprie illusioni per smascherarle, per screditarle, e per rimpiazzarle con una voglia di vivere non più basata sulla poeticità dei sogni, ma sul fondamento solido della lealtà,sulla concretezza del desiderio.

E se i personaggi del libro non raggiungono ancora l’intensità del romanzo successivo, tuttavia essi sono già caratterizzati dalla medesima impurità, da una commovente debolezza, dalla stessa sfolgorante imperfezione.

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
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