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Il club di Fidel Castro. Un racconto cubano

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“Nell’epoca del capitalismo, succedevano cose che veramente non riusciresti neppure a spiegarti. Ascolta questa, Matteo. È una storia veramente incredibile”. Si mise a sedere e cominciò.

Credo di aver dimenticato poche cose delle tre ore in cui Felix sciorinò uno dei racconti più belli che io abbia ascoltato nelle mie settimane all’Avana. Mi ricordo il tavolo di ferro battuto e il sole che finalmente era tornato dopo tre giorni di diluvi incessanti. E l’amico di Felix, un tipo che veniva a aiutarlo in giardino, una specie di muratore. Era arrivato, si era messo a sedere sulla sedia a dondolo, fumava e Felix gli offrì un caffè e gli spiegò qualcosa a lungo finché quello non scese le quattro scalette e cominciò a lavorare. Io ero seduto lì e mi appuntavo note e stabilivo itinerari e lui, Felix, impugnò la spalliera di una seggiola, fece un cenno a sua moglie Lidia che usciva, vestita di tutto punto, per incontrare non so chi, poi mi guardò e prese a dire: “Nell’epoca del capitalismo…”

Di tutte le cose che ricordo, quel che non so ora è perché quel mattino Felix volle raccontarmi del Country Club. Forse perché parlavamo spesso di scuola e il racconto sarebbe andato a concludersi proprio con le scuole che presero il posto del Country Club dopo la Rivoluzione. O forse perché la passione di Felix per il sistema educativo era così forte che non poteva fare a meno di tirar fuori aneddoti come quello che sto per raccontare. O forse perché ogni tanto aveva bisogno di ricordare i tempi del capitalismo. Gli capitava spesso, in realtà. Anche a sua moglie Lidia. “Nell’epoca del capitalismo”. Era una specie di formula. Un intercalare temporale che definiva un concetto. Ossia un concetto che aveva a che fare con la storia e che però la storia ormai l’aveva superata. Quel che era capitato a Cuba prima del 1959, infatti, era ormai  diventato simbolo, una specie di immagine paradigmatica di ciò che non sarebbe dovuto accadere mai più. Certo che dopo erano accadute molte cose dure, sgradevoli e anche tragiche, ma nulla che assomigliasse a quello che capitava prima.

Cose che Felix e Lidia conoscevano bene. Erano nati negli anni Trenta e si erano conosciuti dopo la Rivoluzione. Entrambi maestri ma di origini diverse. Lei ragazza della capitale: alla moda, attenta ai gesti e al portamento, attentissima alle parole. Lui contadino della provincia occidentale: sguardo sui campi, attento ai gesti del corpo, attentissimo alle parole. Entrambi maestri, dicevo, entrambi subito cooptati per la grande opera di alfabetizzazione. Felix era uno di quei giovani che la Rivoluzione aveva immediatamente spedito addirittura in montagna a cercare contadini, pastori, uomini e donne sperduti nella selva, chiunque non sapesse né leggere né scrivere. Ma in montagna a quei tempi si sfidava la controrivoluzione. Felix se l’era vista brutta più volte. Aveva rischiato di essere preso da qualche fanatico di Batista. Se lo avessero fermato, la pena per chi portava istruzione in montagna era certa.

Ma non lo avevano preso mai e così aveva potuto conoscere Lidia, maestra in città. Si erano sposati. Avevano vissuto decenni insieme al Vedado, il quartiere residenziale dell’Avana, dove avevano superato ogni prova e anche gli anni più difficili, quelli del período especial, quando Cuba, perso l’appoggio economico dell’Unione Sovietica e isolata dall’embargo di marca statunitense, aveva dovuto trovare il modo di sopravvivere. “Certe volte in tavola ci siamo divisi una patata bollita” mi diceva lui “Mancava tutto. Ma mai, dico mai, caro Matteo, che sia stato tagliato un centesimo di ciò che andava a sanità e istruzione”. Questo doveva essermi chiaro. Questo era diventato chiaro nelle settimane di racconti che mi fece spiegando che l’unica ricchezza di Cuba è la conoscenza, prima di quel mattino in cui cominciò a raccontarmi del Country Club.

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“Vedi, nell’epoca del capitalismo, il Country Club era una specie di istituzione. L’istituzione più esclusiva che esistesse a Cuba. A tal punto che, pensa un po’, successe questo. Un giorno, anzi una sera, arrivò sull’uscio del Club Fulgencio Batista. Ora, tu sai com’era Batista? Guarda, Batista è stato un dittatore, un nemico del popolo cubano. Però, io sono di origini umili, Matteo, sono nato contadino. Io riconosco a ciascuno lo sforzo che ha fatto per emanciparsi da un’origine disagiata. Batista non apparteneva affatto a famiglia benestante. E lavorò tantissimo per fare carriera, per educarsi, per imparare, costruirsi una sua conoscenza delle cose eppoi una reputazione. Questo io, al di là di tutto, glielo devo riconoscere e voglio che si sappia che glielo riconosco. Non accuso Batista integralmente. Penso che ci siano sforzi di grande dignità che ha fatto nella sua giovinezza. Il punto però vedi è che Batista soprattutto non era bianco. Non era neppure scurissimo. Ma insomma aveva pelle un po’ – come dire? – marroncina e non era certo abbronzatura. Lui cercava di spacciarla per abbronzatura. Perché sai, nell’epoca del capitalismo, Cuba era più che razzista. Dunque lui che voleva farsi dittatore e infine ci era riuscito non poteva mostrarsi per quel che era, cioè non bianco. Fingeva. Aveva addirittura escogitato qualche stratagemma per far perdere le tracce della nonna afrocubana tanto pensa che uno dei ritornelli più popolari era “E tua nonna dove sta?”, un ritornello che entrò addirittura in un telefilm. Aspetta, apro una parentesi, ti racconto di questo telefilm”.

Ora, chiunque sia stato a Cuba, e abbia ascoltato un cubano parlare, sa quello che voglio dire e può saltare questo paragrafo. I cubani sono geneticamente narratori, hanno l’oratoria nel dna e chi si stupisce dei lunghissimi e magnifici discorsi di Fidel Castro, oggi, semplicemente non conosce Cuba. A Cuba, se uno ha voglia di raccontare, che sia un raffinato intellettuale o il suo contrario, può coinvolgerti in discorsi narrativamente strepitosi. Ti può parlare per ore e ore, aprendo parentesi e richiudendole, usando tecniche teatrali brillantissime. Curando descrizioni di colori, odori, sapori e minuzie che non sai se ridere o piangere. Pensate a José Lezama Lima e a Paradiso, il suo capolavoro, che peraltro proprio in questi giorni è tornato in libreria. Se affondate nel delirio narrativo di quel libro potrete farvene un’idea letteraria. Altrimenti andate a Cuba e ascoltate. Felix per me è stato il massimo esempio di questa abilità retorica. Usava innumerevoli toni di voce per prendere le parti di donne, uomini, vecchi e giovani. Usava volume e cadenza per calcare sulla sintassi e sul periodare lungo. Sentivi i due punti e le virgolette aperte mentre le mani falciavano l’aria e ti predisponevano all’ascolto di un dialogo. Aveva la capacità di aprire parentesi in cui ti descriveva un luogo con una ricchezza di particolari indecente. Poi richiudeva la parentesi, riprendeva la principale e tirava dritto per qualche altro minuto, prima di perdersi in nuove divagazioni.

Non starò adesso a raccontare del telefilm in cui il ritornello “e tua nonna dove sta?” divenne una specie di slogan diffusissimo e tuttavia clandestino per ridicolizzare il dittatore. La parentesi sul film durò un bel po’ e Felix rideva e ci giocava e sfotteva il dittatore a cui prima aveva già reso l’onore delle armi. Ma insomma, fatto sta che Fulgencio Batista era nero. Lo sapevano tutti. E benché lui facesse di tutto per nasconderlo e benché la sua corte fosse accondiscendente come sempre capita con i tiranni, Cuba nell’epoca del capitalismo restava l’isola più razzista dei Caraibi e nell’istituzione più elitaria dell’isola non erano disposti a fare sconti. Perciò il giorno che Batista arrivò sulla soglia e fece per entrare, il portiere del Country Club disse al dittatore: “Mi scusi Presidente, ma non è permesso”. Lui rimase di stucco. “Io? Non posso entrare io? Io il Presidente della Repubblica di Cuba?” “No, non può entrare, mi scusi, non dipende da me, sono regole del Club, non posso farla entrare” “E perché mai?” “Non è permesso, Presidente, mi perdoni, sono le regole del Club”. Così andò quella sera. Felix me lo raccontava ridendo perché da una parte era assurdo il razzismo cubano ma dall’altra era straordinaria la coerenza e la dignità del Country Club: se quelle erano le regole in vigore in un paese che era diventato il puttanaio di America, che valessero a ogni costo. Molto bene. Batista quella sera fu costretto a fare dietro front. Sdegnosamente, nel suo magnifico vestito bianco (che esaltava ancor di più la presunta abbronzatura), se ne tornò verso la macchina fendendo a grandi passi la scorta che lo aveva accompagnato. Il dittatore di Cuba non era ammesso nel suo club più esclusivo.

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I giorni seguenti, stando al racconto di Felix, furono per Batista giorni di fuoco. Nulla delle questioni politiche di ordinaria amministrazione riempiva i suoi pensieri. Neppure il gruppuscolo di rivoluzionari che assieme a Fidel Castro continuavano a seminare scompiglio sulla Sierra Maestra. Il centro dei pensieri di Batista era costituito dall’origine della sua rabbia e della sua vergogna. Doveva vendicarsi del Country Club. Doveva trovare un modo. E infine il modo lo trovò.

“Qual è la miglior maniera di vendicarsi di chi ti ha umiliato? Non c’è dubbio. Un’umiliazione ancor più distruttiva. Caro Matteo. Quale potrebbe essere il modo di vendicarsi e umiliare il club che rappresenta l’istituzione più elitaria? Non c’è dubbio: creare un’istituzione ancor più elitaria, un club ancor più magnifico, un luogo fatato, fiabesco, divino. Fu quel che decise di fare Batista. Ora, se tu oggi o domani andrai a visitare i luoghi che furono del Country Club, Matteo, ti renderai conto dell’immensa bellezza di quei campi, le colline, le palme, la vegetazione, il manto di erba perfettamente curato ancora oggi che quegli spazi non sono più occupati da un circolo di golf ma dal fiore all’occhiello delle scuole d’arte cubane. Be’, allora? Come fare a trovare un posto migliore, ancora più bello e soprattutto vicino, così vicino da schiacciare e distruggere il Country Club? Dillo. Sai immaginarlo? Pensaci. Vediamo se riesci a farti venire in mente l’idea che esaltò Batista e gli fece credere che ce l’avrebbe fatta. Che dici? Indovini? Be’ lui ci pensò giorni. A te non posso dare giorni interi. Te lo dirò io. Il posto più impensabile: sul mare”.

Batista mise al lavoro una squadra di ingegneri, architetti, visionari creatori di giardini e tutti quelli che avrebbero potuto realizzare la sua impresa. Costruire un’isola artificiale, sul mare, proprio davanti al Country Club dove aprire il suo club, il suo circolo di golf, un luogo fiabesco e perfetto, un posto dove chiunque avrebbe pensato di trovarsi in un film o in un libro di favole, un luogo fuori dall’immaginazione, un sogno alla Gatsby, un’utopia, un’atopia anzi, perché non ci fu luogo in cui si riuscì a metterla in pratica  infine e non perché gli sforzi dell’équipe messa assieme da Batista fallirono ma perché nel frattempo qualcos’altro dovette prendere il posto dei pensieri del dittatore: Fidel Castro. Altro che sogni. Quando la rivoluzione trionfò il progetto non era che all’inizio e non avrebbe mai più visto la luce.

“Sai Matteo, la notte in cui Batista fuggì era capodanno. La festa era organizzata e nessuno aveva avvertito del pericolo ma Batista sapeva e fuggì. Un aereo era pronto per portarlo a Santo Domingo. Se la filò lasciando ogni cosa incompiuta. Del resto era già da due anni che Fidel giocava con lui come il gatto col topo. Io credo che Fidel cominciò a vincere definitivamente già all’inizio del 1957 quando diede quella famosa intervista al New York Times. La conosci la storia dell’intervista a Herbert Matthews? L’hai letta? Ma sai come andarono le cose? Ah, Matteo, tutto ti devo raccontare”.

L’ennesima parentesi di Felix in quelle tre ore di un anno fa è strepitosa e devo dare qualche cenno. Il celebre scoop con cui Matthews raccontò del leader rivoluzionario che si diceva pronto a prendere il potere potete trovarla ovunque in rete e non sta a me ora darne conto. Mi stupisce solo pensare che in questi giorni, mentre si scrive tanto di Fidel Castro, nessun quotidiano e nessuna rivista abbia pensato di ripubblicarne almeno qualche stralcio. Ma insomma, la cosa divertente secondo Felix non fu tanto quel che Castro disse al giornalista americano, infatuandolo, stregandolo, convincendolo di ragioni talmente semplici e evidenti che difficilmente gli si sarebbe potuto dar torto (la politica che Castro adottava con i soldati di Batista presi durante gli scontri per esempio. Rilasciarli dopo aver spiegato loro che avrebbero combattuto per una Cuba democratica e per uno stipendio che non fosse da fame. Le diserzioni salirono esponenzialmente). Gli aspetti divertenti furono quelli ingannevoli. Tutta la messinscena con cui si fece credere al giornalista che una rete molto ben rodata attraversasse l’isola, la rete che permise a Matthews di incontrare Castro dato da molti per morto. E soprattutto la messinscena durante l’incontro. Quando Castro organizzò le sue sparute truppe in maniera tale che comparivano e scomparivano, riapparivano e salutavano, presentandosi al Comandante come truppe ogni volta diverse per lasciar credere a Matthews che l’organizzazione sulla Sierra Maestra fosse ben più cospicua di quanto in effetti non fosse. Felix modulava la voce per ciascun soldato che si presentava a Castro dando notizie di una certa colonna per poi sgattaiolare via e spingere altri a farsi vivi con la medesima divisa sfilata e reindossata e tutti gli artifici che secondo Felix Castro escogitò per mostrare a Matthews una realtà ben diversa da quella che in effetti non era.

Comunque secondo Felix fu da quel 17 febbraio del 1957 che Batista entrò in crisi. Era certo che Castro fosse morto e se lo ritrovava più vivo e organizzato che mai. Aveva sbagliato a liberarlo, anni prima, convinto dai gesuiti. Avrebbe pagato il suo errore. E così visse i due anni successivi nel crescente timore che i barbudos potessero seriamente distruggere tutti i suoi sogni. Chissà se immaginava di dover lasciare la grande incompiuta, ossia il circolo di golf con cui aveva sognato di umiliare il Country Club. Certo che alla fine, fuggendo in quella notte di capodanno, dovette ripensarci. Forse dall’aereo vide brillare le luci sul molo che avrebbe dovuto portare all’isola? Forse diede un’occhiata eppoi pensò al suo futuro, alla Spagna di Franco che lo avrebbe accolto e gli avrebbe concesso ancora quattordici anni di vita, vita agiata ma nell’oblio, un oblio che tentò di rompere scrivendo libri sul presunto tradimento di Cuba. Inutile cercare di immaginare i suoi pensieri in quella notte, comunque. Se pensò al molo o meno poco importa. Quel che importa è che noi ancora oggi possiamo intravederlo, quell’unico visibile superstite del sogno di Batista. Felix mi spinse a cercarlo, davanti alla fermata dei bus di Playa, dove sarei arrivato in una mezzoretta quel mattino per andare a visitare la scuola di belle arti che aveva preso il posto del Country Club.

Non si rendeva conto, Felix, che quel mattino era già finito col suo lunghissimo racconto. Glielo dissi e lui battè le mani sul tavolo corrucciandosi. Ma non doveva preoccuparsi. Sarei andato l’indomani. Mi andò bene, fra l’altro. Il tempo era ancora più bello. Ormai le piogge erano passate davvero. Il cielo era terso, l’aria quasi fresca al mattino presto e io presi uno di quei taxi collettivi cubani che sono l’anima dell’Avana con la loro carcassa anni Cinquanta, la gente dentro che si racconta storie, i finestrini aperti nel vento del mare e la portiera da chiudere con estrema grazia perché la carrozzeria di quei confettoni motorizzati è la cosa più delicata del mondo e nessun torto è peggiore per un cubano che sbattere la portiera con noncuranza come siamo abituati a fare noi con le nostre automobiline di plastica. Presi uno di quei macchinoni fermandolo sul ciglio di Línea con il gesto che Felix mi aveva spiegato, un gesto che lascia capire all’autista dove sei diretto, mimica fisica da imparare con cura. Arrivai a Playa e rimandai la ricerca del molo a più tardi. Nel piazzale zeppo di bus, baracchette di venditori, mercanzie, banchi improvvisati e strambe opere d’arte disseminate qua e là, cercai il bus che mi portasse poche fermate verso l’interno. Saltai a bordo, attraversammo campi su cui si aprivano fattorie statali, cartelli su cui era scritto “La Agricultura es la ciencia de las oportunidades”, viottoli e casette e una bella statua in gesso di Che Guevara che una signora mi indicò: “Sai chi è quello? Bob Marley” disse e scoppiò in una fragorosa risata. Arrivai all’ingresso del CNEArt, il Centro Nacional Escuelas de Arte, in pochi minuti. Chiesi della direttrice della scuola di danza. Mi lasciarono entrare indicandomi il percorso da seguire.

Ecco il Country Club. Gli immensi campi, la vegetazione che mi aveva descritto Felix, i prati tagliati per bene, le colline, i fiumiciattoli, i ponticelli. Impianti di irrigazione spazzavano il cielo formando cenni di arcobaleno. Ragazzi e ragazze camminavano qua e là fra i grandi padiglioni disseminati tra le colline che un tempo avevano ospitato l’istituzione più elitaria di Cuba. Superai la scuola di musica e quella di balletto. Intravidi lontano – così almeno assicuravano i cartelli – la scuola di arti plastiche. Da qualche parte doveva esserci anche la scuola di teatro. Ma io tirai dritto lungo la strada che mi avevano accuratamente illustrato all’ingresso per raggiungere la scuola di danza. Qui, mi accolse Luisita, la direttrice. Mi fece vedere la mensa dove mangiavano ragazzi dai 16 anni in su, mi spiegò come venissero selezionati nell’isola i migliori ballerini. Elencò i corsi, le età. Tutto quello che lo Stato offriva ai ragazzi. Anni di corsi di livello altissimo. Vitto e alloggio ovviamente. Nessun bisogno inevaso. Mi disse i numeri delle scuole, le centinaia e centinaia di fortunati, ammesso che fosse la fortuna ciò che ricompensava lo sforzo e che andava di pari passo al talento quando il talento viene forgiato nello studio. Insomma, il merito. Mi portò a vedere i padiglioni. Spiegò che erano stati progettati da architetti italiani. Sciorinò nomi. Si aprivano sale dove ragazzi e ragazze si esercitavano. Corpi di bellezza inaudita. Sudore. Sforzi sublimi. Maestri e maestre concentratissimi. Prove, esami, la durezza della danza. Poi mi spinse fuori e indicò i campi e mi disse: “Sai come è nato tutto questo?” Io lo sapevo ma finsi. Così lei, mentre gli occhi le si illuminavano, mi raccontò la stessa storia che con cui aveva concluso le sue tre ore Felix il giorno prima, ossia quella del mattino in cui Fidel Castro era stato portato al Country Club.

Era arrivato lì in una giornata meravigliosa. Forse bella come adesso, più di mezzo secolo dopo. Forse anche lui aveva vagato come me fra campi e colline, attraversando i ponticelli che erano stati negati a Fulgencio Batista. L’invito era stato ufficiale. Probabilmente il club sperava di sopravvivere. Magari il golf poteva continuare a esistere anche con i tempi nuovi che arrivavano. Accompagnarono Castro con tutti gli onori indicandogli ogni cosa mentre lui ascoltava in silenzio. Sembrava pieno di felicità. Lo spinsero di qua e di là e lui si lasciò portare finché non lo invitarono a entrare nella casina sociale, mostrandogli la porta a cui il dittatore non era mai stato ammesso. A quel punto però, per la sorpresa di tutti, Castro volle fermarsi sull’uscio. Irremovibile, sorrise a tutti e disse che per lui la visita era finita. Spiegò che era felicissimo di aver potuto vedere per la prima volta in vita sua quel posto di cui tante persone avevano tessuto elogi. Aggiunse con enfasi che era davvero uno spazio straordinario, di straordinaria bellezza. “Tanta bellezza non deve essere persa” disse alla fine “Costruiremo qui nel modo migliore che sia per noi possibile spazi per ospitare le scuole d’eccellenza del paese. Tanta bellezza deve ispirare l’arte”.

Ringraziò tutti, si diresse verso l’automobile con cui era arrivato e tornò verso il centro dell’Avana.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie). I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
Un commento a “Il club di Fidel Castro. Un racconto cubano”
  1. Luigi Bertolini scrive:

    Molto ben scritto. Ho diretto e prodotto un film-documentario in collaborazione con Cubavision dal titolo: Il Che a Cuba trent’anni dopo. Tra le altre cose ho anche fatto un documentario sulla storia del Ferrocarril Cubano. Ora sono alle prese con un libro da circa due anni. Mi fa’ immensamente piacere leggere cose come queste, scritture di una Cuba colta e raffinata che pochi conoscono nella sua vera essenza. Mi piacerebbe conoscerla per intercambiare le nostre esperienze.
    Grazie per la piacevole lettura
    Luigi Bertolini

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