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Il colibrì di Veronesi vola alto

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di Valentina Berengo

Sandro Veronesi è tornato. È tornato al romanzo con quella capacità d’incantare che gli è propria e lo ha incoronato narratore ai vertici quando gli è riuscito di incollare i lettori alla pagina per seguire i pensieri e i gesti di Pietro Paladini di Caos calmo (Bompiani, 2005; Premio Strega 2006)che smette di andare al lavoro per trascorrere la giornata chiuso nella sua macchina, davanti alla scuola della figlia.

Con Il colibrì (La Nave di Teseo, 2019) succede di nuovo. Succede che uno comincia a leggere e non riesce a smettere più, nonostante i salti temporali – si apre nel 1999, indietreggia al ’98, torna al ’99, quindi indietro fino al 1981 e poi ancora, fino agli anni sessanta, per saltare poi nei pieni anni duemila, e avanti così, a singhiozzo, arrivando a toccare anche il futuro (2030) – ; nonostante cambi spesso voce, mescoli lettere, cartoline, pezzi di saggi, poesie, dialoghi, in un patchwork che, incredibilmente, non spiazza mai; nonostante, nel fluire di un racconto che si compone francobollo per francobollo, non si riesca a intuire mai bene dove l’autore voglia andare a parare. O forse proprio per tutte queste ragioni insieme.

L’incipit non lascia scampo: nell’ambulatorio del protagonista, l’oculista Marco Carrera (dalla madre chiamato “il colibrì” perché fino a quindici anni era rimasto minuto come un uccellino, completamente fuori scala rispetto ai coetanei), un giorno del 1999 si presenta Marco Carradori, lo psicanalista di sua moglie che ha per lui una serie di domande la cui risposta gli farà capire se il dottore stia correndo un grosso pericolo o meno.

Fin dall’inizio è chiaro come nulla sia realmente come sembra, e come sotto l’apparente fluire delle cose della vita vada tracciandosi un disegno che forse ha più senso di quanto non si possa immaginare: nel nuovo romanzo di Veronesi tutto è sull’orlo di trasformarsi nel suo opposto o già lo è, anche se in modo tacito o inconsapevole. Non esiste un modo univoco di guardare alle cose, sembra di capire mano a mano che si legge.

Si seguono le vicende di Carrera e della sua famiglia di origine, il rapporto straziato con il fratello Giacomo a cui il medico scrive dolorose email dopo la morte dei genitori (affascinante quella in cui elenca gli Urania collezionati dal padre e la ragione dei buchi di quella preziosa collezione), si capisce piano piano che un seme di inguaribile instabilità ha contagiato le donne della sua vita: la sorella Irene, incapace di resistere alle pressioni del vivere; la moglie Marina la cui verità sarebbe emersa solo facendo precedere un “non” alle sue affermazioni; la figlia Adele che è cresciuta convinta di avere un filo legato alla schiena.

E poi c’è l’amore tra Marco e Luisa Lattes, mai consumato, via fermo posta, straziato come solo il vero amore può essere e durato un’esistenza intera, c’è l’Innominabile, lo iettatore compagno di giocate d’azzardo che salvò la vita a Marco quando pretese che scendessero da un aereo che poi cadde, ma cui il medico segnò la reputazione per sempre.

La parola colpa aleggia nell’aria e viene, o non viene, pronunciata, ma è ben chiaro che “con le colpe” non si va da nessuna parte.

Nella paradossale leggerezza di un racconto dove il prima e il poi non sono così significativi come se il nesso di causa-effetto non fosse l’unico modo, quello scientifico cioè, di esaminare la vita e le relazioni, l’autore inanella il racconto di una vita e delle sue ramificazioni come fosse un paradigma e insieme un unicum bizzarro. E entra così profondamente nel dolore da spezzarlo in infiniti frammenti minuscoli e potenti. C’è un ritmo, nel narrare, che è dettato dal ricomparire di un cammino “che tutti hanno conosciuto […], direttamente o indirettamente, e chi non l’ha conosciuto lo conoscerà, e chi non l’ha conosciuto né lo conoscerà o è un eletto o è tra tutti il più sfortunato”. È la morte, unica certezza, che diviene un filo che collega chi resta e chi lascia. E, per un bilancio di vasi comunicanti, c’è altrettanta vita.

Ne Il colibrì Veronesi stratifica la sua esperienza di narratore riuscendo a mettere insieme in modo composto e profondo, come in un harakiri, i grandi vortici della vita. In Carrera c’è l’eco di quel Paladini di Caos calmo che sta fermo in macchina, il dubbio di Giovanna e la fiducia di Don Ermete di XY (Fandango 2011), romanzo in cui l’inspiegabile entra di prepotenza nelle vite di tutti, e anche il dolore misurato e infinito di Profezia, il racconto di apertura della raccolta Baci scagliati altrove (Fandango 2011), in cui un figlio accompagna alla morte il padre. C’è il senso di precarietà di questi tempi funesti, ma c’è anche la speranza, che prende le forme di un uomo nuovo, con cui “si comincia bene [perché] l’Uomo del Futuro è una donna”.

C’è il meglio, insomma, e sentiremo parlare ancora parecchio de Il colibrì, di sicuro:non capita spesso che gli autori già bravi siano in stato di grazia.

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