Land in Sonne, di Christine Fenzl, 2019

Colmare il vuoto. Trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino

di Filippo Rosso

Il 9 novembre di 30 anni fa, la caduta del Muro di Berlino sanciva l’inizio del processo di riunificazione tra le due Germanie, completatosi undici mesi dopo, nell’ottobre del 1990.
Il cosiddetto Muro era in realtà un complesso sistema di fortificazioni che comprendeva due barriere fisiche (il grenzmauer, il Muro vero e proprio e l’hinterlandmauer), le torri di avvistamento e i checkpoint. C’era poi la todesstreifen (striscia della morte), un corridoio di terra spianata largo da appena qualche metro a centinaia di metri, che per essere ricavato aveva richiesto la demolizione di molti edifici civili e ovviamente lo sfollamento delle persone che ci vivevano.
A Berlino tutto ciò non era una novità. Bisogna ricordare che qui evacuazioni e sfollamenti erano avvenuti costantemente anche prima del Muro. Berlino era stata rasa al suolo nel 1945 e da allora, sotto l’occupazione di quattro potenze straniere, si era rapportata con l’idea che gli spazi civili potessero essere aggrediti e annientati.
La vita quotidiana si sovrapponeva all’immagine delle macerie che ancora non erano state ricostruite. Il dopoguerra berlinese infatti non si è esaurito, come altrove, con un decennio o due di ricostruzione. È stata un’opera lenta e costosissima durata almeno mezzo secolo. Le ferite sono rimaste aperte ben oltre il tempo della disfatta, con sconfitte nuove, con altre prevaricazioni.

La caduta del Muro è stata condita di abbondante retorica che ha evidenziato il suo lato liberatorio, ma nelle sue pieghe ha rappresentato un evento traumatico e non privo di criticità. Tra gli effetti più immediati per le persone c’è stato lo straniamento di doversi riappropriare, per l’ennesima volta, degli spazi che la Storia aveva sottratto loro. I berlinesi (tutti i berlinesi, a est e a ovest) si sono ritrovati di fronte alla metà della città che gli era stata vietata. Per mesi e mesi hanno continuato ad attraversare la striscia della morte ancora increduli che potessero farlo. Tra tutti i luoghi era proprio la todesstreifen quello che creava maggiormente questo impossibile cocktail di senso di libertà e di paura. La frontiera che aveva ingabbiato mezza città ora strideva alla vista come un enorme, irragionevole e sinistro nonsense.
Non è stato facile e c’è voluto tempo prima che l’atto di attraversare lo spazio del Muro diventasse normale, quel Muro che a colpi di piccone e di rimozione psicologica, da entità concreta si alleggeriva ed evaporava, fino ad astrarsi in una linea sempre più confusa tra i cantieri delle nuove costruzioni.

Sono stati tempi di cambiamenti profondi. Un cospicuo numero di berlinesi dell’est era in cerca di lavoro e di abitazioni più moderne. Ad ovest, chi faceva fatica a vivere, prendeva possesso delle case lasciate vuote dagli ossie. E tra questi non mancavano italiani, francesi, polacchi e anche altri ossie, ovviamente. I furgoni a noleggio avevano preso il posto delle camionette militari.
La gente si organizzava come meglio poteva, e nel frattempo ingenti capitali sia pubblici che privati avevano iniziato a ingrassare il business dell’edilizia. Chiunque abbia visitato Berlino negli anni novanta, si ricorderà di una città che cresceva sotto l’ombra delle gru.
Non c’è stata solamente Potsdamerplatz (dove la striscia della morte aveva lasciato 60 ettari di nulla), trasformata dai suoi grattacieli in un crocevia tra i più attivi d’Europa. C’è stato tutto ciò che si poteva (si doveva, secondo un diktat che nei modi scorreva parallelo a quello socialista) costruire nello spazio lasciato libero dagli sconquassi del passato: se palazzine di lusso, centri commerciali o sedi di imprese faceva poca differenza. Nuovi edifici, a partire dagli anni novanta, si sono sovrapposti agli esistenti in modo capillare, andando a soffocare addirittura i cortili interni delle abitazioni o rimuovendo le ultime sezioni del Muro (tra le proteste).
Quel processo che prende nome di ricostruzione, e in tempi più recenti  riqualificazione, gentrificazione – ha una tendenza: saturare all’eccesso, colmare. Un trend diversificato e a più livelli (sociale, economico, architettonico), ma nella sostanza univoco e unidirezionale. È l’antico senso dell’horror vacui in salsa capitalistica che si alimenta solo se riesce a trasformare obiettivi in risultati, opportunità in concretezza. Assenza in presenza.

Berlino a tutt’oggi non ha smesso di interrogarsi sul destino dei suoi spazi. In tempi più recenti, nel 2008, la chiusura dell’aereoporto di Tempelhof ha esposto la città a una nuova ondata di speculazione. Si tratta di una superficie di 365 ettari (cinquanta campi da calcio, per rendere meglio l’idea), un’isola di nulla nel centro della città, un’opportunità dai margini di profitto enormi.
Ma Tempelhof è innanzitutto un’area verde che è stata donata alla popolazione. Pensare di trasformalo in un nuovo quartiere è stato visto da molti come inaccettabile. Nel 2014, supportato da una grande mobilitazione popolare, un referendum per lasciare il parco così come è stato vinto, decretando lo stop dei lavori. Per quanto tempo ancora?
Se lo domandano in molti, ma fino ad oggi Tempelhof non è ancora stato toccato. E in questa battaglia bisogna leggere sia la reazione a un nuovo sconvolgimento del planning urbano che lascerebbe fuori i più, sia forse, più velatamente, un attaccamento dei berlinesi all’idea di una città incompiuta, aperta, temporaneamente indefinita.

È di questi giorni la notizia della pubblicazione di un libro di fotografie che ha attirato la mia attenzione. La fotografa è Christine Fenzl, una bavarese che vive a Berlino dal 1992, una precorritrice di quell’onda di studenti e lavoratori del sud della Germania trasferitesi qui dopo la riunificazione.
Il libro si intitola Land in Sonne, letteralmente “Terra in sole”. Il titolo ricorda il nome di un viale che un tempo il Muro troncava in due pezzi e che ancora oggi sembra  sull’orlo di esplodere per contrasti sociali e violenze, la Sonnenallee. E sembra alludere che i nomi brillanti, come anche nel caso della Sonnenallee, servono a nascondere lo squallore della realtà a chi la vive.
Il volume è composto da una serie di ritratti di ragazze e di ragazze, i cosiddetti Wendekinder. Per “bambini del Muro” si intendono quegli individui che hanno vissuto parte della loro infanzia a Berlino Est, ma che per la loro età (oggi compresa tra i 30 e i 35 anni) non ne possono avere molti ricordi.
Le fotografie mostrano principalmente un contrasto: la giovanilità e la presenza fisica contro il paesaggio desolato della periferia. Una ragazza (capelli multicolore, piercing) è seduta con le spalle su un muretto verniciato di bianco, è una figura viva su una tela. Un ragazzo muscoloso, in piedi in un campo incolto, stringe il collare del suo cane a mo’ di bilanciere. Scorrono foto di ragazzi efebici adagiati sul loro letto, spossati, senza energie. E gli spazi, che l’autrice intervalla agli umani come fossero anche loro un soggetto con una vita e una memoria, suggellano una simbiosi tra i mondi.
Questa terra al sole, al cielo, è uno spazio vuoto. Il vuoto, di nuovo. Il vuoto che è sempre in bilico tra essere contemplato o trasformato in qualcosa che si ritiene più utile, nella periferia sfiorata appena dai processi di riqualificazione, è solido e concreto al punto che non si riesce a riempire, se non da vaghi ricordi e da fantasmi.

(Foto: Christine Fenzl)

Commenti
3 Commenti a “Colmare il vuoto. Trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino”
  1. Annalisa Bordone scrive:

    Bel post, rende bene l’atmosfera. Sono stata a Berlino spesso negli ultimi anni e ho partecipato alla commemorazione del venticinquesimo anniversario. Ricordo che é stato un evento molto partecipato e per certi versi toccante. La gente affollava il percorso del muro e si percepiva l’emozione negli occhi delle persone che hanno vissuto prima persona fine di quell’epoca.

  2. sergio falcone scrive:

    muro di berlino

    nel muro
    c’è una crepa.
    nella crepa
    c’è un muro

  3. Marina scrive:

    Vero. Un’emozione ogni volta passare quella linea.

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