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Il colore dell’odio. Intervista a Alexi Zentner

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Il pericolo della crescita del suprematismo bianco è stato uno dei temi cruciali che ha segnato la dura campagna elettorale statunitense e lo scontro tra i candidati alla presidenza. Per comprendere la dimensione del fenomeno e delle sue molteplici implicazioni, c’è un romanzo non solo dal titolo significativo, Il colore dell’odio (66thand2nd, 336 pagine, 18 euro, traduzione di Gaspare Bona), che dopo gli ottimi riscontri della critica e dei lettori d’oltreoceano è approdato in Italia.

Lo scrittore Alexi Zentner, classe 1973, nato in Ontario ma da sempre negli Stati Uniti (Ithaca, New York), esplora l’oscurità, le ragioni e le pulsioni del mondo, soprattutto nel proletariato dell’America bianca, caratterizzato dal fanatismo religioso e dal mito della razza, attraverso la storia dell’adolescente Jessup che cresce nello Stato di New York in una famiglia proletaria intrisa delle teorie violente suprematiste.

Il patrigno, David John, è un neonazista che ha assaggiato il carcere e rappresenta un riferimento ambiguo per Jessup: gli vuole bene, perché ha aiutato la madre a liberarsi dall’alcolismo, ma si interroga sull’odio che contraddistingue le sue azioni. Conflitti di classe, crisi, razzismo, politica e fede: nella narrazione di Zentner emergono tutte le sfide interne principali degli Stati Uniti e del prossimo inquilino della Casa Bianca.

Come si può amare le persone che odiano?

«Talvolta non è semplice nella vita trovare un terreno comune con le persone alle quali siamo legati per vincoli famigliari. Non è semplice far capire loro quanto ci possano ferire le cose in cui credono o i comportamenti come per esempio il razzismo che non è innato».

Che cosa rappresenta per Jessup lo scontro tra il mondo della famiglia e quello della scuola?

«Una delle sue difficoltà è che nella scuola frequentata molti studenti provengono da famiglie benestanti con un’alta istruzione, nelle quali i figli sono stati allevati con l’idea della tolleranza».

Quale via di fuga trova il protagonista dal tribalismo famigliare?

«L’educazione. Per Jessup la possibilità di accedere a una buona università costituisce il passo in avanti. Più incontriamo persone che non ci assomigliano, più viaggiamo e facciamo esperienza di vite lontane dalla nostra, più sarà semplice essere gentile verso chi ci è diverso».

Qual è la radice del disprezzo che anima l’odio?

«La paura. L’odio nasce da ciò che si ignora».

Quali sono le tre radici principali della violenza?

«Il mercato delle armi, il maschilismo e la povertà».

Che cosa caratterizza il suprematismo bianco di cui si nutre il patrigno David John?

«È una delle identità settarie fondative della nazione. L’America deve accettare che è stata eretta sul razzismo e ancora si lavora attivamente per mantenerlo. Le distinzioni di classe e le disparità razziali sono in totale contraddizione con il sistema di credenze. Lo schiavismo è il peccato originale che non si vuole guardare. Solo da mezzo secolo è una democrazia non basata sull’esclusione razziale».

Qual è l’influenza sociale e politica di aggregazioni come la Santa chiesa dell’America bianca?

«In molte chiese statunitensi, che si definiscono cristiane, è improbabile ascoltare parole di accoglienza per i meno fortunati, compassione e rispetto per l’altro. È difficile ammettere che in molti si professano cristiani, ma agiscono come se Dio animasse l’odio. La Santa chiesa dell’America bianca del romanzo è una realtà che esiste nel paese e avvelena la vita nelle comunità. Si predica una versione del tutto personale del cristianesimo».

Lei tocca due nodi cruciali: giustizia e ricchezza. È ancora vivo negli Stati Uniti il mito di una società senza classi?

«Soprattutto in America esistono regole diverse per i ricchi. Il povero è punito per la mancanza di denaro, anche se non dipende necessariamente da lui. Tutto è a favore di chi gode già di privilegi. Gli americani hanno sentito sempre raccontarsi che il duro lavoro rappresenta l’unica strada per il successo, tuttavia si tratta di una bugia. Persone con due lavori a tempo pieno spesso non riescono a saldare i propri conti o mandare i figli in buone scuole».

Essere poveri è una colpa?

«Non dovrebbe. In America i poveri sono costantemente sminuiti. Chi è in grado di uscire dalla condizione di povertà ha bisogno di circostanze fortunate almeno quanto dell’impegno. Tutto è a favore di chi gode già di privilegi, e non si comprende quali siano il difetto o le responsabilità di chi parte in svantaggio».

Che cosa vede nel presidente Trump parte della working class bianca?

«Resiste la fantasia che chiunque sia dotato di sufficiente ambizione e che lavori duramente possa avere successo, possa farcela. È evidente che il nostro sistema politico ed economico ricompensa sempre meno le persone povere o appartenenti alla working class, anche quando sono maschi, bianchi ed eterosessuali. Ma per molti, come ha dimostrato chiaramente l’elezione di Trump che ha ereditato più che creato ricchezza, il bisogno di credere nel mito è tuttora più forte della realtà».

Un personaggio, l’agente Hawkins, qualifica come terroristi i membri del movimento Black Lives Matter. Ritiene credibile lo schema degli opposti estremismi che separano il paese?

«L’FBI e la National Security Agency hanno dichiarato che la principale minaccia terroristica all’America sia riconducibile ai gruppi dei suprematisti bianchi. Anche nell’estrema sinistra ci sono dei radicali con frange violente ma in numero del tutto esiguo, mentre il nazionalismo bianco è divenuto un pericolo incombente sul paese. C’è chi protesta semplicemente affinché le persone non siano assassinate per il colore della pelle e chi semina l’odio razziale».

Lei ha conosciuto da vicino la violenza suprematista?

«Mia madre è stata un’attivista contro l’antisemitismo nella nostra comunità. Per anni ha ricevuto minacce. Durante l’ultimo anno del liceo un gruppo di suprematisti incendiò l’ufficio dei miei genitori. Un quarto di secolo dopo, posso dire che era solo una spia di quanto sta avvenendo».

Le manifestazioni del suprematismo hanno agitato la contesa elettorale. Quali segni lasciano nella società eventi come lo Unite the right rally di Charlottesville?

«L’elemento più pericoloso è l’equidistanza che ha caratterizzato la posizione del presidente Trump, affermando che su entrambi i fronti ci fossero persone perbene. Charlottesville è stata un via libera per i suprematisti bianchi: ciò che hanno mormorato per anni, ora poteva essere urlato. L’odio è sdoganato come un valore, quando svanisce la vergogna dell’essere razzisti».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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