scala dei turchi

Come finisce l’estate

scala dei turchi

Questo racconto è uscito in una versione leggermente ridotta su la Repubblica – Palermo.

La volta che grandinò in estate e finimmo in un incendio e persi un amore andò così. Era il 14 agosto e Emma era arrivata da Roma e con sé non aveva niente: niente valigie niente sorrisi niente baci. Sfinita era atterrata a Palermo e poi aveva caricato occhiaie e sigarette sul bus per Agrigento – una coda le tirava i capelli e il viso secco, un vestito di cotone verde petrolio le faceva il dispetto di caderle male sul seno, scoprendolo e costringendola a aggiustarlo in continuazione, nervosa. Un filo di sole le aveva colorato le spalle, lentiggini e rosso al centro della schiena rotonda e sulle guance, le piccole rughe di una donna di trent’anni sul viso, il corpo appena più asciutto di chi non dorme e non mangia da qualche giorno.

Non ci vediamo da una settimana, viviamo assieme da 3 anni. È bella come solo le donne che stanno per lasciarci sanno essere, in quel modo triste e languido e definitivo che è solo loro e di certi animali che si accorgono che è finita.

Sai quella frase di Monica Vitti in Deserto Rosso?, mi dice.

Sto guidando verso la Scala dei Turchi, me l’ha chiesto lei, da Roma, la città dove viviamo, mi aveva detto Possiamo andare alla Scala dei Turchi, se vengo? Le avevo detto che i miei avrebbero voluto salutarla, che potevamo passare anche velocemente da casa mia e poi andare alla Scala: Preferirei di no, mi aveva detto, non è facile. Forse è meglio che non vieni, le avevo detto. Ho bisogno di vederti, mi aveva risposto. Gli ultimi mesi assieme sono stati disastrosi e abbiamo parlato spesso dell’eventualità che tutto potesse finire: ne parlavamo come se stessimo scrivendo i dialoghi di un film in cui i protagonisti non conoscono fallimenti, e persino dentro la caduta mantengono un certo stile. Ora, alla resa dei conti, a me trema la voce, mentre lei si morde spesso le unghie.

Hai presente quella scena, quando lei corre dal suo amante, tutta agitata e rotta, una posa che le varie Buy e Morante e tutte le altre avrebbero replicato fino allo sfinimento?, mi chiede.

Dentro l’auto l’aria è ferma e solida, ho questa impressione, aria ferma e solida, gas che sta per trasformarsi in qualcosa di gommoso e soffocante. Fuori il cielo s’è rabbuiato, sono giorni di strano vento e ombre. La prima volta che eravamo stati alla Scala dei Turchi, anni fa, ho questo ricordo, l’aria non aveva alcuna consistenza, nessuna metafora, era bella e basta, oppure non era niente e basta, quella giornata devo averla immagazzinata tra le cose che somigliano alla felicità. Oggi gomma e Antonioni: e mi sudano le mani sul volante. Lascio cadere il discorso del film, mi sembra di vedere dei lampi in lontananza.

Sei abbronzato, dice Emma.

Le sorrido senza molto impegno.

Abbronzato e secco, dovresti toglierti quelle sopracciglia in mezzo agli occhi.

Di solito me le toglie lei, ha iniziato lei questo rituale, una volta ogni due o tre mesi compariva in cucina in bagno in camera da letto con delle pinzette e diceva: È il tuo momento, Frida Kahlo. Seguiva lotta allegra in cui ci rincorrevamo e buttavamo a terra o sul divano o sul letto, e poi l’operazione veniva compiuta tra grida e risate. Ora a quanto pare è una cosa che spetta me, se ne avrò voglia, non ne ho voglia.

Sei sicura di voler ripartire subito?, le chiedo.

Mi guarda e poi dritto di fronte a sé e poi dal finestrino – e così per qualche minuto, il tempo di una sigaretta fumata in silenzio.

Alla Scala dei Turchi arriviamo passando da Villaseta, Porto Empedocle e Punta Grande. E anche così, anche col nero del temporale in arrivo che lo abbraccia, il costone di pietra bianca che degrada in tanti scaloni verso il mare è spaventoso nella sua bellezza: come un albume d’uovo montato in maniera violenta e poi pietrificato dal tempo, duro e bianco come quei dolci che in Sicilia chiamiamo Ossa di Morti.

Mi dispiace, dice, sedendosi ai tavoli dell’unico chioschetto aperto in spiaggia.

La guardo appena e abbasso gli occhi. Questa cosa la sapevo e me l’aspettavo, ne avevamo parlato e mi sembrava che ognuno dei due si stesse già organizzando. Non mi ero organizzato, avevo pensato che l’estate avrebbe sanato tutto, il mare le controre afose le sere lunghe a chiacchierare e medicarsi, era un pensiero che non stava in piedi, e io stesso, a volte, ero abbastanza forte da capirlo e passare al pensiero successivo, quello delle serate passate da solo con gli amici, una nuova donna.

Però lo sai pure tu che è così, dice. Mi cerca una risposta negli occhi, mi sta dicendo che questa cosa ce la siamo già ripetuta, e è vero.

È vero, ammetto. Ma magari l’estate.

Scuote la testa e trattiene delle lacrime, le labbra rossissime. Prende il tabacco e rulla una sigaretta.

Vado alla Scala dei Turchi da quando sono nato. Prima con i miei, poi con gli amici, poi con le donne, spesso da solo. Ogni fase ha il suo odore, le frittate di mia madre, la sabbia mischiata alle creme sulla pelle delle ragazze, la birra dei ragazzi, qualche sigaretta spenta prima per il troppo caldo. Se dovessi, Emma, non saprei benissimo il suo sapore, non mi lascia avvicinare, sul suo collo lungo e chiaro mi piacerebbe stare, non mi lascia avvicinare.

E cosa facciamo, di preciso?, chiedo.

Non lo so. Litighiamo e basta, a volte mi manca l’aria.

Manca anche a me.

Per vent’anni alla Scala abbiamo fatto il bagno con gli occhi di un mostro attaccati alle nostre spalle. Era lo scheletro in cemento di una costruzione mai finita e mai abbattuta che sembrava dovesse stare lì per sempre a far riposare le proprie ossa. Da piccoli ci prendevamo l’ombra, quando l’hanno abbattuto c’era una strana meraviglia appesa agli occhi dei bagnanti.

Non stiamo andando da nessuna parte, dice Emma.

È un periodo del cazzo, dico, non è detto che non passi.

Siamo noi due che siamo fermi.

Tutto questo io lo so. Tutti i discorsi che non stiamo facendo parlano di tranquillità e dipendenza; di bellezza; malumori e desiderio; stanchezza complicità e divani; e baci e urla; e tv accese mentre si fa l’amore per non far sentire i vicini, le pareti del bilocale tropo sottili; di spossatezza e abitudine, sanno, serenità e tossicità. Queste cose le chiamiamo amore. Non importa la deriva che abbiano preso, a volte comoda, a volte miserabile, spesso non siamo lucidi, eroina feroce. Emma ha i suoi momenti di lucidità, ma questi momenti hanno le loro crepe, le unghie delle dita scassate sono le crepe, le lacrime a tratti.

A un certo punto – dice – Monica Vitti è dal suo amante a fare l’isterica, una scena ridicola in mezzo a tante belle. Gli dà le spalle e dice: Mi fanno male persino i capelli. Rovina tutto, quella banalità, però ci pensavo ieri, è vera, stupida ma vera, sono giorni che mi fa male tutto.

Mi scendono delle lacrime sulle guance, e sulle sue il rosso si fa più acceso e colora gli occhi e gli occhi fanno l’unica cosa che sanno fare in casi come questi: si chiudono e piangono.

Mi riporti al bus?, chiede.

La guardo e mi metto vergogna.

Per qualche secondo non sento niente, come se tutto il mondo fosse scomparso dentro l’ovatta delle nuvole nere, il mare muto e la Scala pure e le persone, non sento niente, sento un tuono, ma fortissimo, come se il cielo si fosse rotto, e non mi sembra possibile, e non mi sembra vero.

Forse è meglio che andiamo, dice.

Ti dispiace se mi fumo un’ultima sigaretta?

Mi prende le mani, è già il gesto degli amori finiti che si abbracciano di tanto in tanto, quando si rivedono, per strada o a una festa, con gli occhi degli altri addosso per capire cosa è rimasto, se qualcosa è rimasto o solo le ammaccature.

Mi dispiace, ti sto facendo male e mi dispiace, dice.

Non pensavo che qualcuno potesse parlare così, pensavo succedesse solo nei programmi Rai, ma non ho la forza per dirglielo, perché mi sembra che abbia ragione, e poi tante volte anch’io ho pensato e desiderato altre schiene altre chiacchiere altre storie.

È meglio se andiamo, ripete.

Mi rullo una sigaretta e un altro lampo e un altro tuono: e le prime gocce. Emma è scocciata, è una dinamica tipica nostra: c’è una scelta ragionevole di fronte a noi, uno dei due la vede, la suggerisce all’altro, l’altro la nega. Io la sto negando, accendendomi la sigaretta mentre è chiaro che si sta mettendo a piovere, non guardandola più, interrogandomi sulla possibilità che il dolore per questa storia che finisce sia già al suo massimo, o mi stenderà nei prossimi giorni, o non succederà niente di niente: è una possibilità.

Emma si attacca al cellulare e io mi aggrappo con tutto me stesso a pensieri inutili tipo: come fare con la casa che dividiamo, dove vado a stare appena finite le vacanze, come ci divideremo gli amici, e la prima volta che la vedo con un altro?

A metà sigaretta succede che su questi pensieri si abbatte la grandine, il 14 agosto, davvero, la grandine. Corriamo in auto e non siamo soli, tutti sono corsi in auto e la strada è intasata e qualcuno grida e qualcuno niente affatto, sbatte i pugni sul claxon. Nel giro di qualche minuto la gradine si fa grossa e durissima, a meno a giudicare dai tonfi sulla carrozzeria delle auto.

Restiamo immobili dentro questo temporale, tutti quanti, le urla e le impazienze di poco prima ghiacciati, la visuale risucchiata dal muro bianco davanti ai nostri occhi. Emma sta di nuovo piangendo e ora la cosa mi dà fastidio, mi innervosisce, so benissimo che va quasi sempre così, che son le donne a capire prima, a prendere le decisioni, o almeno a me è quasi sempre capitato così, ma ora questa cosa che lei abbia preso una decisione e poi pianga, mi fa saltare i nervi. Cerco un varco, inizio a suonare il claxon, aggredisco con tutti i muscoli del mio viso gli altri automobilisti, riesco a infilare una stradina laterale e sguscio via: non so dove sto andando.

Facciamo qualche chilometro sotto la grandine che intanto è diventata pioggia e nessuno dei due ha ancora detto una parola. Provo a accendere la radio, dentro gira una canzone, fa così: I had a dream, you were leaving / It’s hard to be a lover when the Tv’s on, and nothing’s in your eyes. Spengo lo stereo e apro il finestrino per respirare un po’ d’aria nuova, ma tutto quello che mi entra nelle narici è odore di bruciato – e fortissimo. E infatti dopo qualche curva in mezzo al niente, la terra è nera e i mandorli piegati e gli olivi inceneriti e i filari d’uva polverizzati. Il fuoco, uno dei tantissimi fuochi che in questa stagione le bestie accendono per vendetta o giustificare l’emergenza ovvero pulire un terreno, il fuoco se li è mangiati, e ora divampa poco più in là, qualche metro ancora e ce lo ritroviamo ai due lati della strada, nero e rosso a seccarci il respiro e gli occhi.

Torniamo indietro, dice Emma.

No, dico io, ora finisce.

Ma non finisce. Faccio un paio di chilometri e non finisce e a un certo punto ci si mette anche un cane, attraversa velocissimo la strada, sterzo e quasi perdo il controllo dell’auto, lo prendo, sento una leggera botta, ma non mi posso fermare, il fuoco il fumo, non posso.

Oddio, l’hai preso? L’abbiamo ucciso? Oddio cazzo. Torniamo indietro.

Ma non possiamo, le dico.

Torna indietro, cazzo!

Scoppia di nuovo a piangere e prende il telefono.

Cosa fai?, le chiedo.

Chiamo i carabinieri, i pompieri, qualcuno.

Mi scappa un sorriso. Mi era già capitato di trovarmi in una situazione del genere, ero con mio fratello e la moglie pugliese, in una giornata come questa, siamo finiti dentro un altro fuoco, e lei uguale: Chiamiamo i pompieri, aveva detto. Non serve, le avevamo detto con mio fratello. È normale, capita. Mi stupisce sempre l’arrendevolezza che colpisce noi siciliani quando torniamo sull’isola dalle nostre vite rotte in giro per il mondo, e ci troviamo in situazioni che appena di là dallo stretto ci  nauseano, e qui invece guardiamo con naturalezza, una punta di consapevolezza, ma per lo più distacco.

È normale, ripeto a Emma, ora passa.

E infatti dopo un po’ i fuochi sono alle nostre spalle e apro il finestrino e trovo anche la strada per Agrigento. Lei si è asciugata le lacrime e riattaccata al cellulare:

C’è un bus tra un quarto d’ora.

Va bene, le dico.

È un crollo incredibile, mi sembra, da quel momento e fino a che non ci abbracciamo e sale sul bus e io risalgo in auto e decido di ritornare alla Scala dei Turchi per un ultimo bagno: è un crollo incredibile.

Sta quasi per tramontare, quando arrivo, in spiaggia poche persone che sembrano non vedermi neanche arrivare. Mi spoglio e lascio tutto sulla sabbia. Il cielo s’è quietato e il mare è caldissimo: e il sole un disco arancio e tranquillo. Mi butto e dentro, nell’acqua, negli occhi, in testa: lampi e ghirigori: quelli che si vedono quando si fissa il sole, appunto, o una lampadina o una candela o persino un amore, nella realtà o nei ricordi, e poi si chiudono le palpebre, come faccio io in acqua. E più grande è l’intensità della sorgente di luce a cui si è incollato lo sguardo, più potenti saranno i lampi e i ghirigori: i miei durano tantissimo.

Giuseppe Rizzo è nato ad Agrigento nel 1983. Il suo ultimo romanzo è Piccola guerra lampo per radere al suolo la Sicilia. Scrive per Il Foglio, IL (Il Sole 24 Ore), Rivista Studio, la Repubblica – Palermo Vive a Roma
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