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Come non è morta mia madre

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Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Raffaella R. Ferré ringraziando l’autrice e la rivista. (Fonte immagine)

di Raffaella R. Ferré

Io non sapevo e non volevo sapere, ma quando mi chiusi in bagno, quella sera, sapevo già. L’istinto di cui parlano certi libri, il contatto con la “natura intuitiva”, la storia new age che poi, anni dopo, avrebbe riempito giornali, è qualcosa che abbiamo tutti e che non sta buono da un canto, ma ci avverte, ci chiama. Di solito prendiamo tranquillanti proprio per evitare di essere avvertiti e chiamati. Il punto è che all’epoca dei fatti avevo nove anni e le prescrizioni mediche erano un serio problema.

Come tutti avevamo un medico di famiglia: il fatto è che era di famiglia sul serio, era mio zio. Provate voi a parlare dei vostri malanni ad uno di famiglia: vi dirà che è roba da niente. Il mio aggiungeva anche: non far preoccupare tua madre. Quindi posso dire senza timore di essere smentita che fino a quando non ho avuto l’età e i soldi giusti per prendere un treno e cercare un aiuto sanitario altrove, non mi è stato mai concesso di stare male sul serio. Eppure lo sapevo, eccome, quella sera, nel bagno. Ero a conoscenza di un’ansia senza nome che mi diceva: qualcosa non va, anzi, qualcosa sta per non andare.

Il cuore a mille al centro del petto è una questione annosa per una bambina.

Non puoi uscire gridando: «Sto per avere un infarto!», per prima cosa.

Non puoi indicarti la pancia e dare la colpa al ciclo.

Puoi solo toccarti il petto, come la domenica a messa, e prima che sia qualcun altro a dirtelo, ammettere di avere la colpa, la grandissima colpa, di sentire il vento che cambia.

La morte di una madre non è una questione semplice da affrontare: non per un trauma legato ai sentimenti, quanto alla memoria. Io non ricordo sinceramente quello che è successo: o meglio, me lo ricordo perché me lo hanno raccontato, ma come se io non fossi stata presente in quel momento, e invece c’ero, hai voglia se c’ero.

In questo ricordo ricostruito scendo dal letto, con lo stesso tamburo tra le costole della sera prima. Mi porto in camera dei miei genitori che dormono ancora. Hanno lasciato la tivù accesa: il Maurizio Costanzo Show parla da una replica della notte. In un riquadro in basso a sinistra, una donna fa strani gesti: parla ai sordi, ma parla anche a me. Non capisco nulla di ciò che dice, e la cosa mi spiace.

Tecnici della Lingua dei Segni, gatti, cani, uomini tra i trentacinque e i quarantadue anni: mi è sempre spiaciuto molto per tutti quelli che comunicano in qualche modo bislacco e che per un motivo o per un altro non mi è dato di capire.

In questo racconto di me fatto da altri, mi sono avvicinata a mia madre, le ho dato un bacio e ho tentato di intrufolarmi sotto le coperte. Non ci sono riuscita: lei non mi ha accolto tra veglia e sonno, non mi ha fatto spazio.

Il resto lo immaginate da soli, suppongo.

Male. La storia non è andata come immaginate.

La storia è che fui mandata, ancora in pigiama, dalla zia che, per aggiungere il brivido del  pericolo alla nostra compagine familiare, viveva al terzo piano (e avere una zia che abita al terzo piano del tuo stesso palazzo significa che i cacamenti di cazzo noti a tutti si moltiplicano almeno per 5, ovvero zia, marito della zia, figli della zia ed eventuale altro parente che va a trovare la zia ma che non si ferma prima a salutare te e quindi, sicuro ha qualcosa contro di te).

Mentre io salivo le tre rampe di scale grigie che separavano il suo appartamento dal nostro, lei venne avvertita di quel che era successo: conosceva, dunque, la verità quando venne ad aprire la porta, ma non poteva mica dirmela. Quindi pensò bene di passare la mattinata a prepararmi ad una tristezza senza ragione plausibile. Mi rimproverò perché ero allegra, mi urlò dietro perché giocavo, mi guardò male quando presi a mangiare con gusto le brioscine al cioccolato. Per molti giorni il pensiero che nello stesso istante in cui io ingurgitavo un kinder brioss dietro l’altro, mia madre stesse tirando le cuoia, mi ha fatto vergognare di me stessa. Io, figlia disamorata che aveva un solo dio, la prima colazione, e lei bella che andata ore e ore prima: morta tranquilla, nel sonno, aggraziata.

Il problema era, come al solito, di chi rimane.

Prima regola per chi rimane: dite sempre la verità a chi resta assieme a voi. Sarà più dolorosa, ma di certo è più tollerabile dell’esser presi per culo.

Ad esempio, a me avrebbero potuto dire: guarda, cara, tua madre non è morta, ha avuto una bella botta e quindi ufficialmente non sei un’orfana, ma tecnicamente ti conviene preparati ad una fine infanzia e una preadolescenza e ad una pubertà in cui l’essere femminile di riferimento più prossimo e benevolo sarà Christiane F.

È questo il motivo per cui se oggi posso scegliere, preferisco avere a che fare con un uomo. Mi viene più semplice, capitemi. È  quello che ho sempre fatto (a parte relazionarmi con zie stronze, e questo include nel novero una serie di relazioni umane con una folta schiera di arpie, con cui, come dire, mi trovo bene, ricalcano schemi che conosco).

Il primo uomo con cui ho avuto a che fare è uno che qualche anno prima era stato fermato mentre faceva l’autostop a Firenze. L’avevano portato in caserma e gli avevano fatto tagliare barba e baffi perché così somigliava troppo ad un reazionario. Storie degli anni Settanta che mi facevano assai ridere: me lo vedevo, ritto davanti allo specchio a rasarsi e quelli sbalorditi di come una faccia può cambiare in dieci minuti.

Il primo uomo con cui ho avuto a che fare mi diceva spesso di non rompere le scatole mentre dipingeva. Ho chiesto: quali scatole? Io non ho rotto niente niente. E lui ha riso e mi ha fatto disegnare Poochie* ballerina sulla sua tela, al posto della natura morta con teschi in cui si stava producendo. Si produceva in molti quadri metafisici, quest’uomo, e canticchiava mentre la sua donna stava male, i suoi lavori portavano la firma di un altro e una bambina imparava che la disoccupazione e l’inchiostro a china e le canzoni di Pierangelo Bertoli erano una specie di colpa universale, legate l’una all’altra come chiavi ad un anello chiamato, per brevità, “giovinezza”. Le chiavi non aprivano niente.

Ma quest’uomo, sapete, mi ha regalato una spilla con su una pin up innamorata. Sopra stava scritto: Susie’s got a boy. Io ho pianto perché volevo un altro regalo, volevo la pantera rosa, volevo barbie luce di stelle, volevo il dolceforno, ma lui ha spiegato: adesso sei piccola e non ti piace, ma se aspetti poi capisci. Quest’uomo, la prima volta che ha cucinato non capiva questo fatto degli odori così ha gettato nella passata di pomodoro tutto quello che aveva trovato nel cassetto basso del frigorifero: aglio e cipolla, prezzemolo, sedano, basilico, carote, tutto. Non volevo assolutamente toccare quella broda arancione ma lui si ostinava a dire che sì, quello era il mio pranzo. Ho preso a minacciarlo, a dirgli che un giorno sarebbe stato vecchio e avrei cucinato io per lui, le cose peggiori, topi e scarafaggi, e lui avrebbe dovuto mangiare perché comandavo io.

Lui ha detto: va bene; io ho pulito tutto il mio piatto.

Il giorno seguente ho imparato a cucinare.

Quest’uomo una volta ha scoperto, e aveva già quarant’anni, di avere un secondo nome: Felice. Abbiamo riso assai per questo fatto.

E al primo fidanzato con cui andavo a dividere una casa, diversi anni dopo, quest’uomo ha fatto la scuola su metodi contraccettivi. Il primo fidanzato stava tutto vergognoso e camminava affrettando il passo. Io ridevo trascinandomi la valigia dietro loro due.

Quest’uomo mi ha ripreso sempre quando parlavo in dialetto o quando strappavo una metà dal quaderno per scriverci una storia, ha comprato per me figurine di Holly Hobbie e in tempi decisamente più recenti Marlboro Gold.

È lui che devo ringraziare se conosco la storia di come non è morta mia madre, e posso oggi raccontarla ad altri come se fosse una cosa che non è successa a me.

Potremmo dire che ha un talento per la comicità, e infatti gli è sempre piaciuto: disporre mozzarella e prosciutto nei piatti in modo da disegnare una faccia sorridente; raccontare storie sconclusionate; dimenticare i nomi della gente con cui parla (mentre ci parla) o attribuirne altri di sua fantasia; fare scherzi un po’ crudeli tipo lasciarmi sola in un posto sconosciuto e uscire dal suo nascondiglio solo quando prendevo a strillare come un merlo indiano. Usciva ridendo, preoccupato nemmeno un poco, e io mi chiedevo forte che cazzo ci stava di divertente nell’abbandonare qualcuno, anche se per poco, anche se per gioco.

La risposta a questa domanda non è ancora venuta anche se ho delle idee in merito, del tipo: forse voleva dirmi che gli abbandoni sono una cosa che capita, come tutte le altre. Oppure che il problema è sempre di chi rimane, ma chi rimane ha il grosso vantaggio di potersela raccontare come vuole.

O che se ne può ridere sempre e comunque.

Non lo so, ma diciamo che mi fido.

Dopotutto è mio padre.

 

 

*La tela con Poochie ballerina resiste ancora a casa mia in barba a tutti i paesaggi, tutti i ritratti, a memoria del fatto ho il senso delle proporzioni nel sangue.

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Un commento a “Come non è morta mia madre”
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  1. […] Questa storia è diventata un racconto per Abbiamo Le Prove. Potete leggerla per intero anche su Minima&Moralia. […]



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