Come salvare la nave che affonda?

Pubblichiamo un articolo di Martina Testa scritto per la rivista di traduzione letteraria Le reti di Dedalus.

Il direttore editoriale di minimum fax, nonché traduttrice di molti tra i più importanti scrittori contemporanei di lingua inglese, traccia un quadro spietato e sconfortato del mercato librario e delle piccole imprese di cultura che vi operano e che sono sempre più in crisi. Il suggerimento è quello di reagire con una strategia di ‘decrescita’, di rifiuto delle mode, di maggiore selezione e cura artigianale dei libri. Solo in questa prospettiva anche il traduttore potrà tornare ad avere un ruolo diverso da quello che ha oggi, ovvero ‘di un fornitore di manodopera costretto a lavorare in condizioni sempre più degradanti’.

di Martina Testa

Quando tempo fa Rita Balestra mi ha chiesto un contributo per la rubrica “Traducendo Mondi” della testata online Le reti di Dedalus, ho accettato di buon grado, felice del fatto che ritenesse interessante proporre la mia voce ai suoi lettori.

In effetti, lavorando da anni sia come editor della narrativa straniera (e negli ultimi tempi direttore editoriale) della casa editrice minimum fax, sia come traduttrice letteraria free lance (principalmente per la stessa minimum fax, ma non solo), mi trovo nella curiosa situazione di essere, per così dire, da entrambi i lati della barricata: al tempo stesso committente e prestatrice d’opera. Per questo, all’interno di un rapporto, quello fra editore e traduttore, che è spesso più conflittuale di quanto si potrebbe auspicare, mi viene facile fare da mediatrice, condividendo le istanze di entrambe le parti: capisco, insomma, come mai il traduttore tarda a consegnare e come mai l’editore tarda a pagare, quale tipo di revisione è malvista dai traduttori e quale tipo di revisione è utile all’editore, in che modo il traduttore può valorizzare il lavoro di un editore e in che modo l’editore può valorizzare il lavoro di un traduttore; e spesso, credo, il mio punto di vista non super partes ma intra partes può servire a entrambi.
Sennonché, al momento di scrivere queste righe, quando cioè mi sono trovata a dover affrontare in concreto l’argomento che mi è stato proposto – un’analisi del ruolo del traduttore all’interno dell’editoria italiana di oggi – quello che mi ha colto è stato, mio malgrado e letteralmente, un senso di vertigine e di paralisi.
La verità è che, dovendo rispondere nella maniera più istintiva e diretta alla domanda su quale sia il ruolo del traduttore editoriale nel nostro paese in questo momento storico, la prima – e a dire il vero unica – definizione che mi è venuta in mente è stata lapidaria quanto sconfortante: “un rematore incatenato a una nave che affonda”. Mi sono detta e ripetuta che non potevo fornire una risposta del genere, che una risposta del genere negava la rilevanza di entrambi i miei ruoli professionali, era un’ammissione di sconfitta al limite dell’irresponsabilità. Eppure, qualunque altra definizione mi sembrava meno realistica, meno onesta, falsamente e vanamente consolatoria.

Perché è impossibile parlare della condizione del traduttore editoriale senza parlare della condizione dell’editoria, cioè del settore produttivo all’interno del quale il traduttore svolge la sua attività: e per come appare a me, l’attuale condizione dell’editoria italiana è quella di una crisi ormai talmente profonda da apparire più o meno senza ritorno. È importante specificare che il mio sguardo è quello di una persona che lavora da sempre nell’editoria indipendente, e nell’editoria “letteraria”, di progetto e di catalogo. Non ho la competenza necessaria per osservare il quadro della situazione da un angolo diverso da questo; può darsi che a chi lavora per un editore di manualistica, o un editore scientifico, o un editore dalla vocazione più commerciale che si rivolge al pubblico di massa, il quadro appaia diverso. Ma per quanto mi riguarda, negli ultimi anni e ancora di più negli ultimi mesi, ho la sensazione crescente di produrre un bene per il quale la richiesta è in calo vertiginoso, di parlare a un pubblico di settimana in settimana sempre più ristretto.

La literary fiction, ossia la narrativa non commerciale, non di puro intrattenimento, salvo rarissime eccezioni, non è solo scomparsa dalle classifiche di vendita, ma sta proprio scomparendo dalle librerie: gli ordini per i titoli di letteratura sono talmente bassi che nella maggior parte dei casi è impossibile anche solo rientrare delle spese di produzione e stampa. (E il discorso non è diverso per la non-fiction di qualità, la saggistica meno “strillata” e di facile consumo.) Se dieci anni fa un editore riusciva a sopravvivere, e anche a prosperare, senza pubblicare best-seller, solo vendendo in media quantità piccole ma sufficienti dei suoi libri, oggi questo non è più possibile: i titoli che non hanno un immediato appeal commerciale vengono prenotati in poche centinaia di copie; i titoli che non “partono” subito molto forte al lancio in libreria vengono resi dopo pochissime settimane. I librai non rischiano – in alcuni casi, non possono permettersi di rischiare; perché le librerie stesse stanno scomparendo, in particolare quelle piccole e indipendenti.

A me sembra di riconoscere almeno due fattori all’origine di questa crisi, peraltro non scollegati fra loro. Da un lato, il fatto che il mercato editoriale in Italia è sempre meno un libero mercato, visto che le case editrici, le società di promozione e distribuzione, le librerie (nonché i giornali e le riviste le cui pagine culturali offrono visibilità ai libri) sono – in mancanza di una legislazione antitrust nel settore – sempre più spesso parte degli stessi gruppi industriali. In una situazione del genere, è facile capire che non hanno vita facile né le librerie indipendenti (insidiate da quelle di catena, che possono – ad esempio – offrire sconti più alti) né gli editori più piccoli, indipendenti e di ricerca: la logica dominante è quella industriale, appunto, del best-seller, dell’instant book, del libro facile, non-rischioso, già noto, in un modo o nell’altro, al lettore che lo prende in mano per la prima volta – vuoi perché è scritto da una celebrità televisiva, vuoi perché ne è stato tratto un film di successo, vuoi perché si inserisce perfettamente in un filone già collaudato, vuoi perché il contenuto è riassumibile senza sforzo in uno slogan accattivante o in un titolo paraculo. Una percentuale sempre maggiore dei libri che sfuggono a questa logica arrivano sugli scaffali delle librerie “già morti”: in poche copie, esposti male, sommersi da quelli che si possono/devono/vogliono vendere a botta sicura.
A questa sorta di soffocamento del mercato editoriale “dall’alto” si aggiunge, d’altro canto, un’asfissia “dal basso”. A mio modo di vedere, abbiamo di fronte un’intera generazione (se non due) di persone giovani diseducate e disinteressate alla lettura. Non parlo solo della maggioranza della popolazione italiana fra i 15 e i 25 anni; ma anche, purtroppo, di quella nicchia di giovani di reddito medio-alto, di buona cultura generale, curiosi, creativi, che quindici o vent’anni fa costituivano uno zoccolo di lettori forti (alla cui domanda ha risposto, nella seconda metà degli anni Novanta, una stagione di grande fioritura dell’editoria indipendente): oggi, per molti adolescenti e postadolescenti, rispetto alla musica, alla fotografia, al cinema, alla moda, il mondo dei libri resta qualcosa di estraneo, ostico e poco cool. La paziente e sistematica demolizione della scuola pubblica; la tendenza incontrollata alla spettacolarizzazione di ogni esperienza; lo sviluppo di forme di comunicazione che hanno un ritmo e un’estetica diversissimi, se non opposti, a quelle delle pagine di un libro; le dinamiche di mercato appena citate – queste e mille altre possono essere le concause del fenomeno. Aggiungiamoci la crisi economica generale, il calo del potere di acquisto delle famiglie, la diminuzione dei consumi… La conclusione è che i lettori di qualunque età sono una razza in estinzione.

Ecco cosa vedo, dunque. L’editoria italiana, oggi, è strutturalmente disfunzionale, in crisi di fatturato, in crisi di idee. A volte si sforza di strillare fortissimo, ma nella maggior parte dei casi sembra che non parli quasi a nessuno. E in queste precarie condizioni, figuriamoci – non l’ho ancora ricordato ma lo faccio ora – si avvia ad affrontare la stessa “rivoluzione digitale” che ha quasi spazzato via l’industria discografica. Le prospettive, realisticamente, non sono e non possono essere buone.

Se una chance di evitare il tracollo c’è, io la scorgo solo in una direzione: la rinuncia, radicale, e auspicabilmente collettiva, a quella che negli ultimi trent’anni è sembrata l’unica logica economica perseguibile, e cioè quella della crescita. Da più parti, fra i lavoratori dell’editoria, si comincia a ipotizzare (quasi sottovoce) un’alternativa possibile: quella della decrescita, controllata e gestita con cura. Pubblicare meno, pubblicare meglio. Pubblicare in maniera meno veloce, meno ipertrofica, meno isterica. Arrendersi all’evidenza che la guerra di offerte e controfferte al rialzo per il prossimo ipotetico best-seller è una guerra senza vincitori; che la rapidità imprevedibile con cui nasce un nuovo trend (maghi adolescenti, crime scandinavo, vampiri, giallo medievale, esordienti under-20 disinibite) sarà sempre pari a quella con cui si sgonfia; che gli alti e bassi in cui necessariamente si incorre se si uniforma l’attività dell’editore a quella di un financial banker, scommettendo sull’andamento del mercato e in definitiva speculando sulla credulità del consumatore, si evitano tornando a occuparsi di libri in maniera per certi versi artigianale. Il settore automobilistico questo passo indietro non lo farà mai. Il settore alimentare lo sta, almeno in parte, facendo. Io spero che l’industria editoriale sappia farlo. Che sappia recuperare la cura nella scelta dei titoli e nella costruzione del catalogo, la cura nel rapporto con gli autori, la cura nelle scelte grafiche e nel lavoro redazionale, la cura nel modo in cui i libri vengono presentati ai librai e ai giornalisti, la cura con cui vengono offerti ai lettori. Questa cura non è compatibile con i grandi numeri. Questa cura, forse, non è proprio compatibile con i numeri. Si misura con altri parametri. È “antieconomica”, infatti. Ma solo se si identifica l’economia con il Mercato, con la Crescita, con la Finanza, con le cifre svincolate dalla realtà della vita delle persone.

Per come la vedo io, solo se l’editoria sarà in grado di attuare questa volontaria decelerazione e decrescita, il traduttore potrà tornare ad assumere un ruolo diverso da quello – tragico – che dipingevo all’inizio, cioè di un fornitore di manodopera costretto a lavorare in condizioni sempre più degradanti. Oggi, un traduttore (e penso soprattutto a un giovane traduttore) è fortunato se si interfaccia con un editore e non con un service editoriale che prende in appalto lavoro per smistarlo al costo più basso possibile. È fortunato se ha il lusso di poter rileggere le bozze prima della pubblicazione. È fortunato se lo si interpella sulla scelta del titolo italiano del libro, se lo si mette in contatto con l’autore. Ma tutti questi non dovrebbero essere privilegi. Dovrebbero essere diritti. Dovrebbero essere diritti non solo il pagamento adeguato e puntuale, ma anche l’affiancamento di un revisore competente, anche un certo grado di coinvolgimento nella promozione del libro dopo l’uscita… Sennonché il recupero – anzi, prima ancora la formazione – della professionalità vera del traduttore è semplicemente impossibile nelle condizioni attuali del mercato editoriale italiano. Non ci sono soldi per pagarlo, non c’è tempo per rivedere con attenzione il suo lavoro, non c’è spazio per le sue proposte di opere inedite, non c’è modo di fargli fare il mediatore linguistico e culturale: gli si può solo chiedere di sfornare cartelle tradotte alla meno peggio, nel minor tempo e al minor costo possibile.
Non so se un’inversione di rotta si possa veramente compiere, se l’editoria riuscirà nel giro dei prossimi anni (ma dovrebbe cominciare nel giro dei prossimi mesi!) ad affrancarsi dalle logiche del profitto e del “libero” mercato che la stanno portando al tracollo e a riassestarsi sugli standard di uno “sviluppo sostenibile”, con una produzione quantitativamente molto minore e qualitativamente superiore. Credo solo che, almeno per alcuni editori, si tratti di una battaglia di sopravvivenza in cui sarà quasi inevitabile impegnarsi. Spero che i traduttori e il loro sindacato sappiano comprenderne la portata e, anche se forse non spetterà a loro combatterla in prima persona, trovino il modo di sostenere chi lo farà.

Commenti
36 Commenti a “Come salvare la nave che affonda?”
  1. Complimenti Martina, la tua è un’analisi molto concreta e veritiera.

  2. Carlo Carabba scrive:

    Mi associo ai complimenti. Analisi perfetta.

  3. Andrea Cortellessa scrive:

    Grazie Martina di Questo Testo.

  4. Lapid scrive:

    La decrescita è impossibile, come impedire al prossimo di non pubblicare o pubblicare meno ? Un cartello ? Un mercato regolato ? Cos’è tradurrete in ritardo il best seller straniero per vendere altro ? Wow, cercate un modo di andare contro il consumatore come l’industria musicale?!
    Molto più semplice è chiudere, arrendersi, è finita, la carta si estinguerà, di traduttori ne servono e ne serviranno sempre meno, di libri anche, il periodo del romanzo è al termine e con esso quello delle guide, dei manuali e di tutti quei prodotti sostituiti dal web. Il picco di massima qualità d’altronde c’è già stato, adesso è declino, puro e scivoloso declino fino all’oblio.

  5. Sotera Fornaro scrive:

    Non solo l’analisi è spietata e condivisibile, ma lascia il posto ad interrogativi alrettanto spietati: l’allontamento dal libro anche da parte di quel pubblico che ha costituito la risorsa principale dell’editoria anni Novanta ha cause che Martina Testa ha schizzato con efficacia (alcune almeno, tra cui sottolinerei la demolizione sistematica della scuola pubblica, oltre alla spettacolarizzazione).Quanto le stesse cause influiscono sulla forazione (e il gusto) di chi si occupa di editoria e di traduzione? L’auspicato affrancamento da logiche di mercato passa attraverso la qualità: chi sceglie i libri da pubblicare (originali o da tradurre)? Come? Che posto ha in questa battaglia per la sopravvivenza non il libro ma la letteratura?

  6. Tombal scrive:

    È vero, Lapid, anche questo tuo commento è l’ultimo, poi arriveranno gli uomini-locusta e mangeranno tutti i nostri libri, e infine anche noi. Lo sapevo che andava a finire così.

  7. reb scrive:

    @lapid: traduttori ne serviranno sempre meno? e come conteresti di tradurli, i libri stranieri? col traduttore automatico di google? per quanto riguarda l’estinzione della carta, cominceremo a parlarne quando i supporti digitali inizieranno a essere *almeno* altrettanto performanti… forse!

    per quanto riguarda l’analisi, mi e’ piaciuta molto e spero anch’io in una decrescita quantitativa a favore di una maggior attenzione per la qualita’ e credo debba passare anche attraverso un’educazione alla lettura, anzi direi al piacere della lettura, che manca profondamente e non da ora

  8. Giofederle scrive:

    E poi leggeremo sempre meno sulla carta e sempre più sui supporti digitali. E poi, come ha provato chi già lo fa, si leggeranno meno saggi e più articoli, dieci cose da trenta pagine anzichè una da trecento. Quindi compreremo meno libri, ma solo quelli belli. Impareremo l’inglese, e qualche altra lingua perché si tradurrà di meno. Non sarebbe solo un male: come imparano le lingue negli altri paesi se non “costretti” dalla rinuncia del mercato a doppiare i film?

    E via così
    Giofederle

  9. Nicola Lagioia scrive:

    @ Lapid: contro ogni aspettativa degli allora contemporanei, “La Divina Commedia” si continuò a leggerla perfino dopo l’arrivo di Gutenberg…

    Cambiano i supporti, ma la comunicazione (perfino l’arte) fatta col linguaggio temo si estinguerà molto tempo dopo l’estinzione di tutti i commentatori di questo blog. Lo dico proprio darwinianamente, perché non conosco né vedo all’orizzonte un sistema di comunicazione più evoluto del linguaggio, il cui supporto, a differenza di tutte le altre arti e mezzi di comunicazione (se ci pensate bene) non è il papiro né la carta né il web ma il cervello umano.
    Mi spiego…
    Non posso riprodurre in maniera perfetta mentalmente la più bella scena di un film di Fellini, né un quadro di Bacon, né la Jupiter di Mozart. Ma se in mente recito: “Nel mezzo del cammin di nostra vita…” ecco che ho riprodotto perfettamente l’incipit della “Commedia”.

    A uso della lingua vivo ancora a lungo, problemi sulla sua veicolazione sempre aperti…

  10. Paolo Zerb scrive:

    da lettore, l’ho già commentato altrove, spesso non trovo quello che voglio leggere. Eppure so che ci sono cose interessanti.
    Ecco ho l’impressione in molti casi di essere ingannato dai critici, dai librai, dagli editori.
    Che si rivolgono alla parte scema di me, ad ogni livello, che esisterà sempre una parte scema di me, per vendermi dei libri. E da un pò allora mi son stufato e mi affido ad acquistare libri che abbiano anni di vita, che dopo un pò di anni si vede se un libro vale la pena.
    Non credo che la decrescita c’entri qualcosa. Però secondo me con la qualità si vende e si ha successo commerciale.
    Vedi le auto tedesche, per questo non sono d’accordo con l’esempio che è stato fatto delle auto, le auto tedesche conquistano quote di mercato perché la qualità viene prima di tutto.
    Ecco secondo me non c’entra niente la decrescita. C’entra lavorare per la qualità. Che poi si legga su carta o ipad, che importa. Anche dieci pagine su ipad possono essere molto meglio di trecento pagine sulla carta, di qualsiasi cosa si stia parlando.
    Poi se fa piacere chiamarlo decrescita, il lavorìo di qualità, chiamatelo decrescita, io potrei anche chiamarlo Pippo, oppure Dfnmon.

  11. Alessandro Ciappa scrive:

    Complimenti davvero per la chiarezza, la lucidità. È una questione cruciale ed è importante che se ne parli sempre di più.

  12. picaro scrive:

    articolo interessante.

    chiaro e puntuale.

    se pensiamo che nel PIL e la sua crescita troviamo le voci “disastri” e “incidenti”, una sana e controllata decrescita non solo farebbe bene a tutti i settori economici, ma è qualcosa di necessario.

    Un unico appunto: secondo me nella lista dei motivi della crisi della literary fiction, almeno per quella italiana, è da includere la non alta qualità dei nuovi scrittori nostrani.

    e in seconda battuta, mi pare di notare un ennesimo scatto dei tempi per quanto riguarda la letteratura tutta (e non solo): credo che il modo di fruire e di scrivere la letteratura stia cambiando, e il confine tra letteratura commerciale e quella commerciale sia molto permeabile.

    come tutte le novità dei tempi, ci sono cose buone e cose meno buone, opportunità da sfruttare… non solo economicamente.

    un po’ come le muffe e la penicillina… questo confine permeabile (che da molti è considerato come un abbrutimento) potrebbe nascondere un nuovo percorso narrativo. un nuovo approccio per scrittori e lettori alla letteratura.

    Non credo che Sor Juana Ines de la Cruz leggendo Pedro Paramo ne resterebbe particolarmente entusiasta, sia per come è scritto sia per come è trattato il tema (nonché per il tema stesso).

  13. picaro scrive:

    errata corrige:

    “e in seconda battuta, mi pare di notare un ennesimo scatto dei tempi per quanto riguarda la letteratura tutta (e non solo): credo che il modo di fruire e di scrivere la letteratura stia cambiando, e il confine tra letteratura commerciale e quella NON COMMERCIALE sia molto permeabile.”

    abbiate pazienza: sono uno e c’ho pure l’anima sciatta

  14. Roberto scrive:

    L’analisi è interessante (e poi proviene da una traduttrice da me apprezzata), ma la soluzione proposta, benché suggestiva, mi lascia perplesso. Cioè: non mi è chiaro come, in concreto, questa decrescita dovrebbe funzionare. Se la decrescita del settore alimentare (che sembrerebbe essere un modello da imitare) vuol dire lo “slow-food” o il biologico, che prediligono la qualità e l’artigianalità rispetto alla grande distribuzione (e alle catene, ai grossi gruppi, ai grossi sconti), mi permetto di far notare l’enorme problema socio-economico (verrebbe da dire classista) di questa prospettiva. Il biologico, lo slow-food, l’artigiano costano troppo. Sono forse di qualità migliore, ma sicuramente destinati a pochi. La caratteristica socio-economica ha anche un corollario culturale, ovviamente. La decrescita (intesa in questo senso, ma spero di sbagliarmi) è aristocratica. E seleziona per reddito.

    A tutti piacerebbe che tra le case popolari del Queens si bevesse birra artigianale con bollino da intenditori, invece che Budweiser in lattina da supermercato.

    Ma le buone strategie si misurano sulla bontà degli esiti, non su quella dei propositi.

    Mi piacerebbe conoscere le idee di Martina Testa (e di altri) sulla concreta dinamica di questa decrescita e sui suoi effetti economici.

  15. Stefano Ciavatta scrive:

    Bell’intervento e come scrive Alessandro, complimenti per la chiarezza.

    Manca però all’appello, non all’analisi condivisibile, quella generazione cresciuta negli anni 90 con l’editoria indipendente. cioè quelli che ieri leggevano e oggi latitano alla cassa, ma anche alla loro libreria personale, casalinga. Latitano nel condividere entusiasmi, nel far girare la voce, nel catalizzare l’attenzione e spostarla verso un altro pubblico, latitano nella divulgazione. Una generazione che si è data all’indignazione più di quando fosse lecito: aspetta che passi un bastimento carico di novità epocali ma non sa difendere quello che ha, per esempio i cataloghi.

    due splendide collane minimum, filigrana e classic, dovrebbero vendere parecchio, almeno un minimo. sono piccoli meridiani da tenere sempre con sè. spero sia così, perché in giro sembrano semplicemente dei pacifici recuperi, belli da vedere ma non da spenderci dieci euro. recuperi un corno! Penso a Mailer che Bcde sta ristampando: ha un mercato di lettori over 30 questo gigante americano? E il primo Vidal, ripubblicato da Fazi?

    da sempre si dice che la scuola ferma a pirandello e svevo. ma anche i lettori liberi e adulti, nostri coetanei, sono fermi. eppure sono loro che dovrebbero difendere quel tipo di libri. E parlo di autori celebri, popolari.

    da anni continuo a girare le librerie dell’usato di roma, tutte, mercatini vari compresi, anche porta portese dove ho lavorato due anni, posti grazie ai quali si può continuare a mettere su una propria biblioteca personale, visto che gli editori hanno rinunciato a ripubblicare molti classici moderni. Sono posti che a lungo andare rappresentano un test, sia per il tipo di clienti, sia per le scelte dei librai. Che riciclo hanno i classici moderni? chi li compra? cosa va sullo scaffale?

    Beh, in questi posti, non ci ho (quasi) mai incontrato nessuno che conoscessi. Solo gente più grande di me, persone che godono di una libreria casalinga già dotata dell’abc. Ma per il resto, per i miei coetanei e più giovani, questa fame di classici moderni non c’è.
    Si aspetta che l’editore ristampi, riprenda, osi la grande impresa del recupero. E nell’attesa? Nada, al massimo ci si indigna. E però così lo standar di lettore forte si abbassa di qualità.

    è strano, perchè noi abbiamo la possibilità di leggere tutto.

  16. Stefano Sansoni scrive:

    Il testo è lucido ma sembra scritto sopra una torre d’avorio. Il “sistema” libro non è decollato in Italia perchè è tutto “concentrato” negli spazi fisici già conosciuti. Le case editrici non investono e non allargano questi spazi. Le case editrici non vanno in provincia ad “assaggiare” le realtà “grezze”. Per esempio a me sarebbe piaciuto “vendere” libri, ma sto ancora al banco (come adesso) a vendere SVITOL! Le case editrici non riescono a guardare fuori dal proprio “gruppo da salotto” che gli concede una visibilità appena sufficiente per campare. L’editore dovrebbe formare, conoscere, approfondire – di pari passo al bottegante che “vende” il suo prodotto- senza tutte queste tattiche. Per favore, non piangete sul latte versato!

  17. cesare scrive:

    Mi sembra un commento antimoderno vecchio ed ammuffito come buona parte della letteratura e della saggistica alta che la gente sembra non voler più leggere.
    Cosa vuol dire non pensare ad i numeri?
    Perchè quando si parla di cultura c’è sempre qualcuno che tira fuori questa follia?
    Dietro queste belle intenzioni si nascondono in genere richieste di sovvenzioni e leggi vergognose ed antiliberali come la legge Levi.
    Mi spiace essere così tranchant, ma se a nessuno interessa un certo tipo di prodotto, che magari anni prima interessava, non è possibile che sia il prodotto a non essere più all’altezza dei tempi?
    Piuttosto che preoccuparci dell’imbarbarimento delle giovani generazioni, non potrebbe essere che un certo tipo di roba è decotta da almeno un trentennio?

    P.s. se quando parla di maghi adolescenti si riferisce ad Harry Potter mi creda se le dico che oltre ad essere dei libri per molti versi eccellenti, avranno un effetto sulla cultura un milione di volte più forte di tutte le opere del gruppo63 and i feel fine…

  18. Gentilissimi
    leggendo quanto scritto da Martina non posso che condividere quasi al 100 % il suo punto di vista. Da piccolo editore – per di più confinato in un’isola, ovvero la Sardegna – so quale fatica si debba compiere quotidianamente per arrivare a fine mese. Ma al di là del dato economico, escludendo ovviamente i casi delle “case editrici” a pagamento, delle tipografie che si improvvisano editori, delle librerie indipendenti che scompaiono lasciando spazio ai Lidl del libro, è vero anche, come ha sottolineato Picaro, che mancano anche scrittori di rango. Questo perché? Semplicisticamente potremmo dire che si legge poco (o pochissimo) e si scrive molto… o forse che manca la verve creativa. Un esempio concreto: ogni giorno riceviamo dai 20 ai 30 plichi/mail/proposte di pubblicazione. Inutile dire che la quasi totalità – che comunque leggiamo – finisce nel cestino. Perché la qualità è scarsa. E’ anche vero che le case editrici big ora puntano sui nomi noti (magari già celebri per via della tv) o su autori esteri… è più sicuro, fa più cool appunto. A mio avviso si tratta di scelte che comunque, alla lunga non pagano e gli effetti, come dice Martina si pagano. Vampiri, demoni vari e tutte le varie correnti si sgonfiano prima o poi, e cosa ci rimane? Invece la proposta che avanza, ovvero una decrescita, è forse e veramente l’unica soluzione. Per non intasare le librerie di ciarpame, per permettere che titoli validi arrivino al pubblico, per mille altri motivi. Innanzitutto bisognerebbe spiegare agli autori che è inutile pubblicare a pagamento e già avremmo un po’ meno titoli in giro. Poi bisognerebbe educare gi editori – mi ci metto anch’io – a selezionare meglio. Meglio non pubblicare che pubblicare qualcosa così così… perché l’autore è amico di… perché il titolo fa l’occhiolino a… ma, mi rendo conto, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E, da ultimo, vogliamo parlare dell’ebook? Già fatichiamo sette camice per arrivare in libreria, ci manca solo che adesso arrivi anche la crisi indotta dai supporti tecnologici. A tutto vantaggio dei colossi del settore, poi. La politica adottata sull’editoria è un po’ come quella della grande distribuzione che prima ha ammazzato le rivendite di alimentari, creando il monopolio e, fra poco, potrà pemettersi di fare ciò che vuole. Forse sarebbe il caso di istituire un albo etico, un regolamento che coniughi la doverosa libertà di pubblicare libri ma seguendo sempre una metodologia di onestà. Quindi, riassumendo: meno titoli, più cura, meno inseguimento delle moda, più qualità.
    A presto

  19. Nicola Lagioia scrive:

    Caro Cesare,
    il problema non è “Harry Potter” (che anche a mio parere ha le sue qualità,), il problema è che se si guardano alle classifiche di vendita in Italia, in una settimana tutti i libri di Kafka, di Proust, di Moravia, di Dante Alighieri, di Shakespeare, di Cervantes, di Balzac, di Thomas Mann, di Nabokov, di Faulkner, di Céline, di Dickens, di Bolano, di Arbasino, di Fenoglio, di Busi, di Omero, di Barbey d’Aurevilly, di Tondelli, di Saul Bellow, di Amelia Rosselli, della Duras, della Yourcenar, di Morselli, di Melville, di Platone, di Bukowski, di Malcolm Lowry, di Gide, di Zola… la vendita settimanale di tutti i libri di questi autori messi insieme, dicevo, non copre la vendita del solo “Linguaggio segreto dei fiori” di Vanessa Diffenbaugh, o di (scelga lei) di “Per sempre” di Susanna Tamaro o de “Autopsia virtuale” di Patricia Cromwell.
    Non lo dico per paradosso, è proprio così.
    Ora, si può serenamente dire che questo è il segno dei tempi. Un po’ più criticamente, lo si può declinare nel senso che son tempi un po’ di merda. Un popolo è o no anche quello che legge? Dobbiamo rallegrarcene? A me, quando leggo Kafka o Bolano o Faulkner, non mi sembrano ammuffiti, mi sembrano intelligenze che parlano dal futuro, tanto sono evolute rispetto ai linguaggi segreti dei fiori.

  20. z. scrive:

    è che forse bisognerebbe separare quello che va salvato da quello che si può lasciare andare.
    l’essenza dagli accessori.
    quello che si vuole salvare è la letteratura (prendete in senso lato il termine) e non l’apparato industriale che la circonda.
    immagino che non interessino a nessuno i guadagni dei proprietari dei grandi gruppi editoriali (mi pare di capire che nei casi degli editori indipendenti i guadagni non siano affatto grandi), nè gli stipendi degli AD.
    No?
    Ecco.
    allora per salvare la letteratura serve salvare i professionisti:
    gli scrittori, i traduttori, gli editor, quelli che curano percorsi di lettura, che propongono i testi (diciamo gli staff editoriali).
    perchè il copyleft è bello, e il l’opensource è buono, ma se otto ore al giorno il potenziale professionista deve stare in ufficio o in fabbrica o nel supermercato a fare un altro lavoro, mi pare difficile che produca qualcosa da mettere in condivisione.
    l’ultimo aspetto – la sparizione dei lettori – non credo che davvero arriveranno le locuste, non credo che il semplice procedere del tempo possa causare la soppressione del bisogno di leggere, di farsi raccontare storie o di informarsi, di orientarsi.
    quindi quello che mi chiedo è: è possibile che non si riesca a trovare un altro sistema che sia svincolato dall’apparato industriale che permetta la sopravvivenza dell’attività letteraria? perché se dobbiamo salvare solo i professionisti, allora l’obiettivo diventa molto più facile. anche perché se è vero che il bisogno che soddisfano è insopprimibile, sarà interesse di tutti trovare una strategia.
    perché non cominciamo a pensare in questi termini?
    in termini nuovi?
    non dico che la banca del tempo e le esperienze di crowdfunding siano il futuro dell’economia, ma danno un segnale: c’è la possibilità di proporre, oltre che di disperdere.
    l’equipaggio e il carico esistono a prescindere dalla nave.
    quindi se il mezzo affonda che importa?
    l’importante è salvare chi sta a bordo

  21. Roberto scrive:

    Svincolarsi dall’apparato industriale mi sembra una buona idea. Potremmo rifondare tutto sulla liberalità dininteressata e alta di pochi benefattori. Potremmo chiamarlo “mecenatismo”, ad esempio. Potremmo così svincolarci dall’intermediazione commerciale tout court, che sporca la ragione essenziale dell’arte.

    Siamo davvero sicuri che per i lettori e per la Cultura (ammesso che qualcuno possa definirla) sia più importante per me lettore di Santa Caterina del Colle Verde in provincia di X che ci sia una piccola libreria indipendente a Torino che vende il tal saggio di Susan Sontag piuttosto che poterlo ordinarlo su Amazon a metà prezzo (consegna inclusa), grazie agli extra-profitti che Amazon fa sui best-seller che molta più gente liberamente e felicemente sceglie di preferire alla Sontag (che resta lucidissima e sorprendente anche se letta nel 2011)?

  22. Matteo Benedetti scrive:

    Ho comprato un kindle a Natale e ancora non sono riuscito a comprare un libro digitale in Italiano.

    Le librerie intese come posti fisici scompariranno esattamente come i negozi di dischi. Pensare di salvarle dalla scomparsa è una cosa stupida, pensare che la loro scomparsa significhi la morte dell’editoria è conseguenza di una cosa stupida e lascio alla fantasia di ognuno il modo di definirla.

    Possiamo dire che l’industria musicale è in crisi? Si, quella esistita fino ad ora si ma per quella costruita e pensata per la rete e per quella che costruiranno le generazioni future prevedo la strada spianata se consideriamo che, sempre in rete, i produttori singoli, cioè le persone, hanno pubblicato più brani di quanti sono stati prodotti dall’intera industria classica del mondo. Certo la quantità non definisce un industria ma in un dibattito su un’industria non si può certo trascurare.

    Pensare poi che tutto ciò andrà a discapito della qualità dei prodotti letterari è un approccio che definirei nazista, come peraltro quello di dare la colpa ai lettori.

    Ultima cosa, il fatto che una traduttrice prefiguri la soluzione di decrescita come approcio risolutivo per l’industria mi pare comico.
    Credo che bontà e qualità siano due concetti che vadano esclusi da qualsiasi cervello che si ponga l’obiettivo di far funzionare un sistema complesso.

    Matteo.

  23. Andrea Rényi scrive:

    Condivido tutto, in particolar modo l’analisi della situazione dei traduttori. Grazie.

  24. cesare scrive:

    Gentile Lagioia,
    forse non mi sono spiegato adeguatamente, il mio pensiero è molto semplice, il mercato esiste.
    Trovo sterile domandarsi perchè la gente voglia leggere del linguaggio dei fiori piuttosto che Kafka, perchè la risposta è ovvia.
    Se in libreria vendessero anche la carne ci dovremmo domandare perchè la gente consuma più agnello che Tondelli?
    Io credo che questi nostri tempi non siano poi così di merda, almeno da un punto di vista di creatività, solo che la creatività va cercata in altre parti.
    Il mio sospetto e che non solo il mercato abbia ucciso delle piccole realtà ed anche dei potenziali grandi autori, ma che abbia contribuito anche una certa idea di cultura che fa rima con noia, con “signora mia che tempi”, con tutto un armanetario che è vecchio, noioso, ed inutile.
    Parte degli autori che lei ha citato mi hanno aiutato a crescere, a comprendere il mondo, mi hanno stravolto, eccitato o disgustato, non credo che sia la loro esistenza ad essere a rischio.
    Ciò non toglie che ne “il processo” non ci sia niente sul linguaggio dei fiori ragion per cui posso anche capire che un lettore interessato a questo tema possa allegramente ignorarlo.

    Su questi temi trovo molto interessante quello che ha scritto Matteo Bordone
    http://www.freddynietzsche.com/2011/07/31/tu-quoque-2/#more-10291.

  25. Carlo Amatetti scrive:

    Da editore al 90% di opere da tradurre… l’analisi mi convince e mi deprime al tempo stesso.
    La coda più marcatamente divertente del mio lavoro e’ quando il distributore mi chiede gli obiettivi per la cedola successiva. Tu dici 3000 (il tuo breakeven) e lui raccoglie 500. Sempre. Che c’e stiamo a pija’ po’ o’ culo?

  26. enpi scrive:

    io – scusate, non è per polemica, davvero, anche se ora come ora può sembrare che ce l’abbia con voi – ma com’è possibile che Nicola Lagioia, solo qualche mese fa, scrivesse nei commenti a lipperatura – Lipperini aveva riportato un breve estratto di un mio pezzo su Alfabeta
    [http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/11/16/riscontri/#comments]:

    “Tra le altre cose, lavoro da anni come editor in una piccola casa editrice, e cioè minimum fax e – dati alla mano – i numeri non sono quelli di Piscitelli. Quando vendiamo 500 copie di un esordiente, non brindiamo a champagne e nemmeno a prosecco, ci chiediamo in cosa abbiamo sbagliato, visto che nel libro mandato in libreria credevamo tutti.
    Sull’esordio di Giorgio Vasta, per esempio, ci dicemmo: è un esordio bello ma molto difficile, a noi il libro piace un sacco, ma chi se ne accorgerà mai? Invece il libro fu ristampato varie volte in Italia, venduto in Francia, Olanda, Stati Uniti, Inghilterra, Germania…
    In altri casi, come quello di Carlo D’Amicis, i suoi libri zitti zitti hanno venduto uno più dell’altro, in progressione.
    L’esordio di Cognetti spiazzò noi per primi, idem il caso della Parrella.
    Poi, in altri casi, per altri libri a cui pure abbiamo creduto moltissimo e continuiamo a credere, è accaduto che abbiamo venduto 500/1000/1200 copie, in quei casi rischiamo di andarci sotto economicamente, e speriamo solo che la prossima volta vada meglio, ed è proprio questa speranza (una speranza che non così di rado si realizza) che ci consente di ripubblicare un autore il cui precedente libro non ha pagato i costi.
    La situazione non è insomma così disastrosa, anche se è vero che certi librai guardano con sospetto alle novità, e sconfiggere volta per volta lo scetticismo non è facile.
    Non parlo mai di queste cose negli articoli di giornali o nelle interviste perché sembra che possa fare autopromozione. Lo faccio qui, nel post di un blog, solo per dire agli amici di Alfabeta che le cose – almeno per ciò che riguarda la mia esperienza quotidiana – stanno in un modo un po’ diverso.
    Se uno pensa che la situazione è disastrosa (e non è disastrosa) allora temo possa sentirsi autorizzato a stare fuori dai giochi, a non mettersi in gioco, insomma.
    Se invece si crede (come credo sia vero) che la situazione è molto difficile, ma non si tratta sempre di difficoltà insuperabili, ecco che ci si sente parte davvero attiva per costruire un paese migliore, anche sul piano culturale e editoriale.
    Nicola”

    a me sembra che Martina Testa scriva, grossomodo, quello che scrivevo io
    [http://www.alfabeta2.it/2010/11/08/una-piccola-nota-sullattuale-situazione-della-narrativa-in-italia/], ovvero che la narrativa non di genere, e non di major – Testa la chiama “literary fiction”, ma io aggiungerei anche: non edita dagli oligopolisti noti – è in via d’estinzione.
    quindi, che si fa? qual è la situazione? vogliamo dare per buona questa cosa o no? la uccidiamo questa literary fiction, e passiamo tutti a fare saggistica semplificata o semplificante, o cosa?

    enrico

  27. enpi scrive:

    per gli amanti della sintesi:
    “l’attuale condizione dell’editoria italiana è quella di una crisi ormai talmente profonda da apparire più o meno senza ritorno” + “La literary fiction, ossia la narrativa non commerciale, non di puro intrattenimento, salvo rarissime eccezioni, non è solo scomparsa dalle classifiche di vendita, ma sta proprio scomparendo dalle librerie: gli ordini per i titoli di letteratura sono talmente bassi che nella maggior parte dei casi è impossibile anche solo rientrare delle spese di produzione e stampa” [Testa]

    “La verità è questa: la narrativa italiana ha un riscontro bassissimo. Al momento, il più basso degli ultimi anni. I librai prenotano pochissime copie dei libri di narrativa. Non si fidano. Sanno, o qualcuno ha detto loro, che venderanno solo un piccolissimo numero di romanzi italiani, e solo di alcuni autori. Qui stiamo parlando di numeri così bassi, che cinquecento copie vendute di un libro di una piccola casa editrice, sono un successo clamoroso, roba da brindare col prosecco (lo champagne costa troppo). Ci sono ottimi libri che vendono quaranta, cinquanta copie, e poi diventano remainders e poi, ancora, carta da macero” [io]

    “La situazione non è insomma così disastrosa, anche se è vero che certi librai guardano con sospetto alle novità, e sconfiggere volta per volta lo scetticismo non è facile.
    Non parlo mai di queste cose negli articoli di giornali o nelle interviste perché sembra che possa fare autopromozione. Lo faccio qui, nel post di un blog, solo per dire agli amici di Alfabeta che le cose – almeno per ciò che riguarda la mia esperienza quotidiana – stanno in un modo un po’ diverso”. [Lagioia]

    sarebbe interessante capire, se siamo di fronte a un disastro, a una scomparsa, oppure a un leggero sospetto dei librai.

    ciao,
    e-

  28. Stefano S. scrive:

    Vedo tutte queste sciarpe da lettori navigati, da editori che si fanno il mazzo, da gente che veramente rischia qualcosa per la crescita culturale di questo paese….no, mi sbaglio. Vedo solo editori che si leccano le ferite perchè non hanno mai piantato radici sul territorio, traduttori che non sanno che pesci pigliare e se la prendono con gli editori, traduttori che si credono scambiati come amanuensi del medioevo. E poi arrivano gli esordienti che credono nell’editoria libera, nello scambio di idee sullo stesso piano mentre invece è tutto in mano ai borghesi, agli affaccendati. All’interno del proprio cortile editoriale, guardano dalla finestra l’acqua che sale. Inesorabilmente.

  29. Paolo Zerbi scrive:

    Mi pare che ci sia una distanza siderale tra chi legge e chi produce. Che chi produce potrebbe tentare la qualità, però dal punto di vista del lettore ma non del produttore. Ma non mi pare che di noi lettori si sappia nulla.

    E poi gli strumenti elettronici di lettura sono inevitabili. Io leggo ormai tantissimo su Ipad e simili. Meno su carta.

    Io quando compro su Amazon mi dicono anche quali sono i libri preferiti di chi ha comprato lo stesso libro che ho comprato io. E sono suggerimenti spesso interessanti. Lavora meglio un algoritmo di un libraio o di un editore?

  30. Girolamo De Michele scrive:

    Come in altri interventi (ad es. di Marco Cassini), l’analisi di Martina è precisa e puntuale. La parte propositiva, invece, non è all’altezza né dell’analisi, nè dell’intelligenza dell’autrice: la descrizione delle concrete situazioni determinate da una crisi di lunga durata, e le proposte stesse (la decrescita felice dell’editoria) rimangono interne all’orizzonte della crisi, perché limitate dal presente della crisi in cui sono calate.
    La questione è: si cerca (si propone) una soluzione all’interno di questo orizzonte, o si cerca una risposta che ecceda l’orizzonte della crisi e ne assuma le sue cause strutturali? Il precariato intellettuale che patiscono gli operatori dell’editoria (traduttori, dipendenti, autori, fino agli stessi editori) è considerato una stortura del sistema da raddrizzare, o è compreso come l’inevitabile conseguenza della precarizzazione del lavoro cognitivo, e della generale precarizzazione delle esistenze cui il capitalismo contemporaneo costringe ogni soggettività?
    Per dirla con una battuta: è pensabile salvare la barca dell’editoria “rebus sic stantibus”, senza sovvertire lo stato di cose presente? Per me (e mi prendo l’onere di argomentare, prossimamente, in modo più disteso) no, non è possibile. E neanche interessante, se mai possibile fosse.

  31. Lapid scrive:

    @reb, se mai mi leggerai ti spiego come mai e secondo me serviranno sempre meno traduttori.

    – Produttività : Con il digitale un traduttore può essere molto più produttivo di prima, basti pensare che un tempo usava dizionario e macchina da scrivere. Il testo non sarà mai tradotto da Google, ma l’algoritmo aiuterà traduttori non eccezionali a fare molto lavoro decentemente a poco prezzo. E presto arriveranno i traduttori cinesi..

    – Mercato : Meno libri = meno traduttori.

    – Lettori : la gente ignorante non compra libri, il livello cultura media come la middle class si assottiglia, il livello più alto ha imparato o imparerà l’inglese.

  32. mazingazeta scrive:

    Quando la quantità di un bene-merce aumenta il suo valore marginale diminuisce. A me i libri piacciono tanto tanto ma anche le librerie quelle più stimolanti, per dire che a mio parere non è la notevole offerta di libri il problema principale mentre lo è un luogo che li trasforma in merce ad consumo immediato come q.siasi altro oggetto da scaffale.

  33. Violenzo scrive:

    Hmm. Condivido tutto, o meglio lo vedo, ma nonostante l’impeccabilità che gli riconosco un’obiezione mi spunta: l’editoria letteraria indipendente in Italia, ammesso tutto questo, è un sistema in equilibrio dinamico.
    Morto, uscendo dalle metafore termodinamiche che mi infestano.
    Chiuso, entrando nelle metafore economiche che la moda titanica impone.
    Ovvero, la nave affonda (e su questo dubbi non ce n’è, lo dico emettendo bolle di ossigeno in risalita) e continua non solo a imbarcare molta gente (crociera all’Inferno, ma sempre Crociera!), ma pure a reclutare rematori disposti sempre di più a ogni angheria. Morto, chiuso e pazzo = suicida. Autoreferenziale, i due “ruoli” di Martina lusingano molti, e questi coincidono -nella parte bassa della piramide- con quelli che dovrebbero alimentarne la parte alta. Spariscono i lettori “puri”, proliferano i lettori “addetti ai lavori” o nel migliore e più diffuso dei casi velleitari – editori editor traduttori scrittori pure… Forze che si annullano. Gli umani perdono il bisogno umano eterno universale di sentire storie, gli addetti/velleitari si disumanizzano sovraesponendosi ad esse, alla fiction con tutto ciò che di atrocemente REALE essa fiction comporta.
    Io sono per il muoia Sansòn, ma forse perché c’ho voglia di morirmi (in mano). Ma non griderò mai viva la Muerte, né la cercherò, né sarò felice se mi pigliano fuoco i pini e il cielo nel dumiladodici.

  34. Innanzitutto, come operatrice nel mondo delle traduzioni, ho sempre riscontrato che le case editrici piccole grandi sovente pagano poco o addirittura non pagano affatto!!!

Trackback
Leggi commenti...
  1. […] Come salvare la nave che affonda?, di Martina Testa (2 agosto 2011, Le reti di Dedalus e anche su minimaetmoralia). […]



Aggiungi un commento