1cometa (2)

Slittamenti di significato e coscienza. Su “Cometa” di Gregorio Magini

1cometa (2)

di Stefano Felici

C’è uno sfiancante sottofondo da realismo isterico nella lingua, nella mente, e quindi nelle peripezie raccontate dalla voce narrante di Raffaele, ed è il sottofondo che apre Cometa – il nuovo romanzo di Gregorio Magini uscito per Neo  con le sue Pseudologie Fantastiche; un’apertura di romanzo il cui nome è ben lontano dall’essere una garanzia.

«I miei genitori scopavano sempre e mi piaceva guardarli. Il mio primo ricordo è mamma in ginocchio che sussulta sotto i colpi del bacino di papà. Mi godevo lo spettacolo e mi succhiavo le gengive. C’è chi sostiene che non posso avere ricordi così lontani, e argomenta con certi dati sullo sviluppo della guaina mielinica degli assoni neuronali, ma è gente insulsa che nella vita non gli è mai capitato niente, hanno sprecato la prima infanzia fissando il fiore di legno sopra la culla, sporadicamente osando avventurare lo sguardo fino al soffitto, ma era già troppo imprudente, gli dava un senso di vertigine».

Sono ricordi vividissimi e improbabili, e via via, lasciando scorrere l’incipit, varcando la soglia della prima decina di pagine, sempre più dettagliati, inautentici, ponderati, deviati: si entra nel grottesco eloquio isterico di un impostore, che vuole a tutti i costi aderire a un’idea di realtà ricreata a posteriori. Il motivo? Forse quello di qualsiasi mitomane: non lasciare che il vuoto abbia la meglio.
La parabola infantile di Raffaele prende l’avvio in un racconto dove le colonne portanti, ovvero i suoi genitori, sono figure indefinite e destinate alla dissolvenza: per motivi e con modalità diverse, Raffaele ben presto rimarrà solo – fatta eccezione per la macchiettistica figura di un nonno burbero e benevolo; l’unica costante ereditata sarà quest’esser votato egli stesso, quasi a ripercorrere le orme genitoriali, a una vaga volontà di annichilimento, di dispersione, eppure al tempo stesso disperata ricerca di un’identità che sembra inafferrabile – sempre un passo oltre, ma in una dimensione sconosciuta. Raffaele arriva a ricordare, o a immaginare, o forse, chissà, un misto fra le due cose, le indefinite esperienze sessuali dei suoi genitori, spesso aggrovigliati in interminabili orge cui egli stesso prestava attenzione, come incantato. E così, con questo moto di rarefazione e condensazione della propria identità, Raffaele fa il suo ingresso nel mondo usando il sesso come vettore, servendosene come strumento per riuscire a raccapezzarsi nel rapporto tra sé e l’esistenza, tra l’io e gli altri. Un’oscillazione che per inerzia lo porterà a decentrarsi costantemente in ogni segmento della sua vita: infanzia, adolescenza, età adulta.

Poi, in parallelo, arriva Fabio.

Se per Raffaele il sesso è il mezzo per porsi qualsiasi domanda e accedere – le poche volte che ci riesce – a qualsiasi risposta, per Fabio il processo è quasi inverso. Fabio è un bambino chiuso in se stesso. Talmente chiuso che il punto di vista del narratore si pone accanto a lui: non lo lascia parlare a ruota libera, come nel caso di Raffaele. Fabio vive il sesso quasi fosse un’inutile, o comunque una non necessaria, attività del vivere; preferisce rimanere entro le proprie costruzioni mentali; il suo è un principio di autismo, che lo porta a trovare gioie isolate in mondi fantastici da lui stesso creati. Mentre Raffaele parte in giro per l’Europa cercando sfogo alla sua smania principale, Fabio crea uno spazio fantascientifico in cui si crede un esploratore di galassie. E tanto gli basta.

Fabio e Raffaele sono destinati a incontrarsi. Il loro è un procedere a spirale, ma che non si incrocia mai: si conoscono per caso, per un breve periodo portano avanti un progetto folle: un social network che dia la possibilità a spiriti affini di incontrarsi – ma non a chiunque, non il solito puttanaio alla Facebook o alla Badoo: solo spiriti affini, ricercati e trovati grazie a elaborati e precisissimi algoritmi.

Raffaele la mente creativa, Fabio il braccio, il tecnico: una coppia simile a quella dei sogni, Jobs-Wozniak, ma in questo caso del tutto inconcludente, strampalata, dove non c’è sinergia se non per alcuni momenti in cui le coscienze si dilatano sotto l’effetto benefico di qualche droga; tutto il resto è un girarsi intorno, come suggerisce anche l’andamento e l’alternanza dei capitoli, dove inzialmente prende voce Raffaele, in prima persona, poi di nuovo Fabio, ma da osservato speciale, un oggetto strano da descrivere; poi di nuovo la voce di Raffele; e così via.

La cifra linguistica di Cometa è altrettanto eclettica, isterica – a volta in linea, a volte sfalsata rispetto alla narrazione. Nelle confessioni, nei racconti di Raffaele, l’andamento dà l’impressione di non essere formalmente controllato – ma è solo un impressione: cambi di registro, lessico e frasi ricercate si innalzano per poi ricadere in una sequela di accostamenti secchi e beceri. Gravitando spesso intorno al sesso, certi passaggi portano l’eco libertino di una scrittura tondelliana; eppure, nel complesso, si ha a che fare con una scrittura molto più autoconsapevole, quindi sarcastica e disincatata: una stesura da giovane Holden dei nostri tempi, al passo con i picchi nozionistici del postmoderno.

Nei momenti che riguardano Fabio, la virata appare in una lingua incentrata sul patetico, sul mimetico-infantile, ma senza dimenticare la lezione ironica – anche in questo caso – di molti autori postmoderni, che creano una sensazione di distacco che rende Fabio stesso quasi un agente del comico.

Cometa risulta un oggetto tanto difficile da incasellare quanto da contenere mentalmente. Le sue strutture linguistiche e narrative sono scalene, i momenti decisivi all’evoluzione della trama sembrano sfuggire, e non si capisce se si gira in tondo o, col solito movimento a spirale, si sale o si scende verso l’alto, verso il basso. È un gioco illusorio tipico delle realtà virtuali: c’è un meccanismo dietro che opera per disorientarci, per porre un enigma. In questo, Cometa riesce perfettamente: certe insistite concretizzazioni materiali intorno al sesso hanno, come già accennato, la funzione di portare il lettore su un piano altro, e via via sempre più astratto, impalpabile, diradato. Si arriva infine allo smarrimento di significato. Come quando si osserva uno di quei precisi e geometrici screensaver di Windows, e a slittare in una lucida allucinazione senza nemmeno accorgersene basta un niente.

Commenti
2 Commenti a “Slittamenti di significato e coscienza. Su “Cometa” di Gregorio Magini”
  1. Antonio Vena scrive:

    Bella recensione, bravo Felici.

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  1. […] Temiamo di avervi deluso, ma non potevamo altrimenti. Nonostante i recenti riposizionamenti slittamenti di significato (ahiahiahi Stefanì) e gli avvicendamenti in redazione, i temi della nostra agenda sono ancora […]



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