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Comisso e Parise tra Bacco e Venere

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di Dario Borso

È noto che, alle nozze svoltesi il 29 agosto 1957 tra Parise e la bella Mariola, Comisso fece da compare allo sposo, donandogli per l’occasione un anello costituito da: giada acquistata in Cina raffigurante un libro + montatura d’oro ottenuta per fusione dei pennini delle stilografiche con cui aveva scritto i suoi libri. Meno si è meditato invece sul senso del dono, peraltro lampante: l’ultrasessantenne Comisso passa le consegne tecniche al suo giovane pupillo, cui indica pure l’Oriente come meta. Questo bisogno di figliare (così classicamente pederastico) fu una costante del trevisano, che già nel 1946 aveva battezzato in casa Giuseppe Berto, pubblicandogli l’opera prima Il cielo è rosso.

Certo che quello con Parise fu un gran colpo di fulmine, se giusto chiuso Il prete bello, Comisso si precipitò a Vicenza per incontrare l’autore, ahimè assente. L’incontro era solo rimandato di poco: a metà luglio 1954 infatti  Comisso presentò Parise a S. Pellegrino, in un convegno dove, tra altre coppie, Ungaretti presentò Zanzotto. Nella sua relazione, con pochi tocchi sbarazzini il grande vecchio (il migliore in assoluto dei narratori veneti, secondo una definizione data da Rigoni Stern poco prima di morire) esaltava il proseguirsi di una linea veneta che, iniziatasi dalle relazioni degli ambasciatori della Serenissima, per Nievo giungeva fino a… Goffredo, appunto.

Da quanto s’è detto, si capisce che il Parise amato da Comisso fu quello del Prete bello, mentre manco è sicuro che abbia letto i due romanzi precedenti, Il ragazzo morto e le comete (1951) e La grande vacanza (1953). Si può ora aggiungere che anche in seguito sarà così, nel senso che tanto Il fidanzamento (1956) quanto Atti impuri (1959) nulla aggiungeranno al giudizio, mentre Il padrone (1965), ultimo romanzo di Parise d’ambientazione milanese (unico dunque non-vicentino) e d’impostazione moraviana, toglierà assai, e non solo al giudizio ma ancor più all’amicizia.

Non che fossero mancati screzi anche prima, e uno piuttosto grave tra il 1959 e il 1960, quando Comisso tentò di imporre al presidente delle Longanesi Mario Monti Il soldato nudo, opera prima di Giampiero Bona che Parise, all’epoca braccio destro di Monti, reputò “non eccezionale”, attirandosi le ire del mentore. Ma fino al 1964 appunto l’amicizia tiene, nutrendosi per varie vie dell’humus veneto; e a dimostrarlo è questo breve scambio epistolare.

Lettere di Comisso a Parise non ce n’era, finché Manuela Brunetta del Centro Parise di Ponte di Piave ne ha scovata una entro un libro gaddiano appartenente alla biblioteca di Parise.

Di lettere di Parise a Comisso ne risultavano 34, di cui 32 pubblicate da Piero Urettini e 2 da Ilaria Crotti.  Ora, ispezionando il medesimo Archivio Comisso della Biblioteca Comunale di Treviso  ma attingendo da un altro fascicolo, ne ho scovata una trentacinquesima, che è la risposta all’altra.

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                                                                              22.XII.6,  S. M. del Rovere Treviso

Mio caro Edo, se vuoi il Tocai del Conte Attimis[1] di Buttrio che è il migliore, costa £. 320 alla bottiglia e puoi averne subito un assaggio di 12 bottiglie che ti faccio spedire dal Sig. Rossi di Treviso, che ne à il deposito, contro assegno. Dammi il via e il vino parte. Sono stato a Vicenza con Alfredo[2] e il Conte Perusini[3], il quale deve fare pubblicare un libro di ricette della cucina friulana compilate da sua madre, presso Neri[4]. Neri mi à fatto vedere tutti i libri stampati da lui: una meraviglia. È straordinario.

Poi tutti assieme li ò portati in Corso Padova 18 dalla mia vecchia amica Guerrina De Vettori. Prima cosa la casa (la stamberga) dentro al cortile di un vecchio palazzo (che lo stesso Scapin[5] non conosceva) fece a tutti gridare, io in testa: questa è la Vicenza di Edo. Tu avessi visto, ossia tu l’ài già visto. Cumuli di biciclette vecchie, ballatoi, gente povera di famiglie che si odiano tra loro, brave massaie, mistiche e puttane, saffiche diventate idoli delle giovanette, lei poi, la Guerrina, che non si sapeva se era uscita da un manicomio, da un carcere o da una emigrazione in Svizzera. Di una memoria limpidissima ricordava tutte le lunghe estati calde passate con lei a Vicenza negli anni della guerra. Tutte le sue amiche che concedeva a noi, ora sono oneste donne con 7 o 8 figli. Pensa in questa sua grande stanza a piano terra: una poltrona settecentesca che offriva a tutti, un albereto di natale, tre letti disfatti, un tavolo con bicchieri sporchi bottiglie e fiaschi vuoti, un’aringa salata. Su una sedia un catino con acqua sporca. E fuori sulla portiera in gingillo natalizio una lampadina con grandissimo paraluce di cartone pendeva dal soffitto. Diceva che ora va a messa tutte le mattine. Una donna che tu devi vedere. Legge romanzi gialli. Un grande volto tra capelli bianchi tagliati corti, grandi occhi chiari, mammelle sode e spaziose, corpo immenso. E parlò sempre lei senza una inflessione dialettale, volubile, spigliata, affettuosa, considerava Virgilio un ragazzino. Vieni su per vederla e contemplarla. Tutti erano istupiditi.

Non ò visto Mariola perché la giornata fuggì via rapida. Il giorno 8 gennaio vado a Milano per regolare tante cose con Monti[6]. Non pare sia completamente stordito dal nuovo amore che segue come un cagnolino da per tutto. Ti abbraccio

                                                         tuo Giovanni

 I tuoi ànno trovato casa[7], ma un appartamento al 4° piano senza ascensore e senza riscaldamento centrale. Ve n’erano di migliori ma tua madre à voluto così.

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                                                                          Roma, 2 dicembre

Carissimo Giovanni,

ricevo solo ora la tua del 22 e ti ringrazio delle rapide, tizianesche pennellate, fosche, cupe a tratti ma come fumiganti di incenso o fumo di vecchio focolare incrinato e cadente sotto la volta ancora più oscura e befanesca della cappa, da dove scendono i folletti nani, gobbi bitorzoluti e col cazzo enorme che rendono folli le menti delle vicentine. Conosco quella casa e quella stanza, e conosco Guerrina, e il negozio di erbivendola, sorta di teatrino, di sipario multicolore che come una scena nasconde dietro di sé quel sogno dell’interno, quel cupo allegro incubo di cui è fatto il nostro mondo veneto. Lo conosco e ora, dopo la resurrezione fatta da te e i fumi miei personali che annebbiano ricordi e precisione di particolari, mi pare sorgere dal ricordo come un antro gonfio di vecchie e ferruginose latrine, di gatti vestiti da ballerini professionisti di tango e fox trot, o da telepati e maghi di stazione termale, di seleghe[8]  dall’occhio grande bistrato, seleghe avide, querule e nascoste sotto croste di anni, di cieli e di spirali natalizie appena più giù dei tetti, e immagino la grancassa panza di Virgilio inoltrarsi in quella oscurità giallo scuro, illuminata visceralmente dalle lampadine di poche candele di prima della guerra, la panzona virgiliana coperta di gualdrappe scientillanti [sic], berretto a corno, e Giovanni poeta con tricorno e polpe, e occhio lucente, di barone di Munchausen [sic] e il topone Neri, re dei topi del Bacchiglione che gli mantengono la sua casa editrice col rodimento ai culi delle banche che affondano nel fiumaccio lordo di preservativi, di testamenti fatti e rifatti di malattie e di feti, e il tondo Alfredo con viola d’amore, o mandolino, roseo e liscio dal labbro avido e ricevente, e la matta Guerrina troneggiante, oramai pingue sibilla del settedento [sic] veneto e lanotte [sic] … la notte stellata e fredda distesa su tutto ciò, bleù [sic] di Prussia, bleu zaffiro, tagliente, e vagamente rumorosa, con sottili strisci come di diamante sul vetro.

Fammi mandare pure le bottiglie e ti ringrazio, caro il mio Giovanni. Finita la pagina, finita l’ispirazione, tale è la mia pigrizia e tale la mia attuale prigionia coniugale. Meglio non parlare.

Mia mamma è molto contenta per la casa, dice che le altre costavano molto di più. Ma non ti spaventare per gli scalini. Siediti sul vento della tua arte e… pfffffff ffff, entra in casa dalle finestre dell’ultimo piano, beninteso con una mano sul tricorno, perché non se ne voli.

Ti abbraccio, tuo

                             Goffredo

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[1] Conte Gianfranco d’Attimis Maniago.

[2] Alfredo Beltrame (1924-1984), fondatore della catena dei ristoranti “El Toulà”, aveva aperto il primo a Treviso nel 1962.  La sua prima esperienza come “gourmet” risale al dopoguerra, quando prestò servizio in un ristorante ad Alessandria d’ Egitto. All’epoca gestiva l’hotel Brennero di Bassano del Grappa.

[3] Gaetano Perusini, collezionista etnologo, morto il 4 giugno 1977 assassinato da ignoti, in un gioco sessuale omoerotico.

[4] Giuseppina Perusini Antonimi, Mangiar friulano, con una prefazione di Giovanni Comisso, Venezia : N. Pozza, (gennaio) 1963.

[5] Virgilio Scapin (1932-2006), lanciato sul “Mondo” alla fine degli anni 50 come Pozza.

[6] Mario Monti (1925-1999), presidente della Longanesi, presso cui lavorava Parise.

[7] La madre Wanda Bertoli e il padre adottivo Osvaldo Parise si trasferirono all’inizio del 1962 a Treviso.

[8] Sélega (dial. veneto), s. f.: Passero.

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