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“Il commensale”: un estratto

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Pubblichiamo un estratto da Il commensale, il libro di Gabriela Ybarra uscito per Alessandro Polidoro Editore, che ringraziamo.

di Gabriela Ybarra

I

Si racconta che nella mia famiglia si sieda sempre un commensale in più a ogni pasto. È invisibile, ma c’è. Ha il suo piatto, il suo bicchiere e le sue posate. Di tanto in tanto appare, proiettando la sua ombra sul tavolo e facendo svanire qualcuno dei presenti.

Il primo a sparire fu mio nonno paterno.

La mattina del 20 maggio del 1977, Marcelina mise sul fuoco un bollitore e approfittando del fatto che l’acqua non fosse ancora a temperatura, prese un piumino e iniziò a spolverare le porcellane. Un piano più su, mio nonno stava entrando nella doccia e, in fondo al corridoio, dove le porte formavano una U, dormivano i tre fratelli che vivevano ancora lì. Mio padre già non ci abitava più, tuttavia durante uno scalo fra New York e un’altra destinazione aveva deciso di passare per Neguri e trascorrere qualche giorno con la sua famiglia.

Quando suonò il campanello, Marcelina era lontana dall’ingresso. Mentre passava il piumino su un vaso cinese, sentì qualcuno gridare dalla strada: «C’è stato un incidente, aprite la porta!», e corse verso la cucina. Guardò per un istante il bollitore, che già aveva iniziato a fischiare e tolse il gancio della serratura senza guardare dallo spioncino. Dall’altro lato della soglia, quattro infermieri incappucciati avanzarono aprendo i loro camici per mostrare le mitragliatrici.

«Dov’è don Javier?», disse uno di loro. Prese un’arma e la puntò verso la ragazza, così che lo conducesse da mio nonno. Due uomini e una donna salirono per le scale. Il quarto rimase di sotto per controllare l’entrata della casa e rovistare tra le carte.

Mio padre si svegliò per il tocco di qualcosa di freddo che gli sfiorava la gamba. Aprì gli occhi e vide un uomo che sollevava le lenzuola con la canna di un’arma. In fondo alla stanza, una donna gli ripeteva di stare tranquillo e che nessuno gli avrebbe fatto del male. Poi la ragazza avanzò lentamente verso il letto, gli afferrò i polsi e li ammanettò alla testiera. L’uomo e la donna uscirono dalla stanza, lasciando mio padre solo, ammanettato, con il petto scoperto e la testa rivolta verso l’alto.

Passarono trenta secondi, un minuto, forse più. In un lasso di tempo indefinito, gli incappucciati tornarono nella stanza. Ma questa volta non erano soli, con loro c’erano due dei miei zii e mia zia più piccola.

Mio nonno era ancora sotto la doccia quando sentì qualcuno gridare e battere sulla porta. Chiuse l’acqua e, siccome i rumori non cessavano, si coprì con un asciugamano e sporse la testa sul corridoio per vedere cosa stesse accadendo. Un uomo con il volto coperto tratteneva Marcelina premendole il braccio sulla bocca, con l’altra mano teneva la mitragliatrice puntata verso la porta semiaperta. Entrò in bagno e si sedette sulla tazza. Afferrò la domestica per la gonna e la costrinse a inginocchiarsi sul pavimento bagnato. A pochi centimetri, mio nonno cercava di sistemarsi di fronte al riflesso dell’arma. Si pettinò i capelli con la brillantina, ma gli tremavano le dita e non riuscì a tracciare dritta la riga che attraversava la sua testa. Una volta finito, uscì dal bagno, prese un rosario, degli occhiali, un inalatore e un messale. Si annodò la cravatta e con la mitragliatrice puntata camminò fino alla stanza dove si trovavano i suoi figli.

I quattro fratelli lo aspettavano ammanettati sul letto, guardando la donna trattenere Marcelina per i polsi. Nel silenzio si sentiva solo il fischio del bollitore.

Quando finì di ammanettare la domestica, la donna scese di sotto, mise il contenitore sul piano della cucina e spense il fornello. Intanto, di sopra, i suoi compagni riorganizzavano gli ostaggi. Per prima cosa li fecero spostare ai lati del letto per lasciare uno spazio libero. Poi strapparono la cravatta dal collo di mio nonno e lo fecero sedere al centro.

Il più robusto degli uomini prese una macchina fotografica da una tracolla di pelle nera e aprì il passamontagna all’altezza degli occhi per guardare nel mirino, ma né mio padre, né i miei zii, né mio nonno lo stavano guardando. L’incappucciato schioccò le dita un paio di volte per catturare la loro attenzione e quando alla fine la ottenne, premette il pulsante tre volte.

***

Una questione che non è stata ancora chiarita è che fine abbiano fatto le foto che i sequestratori hanno scattato alla famiglia e le tre istantanee di Ybarra che si sono portati via nel lasciare la casa.

«Posso assicurare», ha affermato uno dei figli, «che non abbiamo ricevuto come prova nessuna delle tre immagini di mio padre. Non sappiamo cosa ne abbiano fatto di queste foto e nemmeno di quelle che ci hanno scattato con lui negli attimi prima di portarlo con sé. Lì appare insieme a noi figli e mentre ci saluta prima di andare via».

ElPaís, venerdì 24 giugno 1977

***

Il monte Serantes era ricoperto da una nebbia fitta e densa che si stava per trasformare in temporale. I torrenti scendevano giù per la collina fino al fiume Nervión, che a poco a poco si sarebbe riempito come una vasca da bagno. Non straripò, ma invece lo fece il Gobela, un fiume che scorreva vicino casa di mio nonno. Lungo avenida de Los Chopos, l’acqua invadeva la strada, copriva i marciapiedi ed entrava con violenza nei garage. I fari di alcune auto si accendevano da soli. In casa, la pioggia si sentiva forte, come se qualcuno stesse tirando tozzi di pane contro i vetri. Fuori c’erano alcune strade interrotte: Bilbao-Santander all’altezza di Retuerto, Neguri-Bilbao passando per la Valle di Asúa e Neguri-Algorta.

A partire dalle otto e un quarto del mattino, le macchine si accumularono in tutti gli accessi per il centro di Bilbao, formando un ingorgo di diciotto chilometri che si estendeva fino a Getxo. Per tutta la Vizcaya si sentivano la pioggia, le auto e i tergicristalli sfregarsi sui vetri. Mio nonno era rinchiuso nel bagagliaio di una SEAT1430 familiare che fuggiva lentamente. Nella parte anteriore c’erano due dei sequestratori con la radio accesa. Nessuno sapeva ancora nulla. Ancora suonava Y te amaré di Ana y Johnny tra le informazioni sul traffico e il notiziario.

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Nei giorni che seguono il sequestro, gli articoli sono poco elaborati e brevi. Il primo servizio approfondito che ho trovato è del 25 maggio 1977 su Blanco y Negro, il supplemento del quotidiano ABC. Il titolo è: «Il massimo che possono farmi è piazzarmi due proiettili». Poco più giù c’è un articolo intitolato: «Manette di fabbricazione francese».

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Quando mio padre calpestò le pozzanghere del giardino non era ancora riuscito a disfarsi delle manette. Arrivato al cancello, spinse la porta con la spalla e uscì in strada. L’acqua scendeva impetuosa sull’asfalto. Mio padre osservò attentamente il marciapiede, il lampione, i cespugli e la chioma fradicia di una signora carica di buste della spesa che si fermò alla sua sinistra. La donna appoggiò a terra le buste per coprirsi il capo e lo salutò. Lui, educatamente, le rispose ma in maniera telegrafica, e proseguì, continuando a inzupparsi, finché non si fermò di fronte a una casa con le mura di pietra e le siepi che si agitavano tra le grate. Suonò il campanello e disse: «Salve, sono il vicino della casa accanto, posso usare il telefono?». Si sentì un fruscio, la porta vibrò e una domestica con la crocchia lo fece entrare. La ragazza lo condusse all’interno, si fermò davanti a un telefono avorio appeso alla parete e gli porse la cornetta. Alla vista delle manette mosse la bocca in modo strano e si fece il segno della croce. Mio padre, gocciolando e senza guardarla, compose velocemente il numero della polizia. Disse nome, cognome, indirizzo e riportò quanto accaduto quella mattina. Poi tacque per ascoltare l’agente. La domestica aveva gli occhi che spuntavano fuori come la sua crocchia. Mio padre, al contrario, sembrava sereno.

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Prima di andarsene, i rapitori dissero a mio padre e ai miei zii che non avrebbero dovuto denunciare il sequestro fino a mezzogiorno. Alle dodici meno un quarto, due dei fratelli riuscirono a svincolarsi dalla sbarra del letto. Alle dodici e mezza arrivò la polizia e quindici minuti più tardi la stampa.

Gli agenti liberarono prima le donne. Poi proseguirono con mio zio più piccolo che, una volta libero, scese in giardino correndo e urlando il nome di mio nonno fra le ortensie. Mio padre si occupò dei giornalisti nell’atrio. Gli inviati misero i registratori sotto il suo mento e lui disse: «Si sono comportati in maniera corretta. Siamo stati tranquilli tutto il tempo».

Man mano che si avvicinava l’ora di pranzo arrivarono altri poliziotti e giornalisti. Giunsero anche il resto dei fratelli e alcuni cugini. Il fratello più grande guardava verso il fondo della strada. Il piccolo, invece, continuava a cercare mio nonno fra le ortensie del giardino.

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Il più grande aveva gli occhi azzurri e indossava una giacca a vento verde e dei jeans. Il secondo, moro e magro, aveva una camicia a quadri scura. La donna, esile, portava un impermeabile color arancio. Il quarto, di media statura, per tutto il tempo trascorso in casa, non ha mai tolto il camice bianco da infermiere. L’età dei quattro sequestratori si colloca tra i venti e i venticinque anni.

Blanco y Negro, mercoledì 25 maggio 1977

Di seguito due immagini di mio padre con le manette di alluminio di fabbricazione francese: Peripedose.

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