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Quando compare La Bombonera

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Ti dicono di stare attento quando vai a La Boca, quartiere di Buenos Aires, appena sotto lo storico e letterario San Telmo; ti dicono di restare dentro il percorso turistico e – contemporaneamente – ti dicono che il percorso turistico è troppo turistico. Fai a modo tuo e vai. Il tuo obiettivo è guardare il quartiere, in particolare la zona di El Caminito, le case colorate, i murales, la vista sul fiume e sul ponte, la splendida Fondazione Proa (dove in questi mesi si può ammirare una personale di Ai WeiWei). Il cielo azzurro di gennaio a Buenos Aires ti avvolge totalmente, ti senti inevitabilmente un po’ azzurro anche tu.

Arrivi e cosa vedi? Bancarelle, naturalmente, e un mercatino, e una casa blu e rossa che taglia ad angolo due strade, e il tizio che ti fa mettere in posa se vuoi farti fotografare in un finto tango, e quelli che saltano fuori dai ristoranti per trascinarti dentro come se fossi a Venezia, o a Trastevere, o a Napoli. Sorridi e guardi in su perché queste case sono davvero splendide. Blu, gialle, rosse, verdi, fatiscenti e meravigliose. Alcune case sono di pietra, altre sembrano di legno, altre di materiali vari meno stabili, dalla resistenza poco credibile. Qua e là qualche altarino, candele accese davanti a immagini di sconosciuti, un misto tra religione, diavoleria e superstizione.

Appena puoi esci dal percorso raccomandato, segui i murales e i vecchi binari del tram. Vaghi in attesa di qualcosa, come Martin di Sopra eroi e tombe quando attendeva l’istante della comparsa di Alejandra. Alla tua destra ecco i murales giganteschi che ricordano i desaparecidos della Boca: “La Boca no olvida a sus desaparecidos”. Altre case, e alla tua sinistra un primo segnale che ti illumina, ma che la tua ragionevolezza ignora, un disegno di Maradona in corsa che controlla il pallone col ginocchio; lo fotografi e prosegui. Il sole scalda sempre di più. Davanti a un negozietto di alimentari tre anziani che se la raccontano, e ti sorridono, come tutti da queste parti.

Ed ecco Tevez su un muro giallo, ecco Messi (che in tutta Buenos Aires tra disegni e immagini se la gioca col Papa e con Diego) ecco un doppio Maradona, ecco un Maradona in primo piano, non puoi più scappare, da queste parti c’è il tempio anche se tu non l’hai visto ancora. Un altro Maradona ancora, ma quanti sono? Diego, ti chiedi, quanti sei?

Alzi la testa e in mezzo alle case, appena sopra gli alberi, come se fosse un’altra casa popolare tra le popolari (e non lo è?) compare un primo pezzo di Bombonera, quello più in alto. Un po’ di giallo, un po’ di blu, capisci e allo stesso tempo non puoi crederci. Cosa ci fa lo stadio – quello stadio – in mezzo a due strade strette, piantato lì come se fosse un condominio abusivo? Un po’ di giallo, un po’ di blu.

Ti accorgi di essere emozionato e ti dici – giocando con Guccini – che a Baires “lungo una linea morta” c’è lo stadio e ci arrivi se esci dal percorso turistico, se vai a vedere il quartiere vero, gli argentini veri, se vai lì dove la gente vive. Tua moglie ti guarda e capisce, è pronta a scattarti delle foto. Aspetti il tuo turno, prima ci sono due operai che si fanno i selfie sotto i volti dei calciatori scolpiti sul muro dello stadio. Il gioco è indicare Maradona col dito, il gioco è trovarlo tra i tanti volti scuri. Uno dei due lo scova e sorride felice, poi ti fa ciao. A qualcuno sembrerebbe stupido, a qualcuno lo sembreresti tu, ti metti in posa per la foto, ma della foto ti importa poco perché sei lì dove hanno giocato Maradona e Tevez, dove ha giocato Riquelme, dove ha giocato Marzolini che ha l’età di tuo padre e che qui ha vinto qualcosa. O Rattin detto “El Rata”. Tocchi il muro, lo tocchi in più punti, più volte, fai il giro intorno allo stadio.

E quando passi sotto, nella strada così piccola, di nuovo ti sembra un condominio in stato di abbandono. Più avanti c’è l’ingresso del museo di cui non vi dirò; lo capirete bene, statue dei più forti da Maradona a Martin Palermo, la stanza di Diego, la chitarra gialla e blu che si fece costruire Lenny Kravitz quando suonò qui. Più del museo sono belle le persone che aspettano di entrare. Una serie di anziani che senza i colori sociali sembrerebbero ad una gita dell’azione cattolica, del resto sempre di fede si tratta. Le stelle sul marciapiede come a Hollywood.

Non capisci come facciano ad arrivare qui 50000 persone quando si gioca, non capisci come riescano ad andarsene, ma non te ne importa. Sai da tempo che è quasi impossibile vedere una partita di campionato se non sei socio, sai che esistono dei biglietti speciali per turisti, sai che a gennaio in pratica non si gioca. Un po’ di giallo, un po’ di blu, tocchi il muro. Lo scrittore uruguaiano Mario Benedetti, in un libro, indica il passaggio di Maradona dall’Argentinos Juniors al Boca Juniors tra le cose che segnano il declino irreversibile dei tempi. Completi il tuo giro e continui ad ammirare Benedetti per la prosa ma capisci perfettamente Maradona, lo capisci fino alla fine.

Ti fermi a fare due chiacchiere con un vecchio, gli chiedi del Boca e di Maradona, parla piano e il suo spagnolo risulta comprensibile. Ti dice di non essere mai entrato dentro lo stadio pur essendo un tifoso. Aggiunge che una volta, una soltanto, ha visto Maradona scendere dal bus della squadra. “Era davvero piccoletto”, mi fa. Lui che sarà alto un metro e sessanta. I suoi occhi si inumidiscono, ma forse è solo suggestione. “Signore, Maradona, tanto vicino da poterlo toccare”, prosegue. Gli dici che lo hai visto giocare tante volte, lui approva.Essere tifoso del Napoli qui è una specie di lasciapassare, al controllo passaporti quasi ti abbracciavano.

Fuori da un negozio di cianfrusaglie c’è una statua di Diego, puoi infilare la testa nel buco per farti una foto, soprassiedi.

L’istante in cui è comparsa la Bombonera te lo ricorderai per sempre, lo metti accanto alla prima volta in cui mettesti piede al San Paolo o a quella in cui ti apparve San Siro.

Due giorni dopo chiacchieri di politica con un tassista, ma è evidente che un napoletano a Buenos Aires non può che finire a parlare di pallone, gli racconti del tuo giro a La Boca, ti dice cose che già sai, si trovano su Google, ma che a sentirle dire da lui diventano più vere e più commoventi.

“Durante le partite – quando tutti saltano – la Bombonera si muove e pulsa come un cuore che batte”.

(E tu lo ha sentito quel cuore battere, hai immaginato lo stadio ondeggiare).

E ti pare che te lo stia dicendo Ricardo Piglia, che te lo sussurri Borges, che te lo mostri Silvina Ocampo, che te lo racconti Julio Cortázar; Voi non gli credereste sulla parola?

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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