conspiracy

La nostra garanzia si chiama complottismo

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di Dario De Marco

Allora, mio caro Generale, come va?

Bene, Eminenza, molto bene, grazie. Un po’ in ansia per quel piccolo conflitto, laggiù…

Quell’ultimo che è esploso, dice? Oh misericordia divina, certo nonostante quei popoli ci siano più che abituati, è sempre triste vederli sterminarsi a vicenda… Speriamo che finisca al più presto, vero?

Presto? E perché mai… Ah, sì giusto, lei dice per i civili, per le vittime accidentali. Per quanto, definire civili quelle genti… Ma sa, vanno anche salvaguardate esigenze di stabilità, gli equilibri internazionali, la geopolitica, la filiera produttiva, le forniture delle industrie… La mia preoccupazione era proprio per questo. Lei piuttosto, cosa mi racconta? Tutto bene dal punto di vista, come si dice, spirituale?

Sì, senza dubbio. Siamo molto felici del fatto che la terra sia stata liberata dall’oscura minaccia incombente da Est. C’è giustizia all’altro mondo, ma a volte anche in questo mondo. E soprattutto siamo soddisfatti di come sia stata liberata, grazie all’intercessione del Vicario di Nostro Signore… Lei è conscio, non è vero, che la Storia ha già attribuito il merito a lui, molto più che a voi soldati.

Eh, certo certo, come no. E cosa dice lui, Sua…

Santità, caro Generale. Sua Santità è sempre molto impegnato, ma sta benone: riesce ancora a soddisfare, ad un occhio esterno, tutti i crismi dell’autonomia di corpo e spirito. Sembra perfettamente indipendente, insomma, e quindi, di fatto, lo è, non so se mi spiego.

Alla perfezione, Eccell… volevo dire, Eminenza.

Non si preoccupi, Colonnello, siamo tra amici. Oh, scusi.

No no, va benissimo così, sono orgoglioso di quel nome, le cose migliori della mia vita, se ne ho realizzate, le ho fatte proprio sul campo, da Colonnello, e non dietro la scrivania di Generale. È quello il grado che mi si addice: il braccio destro, non il comando supremo.

Suvvia, non faccia il modesto. Piuttosto, mi dica…

Agli ordini. C’è qualcosa che la preoccupa.

Sì, sarò franco. Sono i giovani a preoccuparmi.

Eh, la mancanza di vocazioni, immagino.

No, macché… Ehm, beh, sì certo, sempre meno sono quelli pronti a sobbarcarsi il duro lavoro di pastori di anime. Ma Iddio vede e provvede, al limite si sopperirà con nuova linfa dai paesi emergenti, si fa per dire: ci sono legioni di fedeli pronti, migliaia di ragazzi in situazioni così disperate che gettarsi tra le braccia amorevoli di Santa Madre Chiesa è per loro un sollievo, e per noi una benedizione. No, sono i giovani in generale che mi preoccupano. I nostri giovani.

Ma come! Sono così colti, intelligenti, dinamici. Sanno le lingue, si spostano da un lato all’altro del mondo. Conoscono l’economia ma sono privi di condizionamenti ideologici. Sono pronti a imparare, a cogliere tutte le opportunità

Appunto! Colti, intelligenti, dinamici. E pronti a cogliere l’opportunità… di divorarci!

Come dice?

Generale, orsù! Ma si rende conto che questa è una generazione che ha tutto? Che è la prima generazione che ha tutto da non so quanto tempo, forse da sempre?

Beh…

Ci pensi. Quelli che erano giovani negli anni ’50, che cosa facevano?

La fame.

Esatto. Erano troppo impegnati a cavarsela, a farsi strada tra le macerie del dopoguerra. Sì la Ricostruzione, la Repubblica e tutto, ma la vera spinta, come sempre, è individuale. Quella generazione, e ci siamo anche noi in mezzo

Beh, grazie per avermi tolto qualche anno…

Ma che c’entra, è una questione di mentalità. Avevamo degli obiettivi da raggiungere: il benessere, la tranquillità. Tant’è vero che abbiamo fatto il boom.

E ne hanno goduto gli altri.

Certo, ma ci arriveremo. Intanto, gli anni ’60. Se li ricorda lei gli anni ’60, Colonnello?

Altroché, Eminenza. È stato quello il mio periodo d’oro, glielo dicevo prima.

E che cosa faceva?

Ero su un campo di battaglia, ma un campo, come dire, non aperto.

Servizi? Guardi che non mi scandalizzo. Lo sanno tutti che esiste il controspionaggio, è anche legale.

Ecco, appunto.

Ah, capito. Quell’altro… livello?

Già.

Beh ma allora a maggior ragione capisce cosa voglio dire degli anni ’60…

Sì, capisco. Ricordo che all’inizio ci hanno fatto un po’ cacare sotto.

Generale!

Insomma, i figli del boom sembravano un’altra razza. Ben nutriti, spavaldi: nessuna guerra gli aveva fiaccato i muscoli e i nervi…

Per non parlare del malcostume sessuale… Liberazione, la chiamavano! Eh, altro che i problemini che abbiamo adesso, con questi pederasti di seconda categoria: la cosa più rivoluzionaria che immaginano di fare è sposarsi! Il matrimonio gay, quisquilie, altro che le orge dell’epoca.

Sembra quasi che le rimpianga.

La prego! E comunque, mi diceva. Come avete fatto.

Ma niente, è bastato mettergli un paio di pistole in mano…

E un movimento che poteva essere un maremoto, si è disperso in mille rivoli che fuggivano in direzioni diverse, a volte anche contrastanti.

Eminenza, sono felicemente sorpreso! Allora voi non siete tutti casa e chiesa…

Eh che vuole, la necessità… Non siamo di questo mondo, ma viviamo nel mondo. Però, torniamo a noi. Gli anni ’70, come ce la siamo cavata?

Vabbe’, l’abbiamo detto: il terrorismo. Mica solo da noi, un po’ dappertutto.

Sì certo. E poi? Possibile che non ricorda il papavero?

Chi?

L’eroina, Dio santo! La droga più potente del mondo! Una, due generazioni sfibrate dall’oppio del nuovo secolo. Se penso alle sostanze che giravano all’inizio… cannabis, Lsd, quella sì che era roba pericolosa: risveglia le coscienze, apre la mente… meno male che poi il Cielo ci ha mandato questa manna, che toglie la forza e la volontà… ai malintenzionati dico, ovviamente, che fessi…

E pensare a tutte le prediche che facevate contro la droga, eh eh.

Ma Generale, non mi faccia l’ingenuo, è così che si combatte il Demonio. Concedendo e colpevolizzando, dando spazio e punendo… Altrimenti a che serve il libero arbitrio… Ma non mi faccia volare troppo alto, non siamo mica qui a fare teologia.

Ecco appunto, dove vuole arrivare?

Agli anni ’80, ero arrivato. Che abbiamo fatto, lì?

Noi? Niente.

Ecco, bravissimo. Perché abbiamo affinato i mezzi. Niente ingerenze dirette, fuori lo Stato dalle vene, ricorda? Anche l’eroina era una cosa troppo invadente, e poi troppi morti, troppi sbandati per strada che terrorizzano la brava gente…

Per quanto, in certi posti la droga ha fatto il suo gioco fino agli anni ’80.

Ovvio, non è che si può organizzare il passaggio di testimone in un attimo. Ma se le dico anni ’80 lei subito a che pensa?

Uhm… I paninari… la moda per tutti… il fast food… la cultura di massa… non so, il ritorno al privato, le serate in famiglia…

Fuocherello, Generale, ci siamo quasi…

La televisione?

Perbacco! Oh, intendevo, sia lodato Gesù Cristo. La tivvù. Un mondo colorato, divertente da morire. Un mezzo di torpore molto più efficace: comodamente a domicilio, diffuso in tutte le classi sociali e le età, gratuito o almeno così sembra, pulito, legale. Forse più lento, ma dagli effetti sublimi, a lungo andare. Ma c’è dell’altro: l’Hiv.

L’acca-i-vvù?

L’Aids, Generale. La peste del secolo. La giusta punizione per i nostri peccati mortali.

Ah, giusto… ma quindi, vuol dire che hanno ragione quelli che sostengono

Ma no, mio caro fratello. Non se l’è inventata nessuno. Quella terribile malattia esiste davvero, purtroppo. Diciamo che è arrivata al momento giusto, nei punti giusti. E da allora, nessuno è più sereno al cento per cento, mentre fa le sue schifezze. Un’ombra di angoscia resta sempre, sullo sfondo, ed è giusto così, è come portarsi una cicatrice del Peccato Originale…

E così è sistemata anche la rivoluzione sessuale, o quel che ne era rimasto. Poveri ragazzi.

Già. E adesso? Intendo, in questi nostri anni ’90?

Una droga c’è sempre, Eminenza. Mi pare che si chiami Extasy. Che teneri questi virgulti, come direbbe lei: si sentono così furbi per il fatto che non si bucano più, e intanto si devastano i neuroni con la chimica.

Estasi. E pensare che è una parola così bella, che ricorda asceti e martiri… euforia, direi piuttosto. La stessa che è servita per tutti gli altri. Perché poi, consideri, i drogati sono sempre stati una minoranza. La più pericolosa, è vero, la più inquieta, quella composta da gente insoddisfatta, che pensa, che cerca. Ma la massa, alla massa qualcosa devi dare.

Il calcio è sempre andato benissimo.

Certo, in tutti le epoche. Poi, dicevo l’euforia: perché all’inizio di questo decennio c’è stato quello che c’è stato. Il Bene ha trionfato, è finita la lotta di un mondo contro l’altro. Siamo stati tutti d’accordo, e questo è stato bello, è stato euforizzante. Tutti ad arricchirsi, perché quella è l’unica cosa sensata da fare. Almeno questo è quello che sostiene il Pensiero Unico, e a noi sta bene, perché tiene a bada gli spiriti bollenti, incanala le energie in eccesso. Ma adesso, non lo sente?, quest’euforia inizia a svanire.

Lei dice, Eminenza? Io non lo vedo un problema così urgente.

E invece dobbiamo iniziare a pensarci, prima che la situazione diventi ingestibile. Adesso, che siamo all’alba di un nuovo millennio, proprio adesso rischiamo di trovarci senza strumenti nuovi. Come le dicevo, e guardi che è un punto che tutti stanno sottovalutando, la generazione dei giovani di oggi, diciamo quelli tra i quindici e i trent’anni, è la prima che ha tutto. Tutte le condizioni oggettive e soggettive: hanno la scuola che li istruisce, la sanità che li cura, hanno i soldi dei genitori, hanno internet… hanno il tempo libero! Tempo per pensare, mio caro Colonnello. Per riflettere su tutto quello, e Dio solo sa se è tanto o se è poco, tutto quello che ancora non va, a questo mondo. Guardi quello che sta combinando il cosiddetto popolo di Seattle… e sono ancora in pochi, eppure ragionano su scala mondiale, e su scala mondiale agiscono… oh, ma il Signore confuse le lingue proprio per fermare l’ardire della Torre di Babele…

E tra un po’ non sarà obbligatorio neanche più fare il servizio militare! Dove andremo a finire…

Da nessuna parte, Generale. Rimarremo dove siamo, come sempre. È proprio per questo che ho chiamato al nostro tavolo il Professore, che se n’è stato in disparte per tutto questo tempo.

Buonasera, Signori. Non ero in disparte, ascoltavo in silenzio come chi ha da imparare. Il silenzio è la virtù dei modesti. Lei m’insegna, Eminenza.

Dei forti, Professore, dei forti! Ma il Professore oltre a essere un illustre economista è anche un raffinato conoscitore della Parola di Dio… Generale, lei senz’altro approva

Mio caro monsignore, ma se l’abbiamo decisa insieme questo informale chiacchierata… piuttosto, mi chiedo, ma non doveva esserci anche lui

Lui?… Ah sì, il Presidente. Beh, mi sembra fosse indisposto, a lei ha detto qualcosa, Professore?… No? La verità, Fratelli miei cari, è che la politica in questi tempi nuovi conta sempre di meno. Certo sono i Parlamenti a fare le leggi, i Governi a scatenare le guerre… ma sono movimenti automatici, riflessi condizionati di decisioni prese altrove, come il calcio che parte quando il martelletto percuote il ginocchio.

Vabbè, ho capito. Ne facciamo volentieri a meno, delle chiacchiere dei politicanti. Poi quando avremo stabilito qualcosa, gli faremo sapere.

Ecco appunto, Signori. La trattazione da voi testé eseguita mi pare pregevole ed esaustiva. Ora sarebbe il momento di tirare le somme e addivenire a una qualche risoluzione.

Giusto, Fratelli. Il Professore vuole porci la domanda: che facciamo?

Allora Camerat… volevo dire Amici, io penso che ci dobbiamo giocare ancora la carta del terrorismo. Ma non a livello locale come negli anni scorsi, non con le solite rivendicazioni veterosocialiste, e che si dirige verso la singola organizzazione statale. Ci vuole una cosa più in grande stile, più potente e globale.

Tipo?

Già, può spiegarsi meglio?

Un gruppo transnazionale, che abbia degli appetiti su scala mondiale. Un attentato spettacolare contro un simbolo del potere… E poi qualche guerra qua e là, e la sospensione dei diritti civili più fastidiosi… Insomma che la gente si renda conto che la vita non è tutta aperitivi e gerani sui balconi.

Sì ma… chi? Quale gruppo? Chi è così organizzato e vasto da poter reggere e giustificare interventi di tale portata?

Già, Professore, chi? Uhm… ecco, ci sono! Gli arabi, gli islamici, insomma quelli là. Sono perfetti: antipatici, antimoderni, antioccidentali, stanno sulle balle a tutti…

Mah, non so… Vogliamo imbastire una guerra di religione?

E che, Eminenza, vi farebbe paura? Non mi dica, non sarebbe mica la prima volta che proprio voi

Ma come si permett

Signori, vi prego! Evitiamo le polemiche interne.

Ha ragione, Professore. Eminenza, mi scuso con la Chiesa. Ma per concludere: un altro splendido effetto collaterale di avere un nemico così invadente e pervasivo, sarebbe quello di poter affibbiare a qualsiasi voce ribelle la patente di filo-islamico. Sa quanti problemi risolti sul nascere.

Il terrorismo internazionale islamista. Lei Professore che ne pensa?

Certo, va bene. Lo faremo sicuramente, ci stiamo già lavorando. Ma non basta, lor signori mi permettano. Ci vuole qualcosa di più forte. Qualcosa che duri più di qualche anno.

Avanti, cosa?

Infatti Professore, non ci tenga sulle spine. La conosco bene e so che quando parla con più calma del solito, è perché sta per tirare fuori il colpo di classe.

Troppo buono, Eminenza. Ecco, io penso, che insomma sì, sia arrivato il momento… che ci voglia una bella crisi mondiale.

Crisi… economica?

Ovvio, Generale. Come altro può essere una crisi?

E ma…

Una crisi, Signori pensateci, deprime è vero l’economia, ma a cascata toglie linfa anche al terreno di coltura in cui allignano i mali che vogliamo evitare. L’istruzione… la ricerca scientifica… le comunicazioni… il tempo libero, come diceva Sua Eminenza prima! Il tempo, il modo e la voglia di immaginare una società diversa: una società certo peggiore di questa.

Una crisi economica, mi scusi ma sono solo un militare poco avvezzo ai numeri, una crisi non vuol dire impoverimento, contrazione del reddito per tutti, compresi noi… cioè, compresa tutta la brava gente?

Generale, la ringrazio perché mi consente di spiegare questo punto fondamentale: vi ricordo che, nonostante la logica porterebbe a condividere il ragionamento poc’anzi espresso, tutti i dati economici raccolti e studiati nelle precedenti epoche di crisi dicono che accade proprio il contrario. La forbice aumenta e, pur nella contrazione generale, la percentuale di incremento dei redditi medio-alti è pari se non superiore al tasso di decremento degli incomes di fascia bassa.

Insomma, i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri.

Ma di essi sarà il Regno dei Cieli, Eminenza! Io e il Generale ci accontenteremo di questo qui, nevvero?

Beh, faremo un sacrificio, eh eh… Ma scherzi a parte: l’idea sua, Professore, è proprio una cosa in grande stile tipo ’29, crollo di Wall Street e Grande Depressione? Guardi che quella durò un sacco…

Esatto. E lorsignori sanno come se ne uscì veramente? Non tanto con il New Deal di Roosvelt…

Ma con la guerra! Oddìo…

Precisamente. E non mi dica Generale che questo la spaventa.

Nossignore. Sarà nostro compito provvedere a tempo debito.

Sì sì, ma non precorriamo i tempi. Intanto vi inviterei a considerare attentamente i benefici effetti depressivi che una semplice flessione economica temporanea e ciclica può avere sulla vita e soprattutto sulla psicologia delle persone. Non è tanto l’effettiva perdita monetaria, ma la sensazione d’insicurezza che s’installa e non ti abbandona più. Il dubbio sul fatto che non domani, ma per esempio tra sei mesi potresti non essere più in grado di portare a tavola le stesse cose di sempre. Poi, invece, magari questo momento non arriva mai: ma tu nel frattempo non hai pensato ad altro.

Capito, Eminenza? Ha capito!? Poi i giornali dicono che i grandi manager non sanno mettersi nei panni della gente comune!

O che siamo troppo anziani per capire i giovani. Veniamo ai giovani infatti: per loro questo discorso vale al quadrato, perché già sono in un periodo di naturali incertezze, difficoltà e indecisioni. Una bella ramazzata leverà loro tanti grilli dalla testa, e si riterranno fortunati se già riescono a trovare un lavoro qualsiasi e a sopravvivere. Altro che ricerca della felicità! Altro che cambiare i destini del mondo!

Professore, lei è un Santo Visionario!

Ma senta, Professore, io da uomo della strada guardo ai fatti terra terra: ma più povertà non vuol dire gente più incazzata, che non ha niente da perdere? Proteste sindacali, tensione insostenibile, rivoluzioni?

Mah. I sindacati, mi lasci sorridere, ce li stiamo lavorando un po’ alla volta, arriveranno al momento decisivo fiacchi, senza seguito, e opportunamente divisi. Per quanto riguarda la Rivoluzione… che parola grossa. Ci saranno rivolte, disordini, incidenti… ma quelli, non mi dica che vi mancano gli strumenti per tenerli a freno. E poi, come sempre dalle ribellioni c’è solo da guadagnarci, perché lasciano nella maggioranza della popolazione, quella pacifica, ancor più ansia e insicurezza…

E a noi lasciano le mani libere per poter meglio individuare i fomentatori, presenti e futuri!

Bene, Signori. Ora però sarei io stesso ad avere un’obiezione. Che in effetti è più una perplessità. Legata, insomma, all’eventualità che queste nostre, come dire, intenzioni, per quanto ben dirette a preservare un sistema di valori condivisi, possano essere proprio in quanto pianificate… possano cadere nelle mani sbagliate, o comunque in qualche passaggio risultare da sé autoevidenti a chi

Eminenza, stavolta traduco io. Il Professore vuole dire: e se ci sgamano?

Impossibile! Impossibile, voi dite, e penso anche io. Innanzitutto per la stessa forma e modalità d’azione che ci siamo prefigurati: non un centro di potere unico, ma mille diramazioni, meccanismi di un sistema che funziona da sé, molte volte in maniera automatica, senza neanche bisogno di una catena di comando, come direbbe il Generale.

Esatto. Ma siamo così sicuri?

Fratelli, così e anche di più. Io dico e sostengo infatti che la migliore garanzia di segretezza del nostro agire sta proprio nell’incredibile natura di ciò che sta avvenendo davanti ai nostri occhi.

E perché?

Intendo: anche se un giornalista venisse indirettamente a sapere, per esempio, di questo nostro incontro… cosa impossibile, perché qui ci siamo solo noi.

E questo è indubbio.

E saremmo dei folli a riferirne all’esterno di tal nobile consesso…

Per l’appunto. Ma anche, dicevo, anche se uno di questi scrittori di blog, o come si chiamano, entrasse in possesso della registrazione audio di questa conversazione… registrazione che non esiste, vero Professore?

Vuole scherzare? … Ah, questo. No, è soltanto un telefono cellulare. E spento, per di più.

Ecco. Ma facciamo l’ipotesi assurda. Poniamo che qualcosa, in qualche modo, esca fuori di qui. E, che qualcuno ci metta le mani sopra…

Dunque?

Ma chi gli crederebbe! Lo prenderebbero per un pazzo. Un visionario, un maniaco delle teorie del complotto. Sicché, sarebbe costretto a mettere giù questo nostro dialogo in forma di racconto, di fantasia letteraria… Fidatevi: la nostra migliore assicurazione si chiama complottismo.

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Dario De Marco ha pubblicato con 66thand2nd il romanzo Non siamo mai abbastanza Mia figlia spiegata a mia figlia con Liberaria. Suoi racconti sono apparsi su Doppiozero, Nazione Indiana, Inutile, A4, Crapula.

Commenti
4 Commenti a “La nostra garanzia si chiama complottismo”
  1. MatteoZ scrive:

    articolo oserei dire pericoloso, perchè compiace uno dei difetti maggiori degli italiani, il non assumersi le proprie responsabilità. Temo che molti lo leggano seriamente (forse era questa l’intenzione dell’autore ?) ma apprezzabile esempio del complottismo di “sinistra”, lo stesso che ritiene una vittima Assad, per restare nell’attualità.

  2. l.c. scrive:

    Ciao Matteo, ovviamente si tratta di un racconto, di finzione grottesca.

  3. Dario scrive:

    Io non so, e non ho neanche le prove!

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