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Condominio Italia: la lite sul Salone del Libro

Questo pezzo è uscito su La Repubblica

di Nicola Lagioia

Con la decisione dell’Aie di spostare a Milano il Salone del libro, persino il mondo dell’editoria dimostra come l’Italia sia ancora il paese dei comuni, divisa su tutto, incapace di elaborare una politica unitaria in un settore tanto importante quanto fragile come la promozione della lettura. Milano contro Torino, Ministero della cultura contro grandi editori, con il rischio di avere l’anno prossimo due saloni del libro a un’ora di treno nello stesso periodo dell’anno.

Da italiani, bisogna essere felici per come Milano è riuscita a rilanciarsi negli ultimi anni. Una città davvero piena di idee dovrebbe tuttavia essere in grado di inventare, senza bisogno di scippare a qualcun altro una manifestazione che va avanti da quasi trent’anni. Anche perché Milano due eventi importanti con al centro il mondo del libro ce li ha già. Uno è Bookcity, la cui identità è ancora in rodaggio. L’altro è l’ottima Milanesiana, curata da Elisabetta Sgarbi. Perché non investire su quello, che tra l’altro rappresenta il mondo culturale di Milano in modo egregio? Nell’anno di Mondazzoli era impossibile fare altrimenti? Può darsi, ma non bisogna sottovalutare il legame che c’è tra le grandi manifestazioni culturali e il territorio in cui sono cresciute.

E’ molto probabile che Torino avesse perso negli ultimi tempi la sua migliore spinta propulsiva. Ma con quale coscienza gettare un colpo di spugna su ciò che questa città ha saputo fare a partire dagli anni Novanta? Torino sembrava aver vinto la sfida più difficile: sopravvivere alla diserzione della Fiat. Ha provato a reinventarsi come città del terziario e della cultura. Da una parte il Salone del Libro, dall’altra il Museo del Cinema. E poi la rete delle librerie, gli editori, la scena musicale dei Murazzi, il Circolo dei Lettori, la scuola Holden, Torino Spiritualità, il cibo (il primo punto vendita Eataly è nato lì), e ovviamente le Olimpiadi invernali del 2006.

Sottrarre a una città che aveva davvero saputo cambiare pelle la sua più nota manifestazione culturale – abbandonare ai primi segni di stanchezza un contesto che per anni si è dimostrato vincente, anziché tentare un rilancio – oltre che da ingrati potrebbe essere un azzardo. Sicuri che il trapianto riuscirà? Il fatto che il Lingotto, per la sua posizione, fosse in grado di catalizzare l’attenzione di tutta la cittadinanza è da sottovalutare? Rho-Pero, dove dovrebbe svolgersi il Salone milanese, sarà in grado di far succedere qualcosa si simile?

Soprattutto, ciò che colpisce è l’effetto spezzatino e quel mostrare i muscoli che a volte rischia di nascondere una debolezza. Pensateci: che effetto vi farebbe sapere che la Fiera del Libro di Francoforte si trasferisce all’improvviso nei pressi di Amburgo, con gli editori che litigano tra di loro, e l’editoria più forte in disaccordo col governo? Non pensereste che la Germania del libro stia dando una inaspettata prova di fragilità?

L’affaire del Salone torinese, rappresenta insomma terribilmente bene il nostro paese. Se pensate che su certi temi la disunione crei ricchezza, domandatevi: che senso ha avuto la Festa del Cinema di Roma? All’inizio si disse che avrebbe fatto concorrenza a Venezia, o al limite (nel segno di un’offerta moltiplicata) che sarebbe diventato un punto fermo per il mondo della cinematografia che a maggio a va Cannes, e febbraio a Berlino. Ammainatesi queste ambizioni nella bonaccia dei fatti, si ripiegò verso un meno pretenzioso festivalone popolare, e ormai non passa anno che la Festa di Roma la si ritrovi amleticamente a metà strada tra giovane promessa e solito carrozzone.

Non si pensi tuttavia che qui il Ministero della Cultura faccia la parte del buono. Da quando si è insediato il governo Renzi, non è partito nessun progetto serio a sostegno del libro. Ioleggoperché (la campagna governativa per la promozione della lettura) è stato un fiasco, a un certo punto il ministro Franceschini propose la creazione di una Biblioteca dell’Inedito (un progetto metafisico che sarebbe piaciuto a Borges), e non si è stati in grado nemmeno di copiare dalla Germania o dalla Francia una legge a sostegno delle librerie indipendenti, che in altri paesi rappresentano da qualche anno il motore del rilancio della lettura, mentre in Italia chiudono una dopo l’altra.

Speriamo di essere smentiti dai fatti il prossimo anno. Per come si sta delineando in questi giorni, il trasloco del Salone sembra tuttavia l’ennesimo sintomo di un paese che da anni ragiona intorno al mondo del libro con molta retorica, qualche grammo di furbizia, azzardi e poche idee. Del resto in Italia il numero dei lettori diminuisce, e quando va bene non aumenta. Tra istituzioni e editoria che conta, qualcuno prima o poi dovrà trarre le dovute conclusioni.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.

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